Il Dipartimento di Economia e Management (DEM) dell’Università di Trento è entrato a far parte del network della Fondazione per la Sostenibilità Digitale. Un nuovo ingresso che arricchisce la vasta rete di soci e partner della Fondazione, e di cui abbiamo parlato, qui su Tech economy 2030, con Diego Ponte: professore associato di organizzazione aziendale presso il DEM dell’Università di Trento – dove insegna i corsi di Sistemi informativi aziendali e Digital Business Models – oltre che componente del gruppo di ricerca Health, Decision Making and Management nel quale si occupa di studiare la digitalizzazione in sanità. E, con l’ingresso del dipartimento, nuovo membro del Comitato Scientifico della Fondazione per la Sostenibilità Digitale.
In questa intervista, ci ha raccontato ciò che la sostenibilità digitale rappresenta per il DEM, come viene declinata nelle tre missioni dell’Ateneo, e le ragioni che hanno portato allo sviluppo di questa nuova partnership.
L’approccio multidisciplinare del DEM
“Il Dipartimento di Economia e Management (DEM) dell’Università di Trento considera la sostenibilità non come un ambito isolato, bensì come un pilastro strategico e trasversale che unisce le diverse anime del dipartimento: economica, aziendale, giuridica e quantitativa. L’approccio di ricerca multidisciplinare è fondamentale per affrontare la complessità dell’attuale transizione digitale e sostenibile”, ha spiegato Diego Ponte. “Da un punto di vista dell’offerta didattica, il DEM affronta nei suoi percorsi di laurea triennali e magistrali i temi della sostenibilità e della digitalizzazione adottando approcci diversi, passando dall’economia aziendale alla strategia, dall’organizzazione alla finanza sostenibile, sino all’economia pura.
Il Dipartimento si pone inoltre come un hub scientifico capace di analizzare la complessità ambientale e di tradurla in strategie economiche e manageriali concretamente realizzabili, dimostrando che la sostenibilità non è un costo, bensì un driver di valore con una visione a lungo termine”.
Sostenibilità digitale: una visione bidirezionale
Il DEM, ha spiegato Diego Ponte, guarda alla sostenibilità digitale come all’intersezione critica tra le due più grandi trasformazioni del nostro secolo: quella ecologica e quella digitale. E, nella sua attività scientifica, didattica e di terza missione, adotta una visione bidirezionale del concetto. “La prima considera il digitale un mezzo per promuovere la sostenibilità. Utilizzare le tecnologie emergenti dell’Industria 5.0, come AI, Big Data, IoT e Blockchain, può contribuire a raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU. La tecnologia, in sé, non è però sufficiente a fungere da abilitatore. È necessario sviluppare competenze e conoscenze in grado di tradurre tali tecnologie in strumenti operativi, manageriali e strategici utili alle organizzazioni.
La seconda visione, invece, considera il digitale come un fine. L’idea di una sostenibilità del digitale che mira a studiare metodi e strumenti utili a mitigare e a governare l’impatto ambientale, sociale ed etico delle tecnologie stesse. Questo tema è importante perché l’innovazione tecnologica non è neutrale. Se non governata, rischia di consumare ingenti risorse e di accentuare le disuguaglianze sociali. Il DEM ritiene vitale formare leader capaci di guidare una digitalizzazione consapevole, in cui l’algoritmo sia al servizio del benessere collettivo e dell’efficienza ecologica”.
Tre missioni per la sostenibilità digitale
Tutto ciò riconduce alla cultura: una cultura della sostenibilità digitale, capace di orientare lo sviluppo tecnologico nella direzione dello sviluppo sostenibile. In questo senso il DEM, come raccontato da Diego Ponte, agisce come “catalizzatore culturale” sul territorio e nel panorama nazionale, declinando il proprio contributo attraverso le tre missioni storiche dell’università. “La prima missione dell’Università è offrire una didattica d’avanguardia. Al giorno d’oggi, è necessario fornire agli studenti non solo competenze tecniche, ma anche ‘competenze gemelle’: economiche e digitali insieme. L’obiettivo è creare una nuova classe di imprenditori, manager, professionisti e cittadini capaci di integrare l’etica dei dati e la sostenibilità nei processi decisionali aziendali.
La seconda missione dell’università consiste nello sviluppo della ricerca scientifica di alto livello. Tra i vari obiettivi del dipartimento in quest’ottica, vi è quello di generare e diffondere nuova conoscenza, veicolata dalla pubblicazione di lavori scientifici che analizzano l’impatto della digitalizzazione sul lavoro, sulla produttività e sull’ambiente. Questa ricerca offre una base di evidenze empiriche su cui poggiare le decisioni politiche ed economiche.
La terza missione consiste nel tradurre la conoscenza scientifica in un linguaggio accessibile alla società civile e al tessuto imprenditoriale”, ha sottolineato infine Diego Ponte. “Questo si traduce in corsi di formazione per manager, eventi di divulgazione pubblica e tavoli di lavoro con le associazioni di categoria per democratizzare la cultura digitale. Tra i principali esempi in questo senso si può citare il Festival dell’Economia di Trento”.
Un’infrastruttura per lo sviluppo
Per un territorio come il Trentino – ma, ha sottolineato Diego Ponte, il modello è replicabile in qualsiasi ecosistema locale – la sostenibilità digitale rappresenta un’infrastruttura per lo sviluppo economico e sociale. E ciò si traduce in grandi opportunità: “ad esempio, l’applicazione degli strumenti dell’Industria 5.0 consente una gestione predittiva del territorio. In un territorio come il Trentino, questo può tradursi in un impatto sui settori storicamente caratteristici, quali l’agroalimentare, il turismo, la cooperazione. Il tessuto produttivo trentino è inoltre composto da micro, piccole e medie imprese che spesso non dispongono delle risorse necessarie per effettuare investimenti di grandi dimensioni in innovazione. La sostenibilità digitale, promossa a livello territoriale attraverso hub di innovazione dell’università e degli enti pubblici locali, offre alle PMI l’accesso a competenze nelle tecnologie dell’industria 5.0, consentendo loro di ridurre gli sprechi operativi e di posizionarsi competitivamente sui mercati nazionali e internazionali.
Inoltre, la sostenibilità digitale consente di contrastare lo spopolamento delle valli e delle aree montane o rurali. Attraverso la digitalizzazione dei servizi essenziali – telemedicina, smart working regolamentato, didattica a distanza di qualità – e la connettività sostenibile, si garantisce la parità di diritti e di opportunità economiche anche lontano dai grandi centri urbani”. Lo studio della digitalizzazione in sanità è, peraltro, uno degli ambiti in cui il Prof. Ponte concentra le sue attività di ricerca, e ne ha sottolineato la portata trasformativa: “come ricercatore nel campo del management della sanità digitale, e guardando all’impatto di iniziative concrete come quelle promosse da Trentino Digitale 4.0 in cui il DEM è coinvolto, ritengo che il ruolo trasformativo più dirompente del digitale risieda nella sua capacità di riconfigurare radicalmente i modelli organizzativi, passando da una medicina puramente reattiva a una sanità d’iniziativa e personalizzata. Attraverso l’integrazione di piattaforme di telemedicina, di intelligenza artificiale e di analisi dei dati clinici in tempo reale, la tecnologia consente di spostare il baricentro dalla cura dell’ospedale al territorio e al domicilio del paziente. Questo non solo ottimizza l’efficienza allocativa delle risorse pubbliche e standardizza i processi decisionali dei medici – riducendo le liste d’attesa e migliorando l’appropriatezza prescrittiva – ma abbatte anche le barriere geografiche proprie di territori complessi come quello trentino. Ciò garantisce un’effettiva equità nell’accesso ai servizi specialistici di alta qualità, indipendentemente dal luogo di residenza. Più in generale, la digitalizzazione può tradursi in un miglioramento tangibile della qualità della vita, restituendo tempo prezioso alle persone e alleggerendo il carico burocratico e cognitivo che spesso grava su pazienti e caregiver. In ultima analisi, il valore profondo di questa transizione non sta nella tecnologia in sé, ma nella sua capacità di agire come abilitatore sociale: un mezzo per umanizzare l’assistenza, ridurre le disuguaglianze e consentire che le reti di cura formali e informali possano assistere le persone nel loro ambiente di vita, mantenendole più sane, autonome e protette”.
Parola chiave: co-creazione del valore
Per consolidare il proprio percorso per la sostenibilità digitale, come ateneo e come “strumento” a supporto dello sviluppo del territorio, il DEM dell’Università di Trento ha scelto di unirsi al network della Fondazione per la Sostenibilità Digitale. “Il nostro ingresso nel network della Fondazione risponde a una logica di co-creazione del valore e di superamento del tradizionale isolamento accademico, secondo il modello della Tripla Elica (Università-Impresa-Istituzioni)”, ha spiegato Diego Ponte. “Il network di aziende ed enti che compone la Fondazione offre al dipartimento un osservatorio privilegiato sui bisogni reali del mercato e sulle evoluzioni tecnologiche prima che diventino di dominio comune, consentendogli di aggiornare costantemente la propria offerta formativa e le proprie linee di ricerca. D’altra parte, il DEM può portare al network di attori che compongono la Fondazione i suoi rigorosi approcci metodologici alla ricerca scientifica e le sue competenze economico-giuridiche, beneficiando al contempo del confronto diretto con i partner della Fondazione”.
















