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È ancora presto per misurare con precisione l’impatto che l’Intelligenza Artificiale avrà sull’economia, sul lavoro e sulla società. Tuttavia, pochi dubbi sembrano residuare: siamo di fronte a un fenomeno senza precedenti nella storia del progresso tecnologico. A differenza delle grandi rivoluzioni del passato, che hanno amplificato soprattutto capacità fisiche, produttive o comunicative, l’AI interviene direttamente sulle attività cognitive, supportando funzioni come scrivere, analizzare, progettare, apprendere, decidere e creare.

La definizione “intelligenza artificiale” è potente e mediatica, ma anche ambigua: attribuisce a questi sistemi capacità che non possiedono davvero, alimentando aspettative messianiche da una parte e paure apocalittiche dall’altra. Forse l’equivoco è nato quando John McCarthy decise di chiamarla “intelligenza artificiale”, attribuendole fin dall’origine una connotazione antropomorfa.

Sicuramente di antropomorfo essa conserva molte contraddizioni: potente ma insostenibile, convincente ma non sempre affidabile, affascinante ma difficilmente interpretabile, profittevole ma costosa.

Malgrado ciò, l’AI sta penetrando in ogni settore dell’economia e della società, trasformando processi, modelli di business e dinamiche quotidiane con una rapidità simile a quella di una pandemia globale, più veloce della capacità di individui, imprese e istituzioni di comprenderne effetti e benefici.

Una cosa appare certa: l’AI ci ha colti di sorpresa e, per molti aspetti, impreparati. Se non impareremo a conoscerne potenzialità e rischi, potremmo perdere opportunità straordinarie, ma anche subirne gli effetti più critici: dipendenza tecnologica, disinformazione, allucinazioni algoritmiche, concentrazione del potere e progressiva perdita di senso critico. Il vero rischio non è che l’AI diventi più intelligente dell’uomo, ma che l’uomo smetta di esercitare la propria intelligenza.

Davanti a tutto questo si contrappongono due visioni: chi considera l’AI uno strumento di potere economico e geopolitico da usare senza esitazioni e chi invoca regole, restrizioni e divieti che, da soli, rischiano di assomigliare a un’aspirina per una malattia ben più complessa. La soluzione non è né l’entusiasmo acritico né la paura: la sfida è comprenderla, governarla e diffonderne una cultura capace di trasformarne le potenzialità in valore economico, sociale e umano.

E come stanno affrontando le imprese questo cambiamento epocale? Anche qui le contraddizioni non mancano. Molte piccole aziende faticano a comprenderne la portata e la osservano da lontano, mentre numerose organizzazioni di medie e grandi dimensioni annunciano strategie e iniziative AI in ogni ambito, spesso ancora sperimentali e guidate più dalla paura di restare indietro che da una reale visione di valore. Nel frattempo, crescono investimenti, consumi energetici e dipendenza da pochi fornitori globali, mentre si intensificano interrogativi etici, occupazionali e democratici e poche Big Tech moltiplicano i profitti anche grazie ai dati generati dagli utenti. Detta così, la domanda nasce quasi spontanea: ma chi ce l’ha fatto fare? O forse, tornando all’inizio di questa riflessione: chi ce l’ha fatta fare, a partire dal nome? Purtroppo, però, ce l’abbiamo.

Guardando invece il bicchiere mezzo pieno, verrebbe da dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Dalla rivoluzione industriale ai giorni nostri, ogni grande innovazione tecnologica è stata accolta con diffidenza, ostacolata da resistenze culturali, interessi consolidati e timori più o meno razionali. Eppure, la storia insegna che nessuna rivoluzione tecnologica è mai stata fermata. Sono cambiate le modalità, i tempi e gli impatti, ma la direzione del progresso è sempre andata avanti. I detrattori più convinti hanno spesso cercato di rallentarlo; quasi mai sono riusciti a impedirlo.

In Fondazione prevale una convinzione chiara: l’Europa ha già perso alcune partite decisive, a partire da quella della sovranità tecnologica, ma la sfida non è affatto conclusa. C’è ancora spazio per recuperare terreno e costruire un modello distintivo di innovazione.

È in questa prospettiva che promuoviamo un approccio all’Intelligenza Artificiale sostenibile e responsabile, capace di diventare uno straordinario acceleratore della trasformazione digitale e della competitività. Ridurre l’AI a una semplice questione tecnologica sarebbe un errore. La sua portata è molto più ampia e coinvolge numerosi aspetti organizzativi, economici, sociali, normativi ed etici.

La domanda non è più cosa possiamo fare con l’Intelligenza Artificiale, ma come utilizzarla per ripensare il modo in cui creiamo valore. La sostenibilità non può essere un tema accessorio: deve diventare il criterio attraverso cui valutare ogni iniziativa, ogni investimento e ogni modello di business. La vera sfida consiste nel fare in modo che i benefici ambientali, sociali ed economici generati superino gli impatti negativi che questa tecnologia inevitabilmente produce. Se riusciremo in questo intento, assisteremo a una delle più grandi inversioni di prospettiva della storia dell’innovazione: una tecnologia spesso considerata insostenibile potrà diventare essa stessa un acceleratore di sostenibilità, contribuendo al benessere delle persone, alla tutela del pianeta e alla crescita economica.

Affinché l’Intelligenza Artificiale diventi un fattore diffuso di crescita e competitività, le imprese hanno bisogno di riferimenti chiari, principi condivisi e strumenti concreti per governarne l’adozione. Nasce da questa consapevolezza il gruppo verticale denominato AI sostenibile, creato con l’obiettivo di compiere un passo ulteriore rispetto al lavoro svolto con il Manifesto dell’AI e con le linee guida fin qui elaborate. Se la prima fase è stata dedicata alla diffusione della conoscenza e della consapevolezza, la seconda deve necessariamente concentrarsi sull’adozione di comportamenti e di pratiche concrete.

La sfida è mettere a sistema competenze, esperienze e punti di vista differenti per definire una policy di riferimento che le organizzazioni possano declinare nei propri contesti operativi. 

Una policy sull’Intelligenza Artificiale non può limitarsi a essere un elenco di regole. Deve prima di tutto definire il perimetro entro cui l’AI entra nell’organizzazione e chiarire quale idea di impresa intende riflettere. Per questo deve indicare a chi si applica, dai dipendenti ai collaboratori, dai consulenti ai fornitori e ai partner, e quali tecnologie ricomprende: non solo gli strumenti di AI generativa più visibili, ma anche le funzionalità intelligenti già incorporate nelle applicazioni aziendali o destinate a esserlo in futuro.

Il secondo passaggio riguarda i principi. Senza una bussola condivisa, l’adozione dell’AI rischia di essere guidata solo dall’efficienza, dalla riduzione dei costi o dall’urgenza di non restare indietro. Utilità concreta, valore, centralità della persona, sostenibilità, proporzionalità del rischio, tutela dei diritti fondamentali, non discriminazione, privacy, sicurezza, accessibilità, interoperabilità e accountability diventano quindi criteri di orientamento, non semplici dichiarazioni di principio.

Da qui deriva l’esigenza di un modello organizzativo chiaro: poiché l’AI attraversa processi, dati, persone, tecnologie e decisioni, non può essere ricondotta a una responsabilità indistinta. La policy deve quindi definire ruoli e responsabilità, coinvolgendo molte professionalità già presenti in azienda e integrando le nuove competenze necessarie. L’obiettivo è evitare che l’AI sia responsabilità di tutti e, proprio per questo, responsabilità effettiva di nessuno.

Governare l’AI significa anche stabilire come i casi d’uso vengono proposti, valutati, approvati, messi in esercizio e monitorati. Serve quindi un processo strutturato che accompagni ogni iniziativa lungo l’intero ciclo di vita, soprattutto quando coinvolge dati personali, informazioni riservate e processi critici.

In questo percorso, la classificazione del rischio diventa il punto in cui la governance smette di essere astratta e diventa concreta. Non tutti gli usi dell’AI sono uguali: un supporto alla redazione di documenti pubblici non ha lo stesso profilo di un sistema che prioritizza interventi manutentivi, tratta dati personali o incide su lavoratori e utenti. La policy deve quindi distinguere tra usi consentiti a diversi livelli di impatto e pratiche vietate.

Al centro della governance dell’AI non ci sono solo i dati, ma anche i modelli attraverso cui quei dati vengono interpretati, trasformati in outcome e incorporati nei processi decisionali. La policy deve quindi stabilire quali informazioni possono essere utilizzate, con quali strumenti, in quali ambienti e con quali limiti, ma anche come valutare altri elementi come la sicurezza, la privacy, la localizzazione, la portabilità e il rischio di lock-in.

Vi è poi la dimensione quotidiana dell’AI, quella più diffusa e spesso meno governata, che richiede confini chiari nell’uso di LLM, prompt e strumenti generativi: strumenti autorizzati, dati utilizzabili, verifica degli output, richiesta delle fonti e riconoscimento di allucinazioni, errori o contenuti inappropriati. A questo si aggiungono sicurezza, gestione degli incidenti e continuità operativa, perché rischi come ad esempio prompt injection, data leakage, bias, uso improprio e Shadow AI devono essere prevenuti, segnalati e monitorati lungo tutto il ciclo di vita dei sistemi. Infine, una policy efficace deve trasformarsi in capacità organizzativa attraverso formazione, AI literacy e indicatori di valore, diventando così un meccanismo vivo di apprendimento e miglioramento continuo.

In un’epoca in cui l’Intelligenza Artificiale si diffonde più velocemente della capacità delle organizzazioni di comprenderne gli effetti, la vera sfida non è adottarla, ma imparare a governarla. Una policy non rappresenta quindi un freno alla sperimentazione, bensì il presupposto che consente all’innovazione di trasformarsi in valore duraturo, evitando che velocità ed entusiasmo prendano il posto della consapevolezza

Solo così l’AI può diventare uno strumento di trasformazione sostenibile: non una nuova forma di dipendenza tecnologica, ma un’intelligenza aumentata capace di amplificare le nostre capacità, rafforzare il pensiero umano e generare valore senza sostituirsi alla nostra responsabilità.

E allora sì che potremo dire: per fortuna l’abbiamo.

Marzio Bonelli
SCRITTO DA Marzio Bonelli

Direttore ICT, Innovation Information Technology - MM Spa

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