“Il lavoro consiste in qualsiasi cosa si sia obbligati a fare. Il gioco consiste in qualsiasi cosa non si sia obbligati a fare.”
Mark Twain, Le avventure di Tom Sawyer, 1876.
Ovvero: perché in Ghost in the Shell, Blade Runner, Evangelion e Star Trek continuiamo ostinatamente a fare gli stessi mestieri di oggi
Appunti disordinati di un rigattiere digitale
“Il lavoro consiste in qualsiasi cosa si sia obbligati a fare. Il gioco consiste in qualsiasi cosa non si sia obbligati a fare.” Mark Twain, Le avventure di Tom Sawyer, 1876. In centocinquant’anni non abbiamo trovato una definizione migliore. Tutto quello che viene dopo è un commento a questa frase.
Un venditore porta a domicilio un aspirapolvere nuovo di zecca. Lo mostra alla signora di casa con tutto l’entusiasmo del caso.
“Signora, questo aspirapolvere le dimezzerà il lavoro.”
La signora lo guarda. Ci pensa un secondo. Risponde:
“Magnifico. Me ne dia due.”
Ho pensato a questa barzelletta per giorni. Perché in trenta parole contiene tutto quello che abbiamo detto in tre articoli. Produciamo di più. Lavoriamo di più. Il lavoro non diminuisce: si moltiplica. La tecnologia non libera il tempo. Lo riempie.
Forse è questo il difetto dei rigattieri digitali. Quando trovano una vecchia barzelletta non ridono soltanto. La smontano. Perché ogni tanto dentro una battuta si nasconde una teoria economica migliore di molti report pieni di grafici.
Ma c’è una domanda che non mi ha ancora abbandonato. Se non riusciamo a immaginare un futuro con meno lavoro, riusciamo almeno a immaginare un futuro con un lavoro diverso? Ho fatto una cosa semplice. Sono andato a cercarlo. Il lavoro del futuro. Nei posti dove l’umanità lo ha già immaginato. Nei romanzi di fantascienza. Nei film. Negli anime. Nelle serie televisive. E ho scoperto qualcosa di straordinariamente curioso.
Il futuro è pieno di astronavi. Gli esseri umani continuano a fare i camionisti
– Ghost in the Shell. Motoko Kusanagi è una poliziotta.
– Blade Runner. Deckard è un investigatore.
– Minority Report. Polizia del futuro.
– The Expanse. Militari, politici, minatori di asteroidi.
– Star Trek. Marinai dello spazio con le stellette.
– Evangelion. Soldati adolescenti che pilotano robot giganti.
– Alien. Camionisti spaziali in tuta da lavoro.
Il tagliaerbe. Un giardiniere con ritardo cognitivo che diventa dio digitale — ma parte da lì, dal tagliaerbe, perché evidentemente anche nel futuro qualcuno deve tagliare il prato. (Sì, Il tagliaerbe, quello con Pierce Brosnan.)
La fantascienza immagina il futuro della tecnologia con una creatività sconfinante. Astronavi a curvatura. Intelligenze artificiali senzienti. Cyborg con anime digitali. Colonie su Marte. Viaggi nel tempo. Ma gli esseri umani, in quasi tutta la fantascienza, continuano ostinatamente a fare gli stessi mestieri di oggi. Poliziotti. Militari. Piloti. Scienziati. Investigatori. Mercenari.
Immaginiamo più facilmente una macchina nuova che una società nuova. Le macchine stanno imparando a fare i mestieri. Noi dobbiamo imparare a coltivare le relazioni.
Forse è questa la frase più onesta che si possa dire sul futuro del lavoro. Non è una critica alla fantascienza. È una radiografia della nostra immaginazione collettiva. Riusciamo a progettare astronavi, ma fatichiamo a progettare nuovi modi di stare insieme.
Riusciamo a progettare astronavi. Fatichiamo a progettare relazioni. Riusciamo a proiettarci secoli avanti nella tecnologia. Fatichiamo a proiettarci di dieci anni nel modo in cui organizziamo il lavoro e il valore.
William Ogburn lo avrebbe chiamato “ritardo culturale”: la tecnologia corre, le istituzioni arrancano. La fantascienza, forse senza volerlo, racconta proprio questo. C’è un’eccezione. La Cantina di Mos Eisley in Star Wars è l’unico posto nella fantascienza dove non si capisce cosa facciano le persone. Ma anche lì la risposta è quella: o sono fuorilegge, o cacciano taglie, o trafficano qualcosa. Il posto nel mezzo — la rete di sostegno, il caregiver, l’educatore — non esiste. Giufà alla Cantina di Mos Eisley ci starebbe benissimo. E nessuno gli chiederebbe che mestiere fa. Ma c’è qualcosa che la fantascienza non mette: cercate un infermiere protagonista in un film di fantascienza. Un caregiver. Un insegnante di scuola elementare. Un facilitatore di comunità. Una persona che costruisce reti di fiducia tra estranei. Un educatore. Qualcuno che si prende cura di un anziano in un mondo di astronavi. Non li trovate. O quasi.
La fantascienza immagina il futuro della forza. Della tecnologia. Del controllo. Del conflitto. Non immagina il futuro della cura. Eppure, negli articoli precedenti avevamo detto esattamente questo: i lavori destinati a crescere, quelli che l’automazione non tocca, quelli che tengono in piedi le società che invecchiano, sono proprio questi. I caregiver. Gli educatori. I costruttori di comunità. La rete di sostegno.
I topolini, insomma. La fantascienza non li vede. Esattamente come gli elefanti.
Tre personaggi che avevano già capito tutto
Ma c’è una letteratura che il problema del lavoro lo ha affrontato di petto. Non quella fantascientifica. Quella popolare. Quella delle storie che non si prendono troppo sul serio.
Pinocchio non vuole lavorare. Lo dice chiaro al Grillo Parlante, senza troppi giri di parole:
“Fra tutti i mestieri del mondo non ce n’è che uno solo, che veramente mi vada a genio — quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo.”
Pinocchio rifiuta il lavoro. È per questo che fa paura. Non perché sia cattivo, ma perché mette in discussione il fondamento morale dell’Ottocento: si diventa uomini lavorando. Quando finalmente accetta, la storia finisce.
Giufà non combatte il lavoro. Lo aggira. Sopravvive. Ride delle sue regole senza avere il potere di cambiarle.
Il Pellegrino Russo lavora quanto basta per continuare il cammino. La sua occupazione non definisce la sua identità.
Tre strategie, non tre personaggi. Il rigattiere li guarda tutti e tre con simpatia. Non perché abbiano ragione, ma perché nessuno di loro confonde il mestiere con la persona. Forse il futuro del lavoro comincia proprio quando smettiamo di identificarci con il nostro biglietto da visita.
Pinocchio rifiuta. Giufà aggira. Il Pellegrino trascende. La fantascienza li avrebbe fatti diventare poliziotti. La domanda che la fantascienza non si fa: Se le macchine fanno sempre più cose, qual è l’ultimo lavoro che resterà all’essere umano?
Prendersi cura? Educare? Creare significato? Stare con qualcuno che soffre? Fare le domande giuste? Ridere di una barzelletta sull’aspirapolvere?
Il Pellegrino Russo direbbe: pregare.
Giufà direbbe: arrangiarsi.
Pinocchio, finalmente diventato bambino vero, probabilmente non direbbe nulla. Starebbe lavorando.
E forse è proprio questo il problema. Dove si trova allora. Forse il futuro del lavoro non si trova dove stiamo guardando.
Non nei report di McKinsey. Non nelle previsioni degli economisti. Non nelle astronavi di Star Trek o nei cyborg di Ghost in the Shell. Si trova nei posti che la fantascienza dimentica. Forse perché la cura è difficile da raccontare. Un duello produce spettacolo. Una persona che ascolta un’altra persona produce civiltà. Ma il cinema preferisce quasi sempre il primo.
Nell’infermiera che lavora di notte. Nel vicino che porta la spesa. Nel maestro che rimane dopo l’orario. In chi costruisce fiducia senza che nessuno lo noti.
Pinocchio rifiuta. Giufà aggira. Il Pellegrino trascende. Nessuno dei tre diventa un poliziotto spaziale. Forse perché avevano già capito qual era il lavoro che contava davvero. Forse il futuro del lavoro non esiste davvero. Esistono persone che continuano ostinatamente a trovare nuovi modi per essere utili agli altri. La tecnologia cambia gli strumenti. Non cambia questa ostinazione.
P.S. Un topo dice del suo sperimentatore: “Ho addestrato quell’uomo in modo che ogni volta che premo questa leva, lui mi dà da mangiare.” Con l’AI stiamo facendo la stessa cosa. La domanda è solo chi preme la leva.
P.P.S. Tom Sawyer, il giorno in cui formulò quella teoria, stava per imbiancare un recinto. Non aveva voglia. Così convinse gli amici che imbiancare un recinto era un privilegio raro. Uno dopo l’altro pagarono per farlo al posto suo. Tom passò il pomeriggio a guardare. Il recinto fu imbiancato tre volte. La teoria funzionava. McKinsey ci ha messo cent’anni per arrivare alla stessa conclusione. Con molti più grafici.
















