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Il primo principio del Manifesto per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione

Per oltre vent’anni la trasformazione digitale è stata raccontata come un passaggio: dalla carta al digitale, dallo sportello all’applicazione, dal mondo fisico a quello virtuale. Questa rappresentazione ha accompagnato l’evoluzione delle tecnologie e ha orientato gli investimenti di imprese e pubbliche amministrazioni. Oggi, tuttavia, mostra alcuni limiti.

Il primo principio del Manifesto per la Sostenibilità Digitale della Comunicazione propone una prospettiva profondamente diversa. Non invita semplicemente a integrare la comunicazione online con quella offline, ma suggerisce di superare la distinzione stessa come criterio di progettazione. Quando il Manifesto parla di «un contesto integrato di sostenibilità», introduce infatti un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico: la comunicazione non deve più essere pensata come una somma di canali, ma come un’unica relazione tra organizzazione e persona.

È un cambiamento apparentemente sottile. In realtà, è uno dei presupposti più importanti per comprendere che cosa significhi oggi parlare di sostenibilità della comunicazione.

L’equivoco della trasformazione digitale

Per lungo tempo digitalizzare ha significato trasferire servizi, documenti e processi dal supporto fisico a quello digitale. In molti casi questo ha generato benefici significativi in termini di rapidità, efficienza e disponibilità dei servizi. Ma troppo spesso la trasformazione si è fermata al cambiamento del mezzo.

Un modulo cartaceo trasformato in un PDF compilabile rimane lo stesso modulo. Una comunicazione inviata via e-mail anziché per posta non modifica necessariamente la qualità della relazione. Cambia il supporto, non cambia l’esperienza.

L’equivoco nasce proprio qui: confondere la digitalizzazione con la trasformazione.

Il Manifesto suggerisce invece una prospettiva differente. Il punto non è spostare tutto online, ma ripensare il modo in cui una persona vive la relazione con un’organizzazione, indipendentemente dal punto di contatto utilizzato.

Le persone non attraversano canali. Attraversano relazioni.

Questa è forse la conseguenza più importante del primo principio.

Immaginiamo una persona che richieda un mutuo, prenoti una visita specialistica o apra un sinistro assicurativo. Inizia il percorso parlando con un operatore, riceve successivamente una comunicazione via e-mail, consulta lo stato della pratica tramite un’applicazione e contatta infine il servizio clienti per un chiarimento.

Per l’organizzazione questi sono canali differenti. Per la persona è un’unica esperienza.

Quando i messaggi sono incoerenti, quando le informazioni non coincidono o quando è necessario ripetere dati già forniti, il problema non riguarda il digitale o il fisico. Riguarda la qualità della relazione progettata dall’organizzazione.

È qui che il concetto di “contesto integrato” espresso dal Manifesto assume il suo significato più profondo: non integrare strumenti diversi, ma garantire continuità alla relazione.

La sostenibilità è anche continuità

Questa prospettiva amplia anche il significato stesso della sostenibilità.

Quando si parla di sostenibilità della comunicazione, il primo pensiero va quasi sempre alla riduzione della carta e dell’impatto ambientale – ed è giusto che sia così. È la dimensione più concreta e più immediatamente verificabile: ogni documento che non viene stampato, ogni processo che smette di dipendere dalla logistica fisica, produce un beneficio ambientale reale, oggi sempre più spesso misurabile con metodologie rigorose che permettono di quantificare, e non solo dichiarare, la riduzione di CO2 e di consumo di risorse generata dalla trasformazione digitale. È un terreno su cui il settore ha fatto passi avanti importanti, e su cui la misurazione – non l’intenzione – sta diventando strutturale. 

Ed è anche il punto di partenza più naturale: è nel momento in cui un’organizzazione decide di sostituire la carta che comincia, spesso senza dichiararlo esplicitamente, a ripensare la relazione con la persona.

Ma questi benefici non sono automatici. Si realizzano pienamente solo quando la riduzione della carta è integrale, non parziale – non un progetto isolato di dematerializzazione, ma una scelta strutturale che investe l’intero processo di comunicazione. Ed è qui che il beneficio ambientale incontra il tema della relazione: la riduzione degli impatti ambientali diventa davvero sostenibile non quando si limita a togliere carta, ma quando il processo digitale che la sostituisce genera più valore nella relazione – più chiarezza, più continuità, più fiducia – di quanto ne generasse il documento cartaceo che ha sostituito. Solo così la sostenibilità ambientale smette di essere un risultato a sé e diventa parte della stessa trasformazione che rende la relazione più solida.

A questa dimensione, la più visibile, se ne affianca però un’altra, meno evidente ma altrettanto rilevante: quella della relazione appunto.

Ogni volta che una persona è costretta a ripetere informazioni già fornite, a ricominciare un percorso iniziato altrove, a interpretare comunicazioni incoerenti o a cercare autonomamente informazioni disperse tra diversi touchpoint, aumenta il costo cognitivo dell’esperienza.

Si consumano tempo, attenzione e fiducia. Anche questo è uno spreco. Ed è uno spreco che una comunicazione sostenibile dovrebbe contribuire a ridurre, così come fa con la carta.

In questa prospettiva, sostenibilità significa progettare esperienze capaci di accompagnare le persone con continuità, semplicità e chiarezza – riducendo insieme lo spreco di risorse ambientali e quello, meno visibile ma non meno reale, di tempo e fiducia.

Inclusione significa progettare per tutti

Il primo principio del Manifesto trova una naturale continuità con altri temi centrali del documento, come la centralità della persona e l’accessibilità universale.

Pensare online e offline come parti di un’unica relazione significa riconoscere che le persone hanno competenze digitali, bisogni, preferenze e condizioni di accesso differenti. Una trasformazione realmente sostenibile non impone un unico modo di interagire.

Offre invece percorsi diversi che conducono alla stessa esperienza. Il digitale diventa così uno strumento di inclusione e non un fattore di esclusione.

La qualità della trasformazione non dipende dalla quantità di servizi digitalizzati, ma dalla capacità di permettere a ciascuno di accedere ai servizi nelle modalità più adatte alle proprie esigenze.

Dalla comunicazione alla progettazione organizzativa

Interpretato in questa prospettiva, il primo principio del Manifesto supera il tradizionale perimetro della comunicazione. Se la relazione è unica, anche la progettazione organizzativa deve diventare unitaria.

Non è più sufficiente coordinare i contenuti tra diversi touchpoint. Occorre ripensare processi, dati, responsabilità e tecnologie affinché la continuità dell’esperienza diventi una proprietà dell’intero sistema organizzativo.

La comunicazione cessa così di essere un’attività che interviene al termine del processo e diventa parte integrante del disegno del servizio.

Ogni discontinuità comunicativa produce infatti conseguenze molto concrete: aumenta le richieste di assistenza, genera errori, allunga i tempi di risposta, riduce la fiducia e incrementa i costi operativi.

La qualità della relazione diventa quindi una componente della qualità organizzativa.

Una nuova responsabilità manageriale

Questa evoluzione introduce inevitabilmente una domanda di governance.

Chi è responsabile della continuità della relazione?

Nella maggior parte delle organizzazioni le responsabilità sono distribuite: le infrastrutture appartengono all’IT, i processi alle funzioni di business, la comunicazione ad altre strutture, mentre sostenibilità, customer experience e innovazione seguono percorsi spesso distinti.

Il primo principio del Manifesto suggerisce implicitamente la necessità di superare questa frammentazione.

La continuità dell’esperienza deve diventare una responsabilità condivisa e misurabile.

Ma qui è facile fraintendere la soluzione. Il punto non è inventare un nuovo indicatore, magari confinato a un report di sostenibilità che nessun manager operativo legge davvero. Il punto è far entrare la qualità della relazione – coerenza tra canali, continuità dei dati, riduzione delle duplicazioni, accessibilità, inclusione – dentro i KPI su cui il management viene già valutato oggi.

I KPI tradizionali della comunicazione restano necessari. Misurano performance dei singoli touchpoint, tempi di risposta, qualità del servizio. Ciò che deve cambiare è il loro statuto: da indicatori confinati alla funzione comunicazione a criteri manageriali, presenti negli stessi cruscotti con cui si valutano investimenti, processi e risultati.

Solo ciò che entra nei sistemi di governo diventa una priorità reale. E un sistema di governo si riconosce da una cosa sola: dai numeri su cui premia o penalizza chi decide.

Un nuovo paradigma della comunicazione

Il contributo più importante del primo principio del Manifesto è probabilmente questo. Per molti anni abbiamo progettato la comunicazione partendo dai canali. Successivamente abbiamo imparato a integrarli.

Oggi il Manifesto propone un passo ulteriore: progettare direttamente la relazione. Può sembrare una differenza semantica. In realtà rappresenta un cambiamento di paradigma. Le persone non chiedono esperienze digitali o fisiche. Chiedono esperienze coerenti, comprensibili, inclusive e affidabili.

La sostenibilità della comunicazione nasce quando un’organizzazione smette di progettare canali e inizia a progettare relazioni.

È questa, probabilmente, l’eredità più importante del primo principio del Manifesto: ricordarci che la trasformazione digitale non consiste nel sostituire un mondo con un altro, ma nel costruire un unico spazio di relazione, nel quale online e offline cessano di essere categorie contrapposte e diventano modalità complementari attraverso cui prende forma un’esperienza realmente sostenibile.

Francesco Compiani
SCRITTO DA Francesco Compiani

Head of Strategic Business Development, Doxee

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