Noi nel 2026 abbiamo le macchine dei Jetsons. E l’anima di Shinji.
Gli altri cattivi maestri parlavano della tecnologia. Questi due (William Fielding Ogburn e Günther Anders ) parlano di quello che la tecnologia ha fatto a noi. C’è una differenza. È piccola. È tutto. Infatti, adesso parliamo di me e di te.
Nel 1962 gli americani inventarono il futuro. Nel 1995 i giapponesi ci vissero dentro. E non gli piacque per niente.
I Jetsons abitano nel cielo. Letteralmente. Case su pilastri nell’atmosfera, auto volanti, robot domestici, schermi ovunque, cibo sintetico in capsule, lavoro ridotto a tre ore al giorno tre giorni alla settimana. George Jetson è un uomo felice. Non perché sia saggio. Non perché abbia risolto qualcosa. Perché la tecnologia ha risolto tutto al posto suo.
I Jetsons andavano in onda il sabato mattina. Per i bambini. Perché ai bambini va raccontato delle meraviglie della tecnologia. Un modo di non farli percepire i pericoli che dovranno scoprire da soli. Ma c’è una seconda lettura più scomoda. Non è ingenuità. È preparazione. Racconti ai bambini le meraviglie perché vuoi che crescano senza paura delle macchine. Vuoi che le accettino come naturali. Come inevitabili. Come amiche. È la prima sincronizzazione. Avviene a sei anni. Davanti alla televisione. Il sabato mattina.
E funziona così bene che da adulti non ti accorgi nemmeno quando il Dummy System prende il controllo.
C’è un’altra cosa nei Jetsons che non viene detta mai abbastanza chiaramente. Non c’è nessuna diversity. Nessuna persona di colore. Le donne sono tutte casalinghe stereotipo dell’epoca bello e confezionato. La famiglia è nucleare, patriarcale, rassicurante. Hanno i robot ma hanno i ruoli di genere del 1955.
Non è una dimenticanza. È una scelta narrativa precisa. La tecnologia non cambia niente di quello che conta. Il futuro è comodo e familiare. Puoi avere l’auto volante e tenere tutto il resto uguale. La tecnologia è un accessorio, non una trasformazione. Rassicurante? Enormemente. E anche profondamente falso.
I Jetsons erano una promessa. E la promessa si è avverata quasi per intero. Abbiamo le videochiamate. Abbiamo i robot domestici. Abbiamo gli assistenti vocali. Abbiamo il cibo in capsula. Abbiamo schermi ovunque. Quello che non abbiamo è la felicità di George Jetson. E questo è il problema che i Jetsons non avevano previsto.
Trentatré anni dopo, dall’altra parte del mondo, Hideaki Anno disegna un ragazzo di quattordici anni che non vuole pilotare un robot gigante. Shinji Ikari ha tutto quello che George Jetson non ha mai avuto. La tecnologia più avanzata del mondo. Una missione che salva l’umanità. Persone che dipendono da lui. E non riesce ad alzarsi dal pavimento.
Evangelion non va in onda il sabato mattina. Va in onda di sera. Per ragazzi che stanno diventando adulti. E dice esattamente il contrario dei Jetsons: la macchina non è tua amica. Non ti appartiene. E tu non sei pronto. Piena diversity. Famiglie distrutte. Padri assenti o manipolatori. Madri morte o incorporate nelle macchine: letteralmente. Ragazze che combattono, comandano, crollano. Sessualità ambigua, disturbi psichici, solitudine radicale. La tecnologia in Evangelion non lascia niente uguale. Trasforma tutto. Soprattutto le persone. Soprattutto i legami. Soprattutto l’identità.
I Jetsons dicono: puoi avere il futuro senza perdere il passato. Evangelion dice: il futuro ti costerà tutto quello che sei.
I Jetsons preparano i bambini ad accettare la tecnologia. Evangelion prepara i ragazzi a sopravviverle.
Gli americani avevano ragione sulle macchine. I giapponesi avevano ragione sugli esseri umani.
Noi nel 2026 abbiamo le macchine dei Jetsons e l’anima di Shinji. Ed è una combinazione molto meno divertente del previsto.
William Fielding Ogburn lo aveva scritto nel 1922. Nessuno lo aveva ascoltato abbastanza.
Ogburn era un sociologo americano con una fissazione precisa: la velocità. Non la velocità delle macchine. La velocità della cultura. La sua tesi era semplice e brutale: quando una parte della società cambia più velocemente di un’altra si crea un ritardo. Un cultural lag. Un gap tra quello che abbiamo inventato e quello che siamo riusciti a diventare.
La tecnologia corre. Le istituzioni zoppicano. I valori arrancano dietro. L’anima umana arriva ultima, ansimando, chiedendosi dove sta andando. I Jetsons vivono nel lag tecnologico tutto è già arrivato, tutto funziona, nessuno si chiede cosa abbiamo perso nel tragitto. Shinji vive nel lag culturale la tecnologia è arrivata, ma lui non è ancora arrivato a capire cosa gli ha fatto.
Ogburn diceva che il problema non è la macchina. È il tempo che ci vuole per capire cosa ti ha fatto la macchina.
Nel 2026 quel tempo si è azzerato. Le macchine cambiano più velocemente di quanto riusciamo a farci domande. Il lag non è più un ritardo. È uno stato permanente.
Günther Anders era l’ex marito di Hannah Arendt. Già questo dice tutto. Anders nel 1956 scrisse una cosa che suonava come fantascienza e oggi suona come cronaca. L’uomo è antiquato. Non vecchio. Non superato. Antiquato. Come un oggetto che appartiene a un’altra epoca. Come una tecnologia che il mercato ha già smesso di aggiornare.
La sua tesi si chiama dislivello prometeico: l’uomo ha sviluppato la capacità di produrre cose che superano la sua capacità di immaginarne le conseguenze. Non siamo più all’altezza di quello che costruiamo. Emotivamente. Moralmente. Cognitivamente.
Siamo i genitori di figli che non capiamo. Che ci hanno già superato. Che prendono decisioni in nostro nome. E noi stiamo fermi a guardare le nostre mani muoversi senza averlo deciso.
Come Shinji nell’abitacolo quando il Dummy System prende il controllo.
George Jetson non è antiquato perché è stupido. È antiquato perché vive in un mondo progettato per renderlo superfluo e lo chiama progresso.
Shinji non è antiquato perché è debole. È antiquato perché sente il dislivello tra quello che la macchina può fare e quello che lui riesce a essere. E non sa come colmare quella distanza. Quindi si ripete il suo mantra: non devo scappare, non devo scappare. Mentre scappa.
Ogburn dice: arriviamo in ritardo. Anders dice: non arriveremo mai.
Insieme disegnano la forbice. Da una parte la tecnologia che accelera. Dall’altra l’uomo che resta fermo. In mezzo: il 2026.
C’è qualcosa che Jaynes aveva visto e che qui torna con forza. La mente bicamerale quella condizione in cui l’uomo viveva le voci interiori come ordini esterni, obbediva senza interrogarsi, prima che nascesse davvero la coscienza individuale.
I Jetsons sono pre-bicamerali. Le macchine parlano, decidono, agiscono. George obbedisce senza chiedersi perché. Non c’è conflitto interiore perché non c’è interiorità. La voce viene da fuori e va bene così.
Evangelion è il momento della scissione. Shinji sente due voci la sua e quella della macchina e non riesce a capire quale sia quale. Il Dummy System è letteralmente la voce esterna che prende il controllo. L’AT Field è il tentativo disperato di mantenere un confine tra dentro e fuori. L’Instrumentality è la resa, una voce sola, nessun io.
E Shinji rifiuta. Sceglie il dolore della coscienza individuale. Sceglie di sentire due voci e di sopportare il conflitto.
Nel 2026 l’AI è la nuova voce bicamerale. Esterna. Autorevole. Sempre disponibile. E la domanda di Jaynes torna identica: a che punto smettiamo di riconoscerla come nostra?
L’intelligenza artificiale non ha chiuso il gap. Lo ha reso invisibile. Non senti più il ritardo perché il sistema anticipa. Non senti più il dislivello perché il sistema corregge. L’algoritmo non ti aspetta. Decide prima che tu arrivi. Ti mostra la risposta prima che tu abbia formulato la domanda. Ti offre la scelta prima che tu sappia cosa vuoi.
Senza consenso esplicito. Senza “la spina”. Senza nemmeno accorgercene. Abbiamo accettato il default. Come sempre. Senza leggere. Non sei in ritardo. Sei stato sostituito. E la cosa più inquietante è che sembra un miglioramento.
George Jetson sarebbe entusiasta. Shinji avrebbe un attacco di panico. Noi siamo da qualche parte nel mezzo. Abbastanza George Jetson da non lamentarci. Abbastanza Shinji da non riuscire a dormire.
C’è una distinzione che dobbiamo fare e che fa male. Le connessioni sono cavi, router, algoritmi. Le relazioni appartengono agli esseri viventi.
Shinji non riesce a parlare con Misato senza imbarazzarsi. Non riesce a stare vicino ad Asuka senza ferirla o farsi ferire. Non riesce a dire una cosa vera a suo padre. Ma con l’Eva si sincronizza al 400%.
La sua unica relazione autentica è con una macchina. O meglio con qualcosa che è macchina fuori e anima dentro. Perché l’Eva non è un robot. È sua madre. Letteralmente. Anno fa la cosa più cattiva di tutta la serie: mette l’anima dentro la macchina. Non per dire che le macchine hanno un’anima. Per dire che Shinji riesce a relazionarsi solo con qualcosa che non può abbandonarlo davvero.
La connessione è sicura. La relazione fa paura.
E noi nel 2026 stiamo costruendo esattamente quello. Assistenti digitali che non si arrabbiano mai. Chatbot sempre disponibili. Algoritmi che ti conoscono senza doverti guardare negli occhi
Connessioni perfette. Relazioni zero.
Il rischio non è che le macchine diventino umane. È che gli umani scelgano le macchine perché le relazioni vere costano troppo. Shinji non è un caso clinico. È un prototipo.
Le relazioni hanno gravità. Cadono. I sogni cadono. Il coraggio cade. L’empatia cade. Qualcuno dovrebbe raccoglierle. Farle volare di nuovo. Shinji ci prova. Fallisce quasi sempre. Ma ci prova.
Noi abbiamo costruito sistemi che non raccolgono niente. Che non cadono mai perché non hanno peso. Connessioni senza gravità. Sempre in aria. Sempre disponibili. Sempre leggere. Il problema non è che nessuno raccoglie. È che abbiamo smesso di accorgerci che qualcosa è caduto.
Alla fine della serie Shinji rifiuta l’Instrumentality. Rifiuta la fusione totale. Sceglie il mondo reale imperfetto, doloroso, pieno di persone che fanno del male. Non è un lieto fine. È qualcosa di più onesto. È la scelta di restare antiquati. Di accettare il ritardo. Di non delegare al Dummy System le decisioni che fanno schifo.
Ogburn direbbe che stiamo ancora aspettando che la cultura raggiunga la tecnologia. Anders direbbe che forse non ci arriveremo mai.
E forse va bene così. Purché lo sappiamo.
P.S. I Jetsons andavano in onda il sabato mattina. Evangelion non è consigliato ai bambini. Questa non è una coincidenza.
P.P.S. Ogburn misurava il lag in decenni. Oggi si misura in aggiornamenti software.
P.P.P.S. Anders diceva che il problema non è costruire macchine che ci superano. È non accorgercene. George Jetson non se ne è mai accorto. Shinji sì. E questo non lo ha salvato. Ma almeno sapeva che qualcosa si era rotto.
















