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Luca Longo

Una figlia d’arte fra scienza e rivoluzione

Non deve essere stato facile crescere in una famiglia così. La storia di Irène Joliot-Curie comincia in un ambiente che definire “unico” è riduttivo. Nasce a Parigi il 12 settembre 1897, figlia di Pierre e Marie Salomea Skłodowska-Curie, i pionieri della radioattività che pochi anni dopo collezioneranno tre premi Nobel. Non gioca con le bambole, ma cresce circondata da strumenti di laboratorio, provette e campioni minerali che emanano una misteriosa luminescenza. La sua infanzia è già immersa nella scienza, tanto che la madre decide di farle seguire un percorso educativo “casalingo”: un circolo di bambini, figli di altri scienziati, a cui insegnano matematici, fisici e artisti come Henri Poincaré e Paul Langevin. 

Poi scoppia il conflitto che, almeno nelle intenzioni di H. G. Wells, “sarà la guerra che porrà fine a tutte le guerre”. Spoiler: non andrà così. Nel 1914, Marie Curie organizza unità mobili di radiologia da portare direttamente sul fronte franco-austriaco. Irène, poco più che diciassettenne, gioca già un ruolo decisivo. È lei che contatta piccole industrie francesi e le convince a costruire apparecchiature radiologiche montabili e trasportabili su camioncini in grado di muoversi nelle immediate retrovie invase dal fango. Tutti la guardano storto quando Irène prende la patente per poter guidare una di queste unità, subito ribattezzate “petites Curies”. Insieme alla mamma, tiene accelerati sul campo a medici ed infermieri spiegando loro come usare quegli apparati radiologici a raggi X per individuare proiettili e schegge nelle carni dei feriti e riuscire, così, a rimuoverli salvando numerose vite.

Per Irène, questa vita non è un addestramento da manuale scolastico: tra feriti e soldati mutilati, impara a usare la scienza come strumento concreto di salvezza. Un’esperienza che la segna e le inietta disciplina e sangue freddo. Non molte adolescenti possono dire di avere passato la giovinezza tra i fumi di polvere da sparo e le lastre radiografiche.

La formazione e l’incontro con Frédéric

Finita la guerra, Irène entra alla Sorbona. Studia matematica e fisica con una dedizione quasi ossessiva, laureandosi e poi iniziando un dottorato sotto la supervisione della madre. La sua tesi, discussa nel 1925, riguarda le radiazioni alfa emesse dal polonio, l’elemento che proprio Marie e Pierre avevano isolato. È un cerchio che si chiude, ma che si riapre subito con nuove domande scientifiche.

Nel laboratorio incontra Frédéric Joliot, giovane chimico dal temperamento vivace. Tra loro nasce una sintonia immediata, tanto professionale quanto personale. Si sposano nel 1926 e scelgono di unire anche i cognomi: Joliot-Curie. Non solo un atto di rispetto verso l’eredità di Marie, ma un modo per affermare una collaborazione paritaria, rara per l’epoca. Nella coppia non esiste il genio solitario: ci sono discussioni accese, esperimenti condivisi, risultati firmati insieme.

La loro casa diventa presto un luogo in cui lavoro e vita familiare si intrecciano. Tra strumenti di laboratorio e fasce-pannolino (avranno due figli, Hélène e Pierre, entrambi – tanto per cambiare – destinati a brillanti carriere scientifiche), la scienza non è un mestiere, ma l’aria che si respira quotidianamente.

La radioattività artificiale: la scoperta che cambia tutto

Negli anni ’30, i due Joliot-Curie si concentrano su un’idea audace: è possibile produrre isotopi radioattivi non presenti in natura? La loro intuizione è che, bombardando determinati elementi con particelle alfa, si possano ottenere atomi instabili e, quindi, radioattivi.

Nel 1934 arriva la prova decisiva. Colpendo l’alluminio con particelle alfa, ottengono il fosforo-30, un isotopo instabile che emette positroni. È la radioattività artificiale.

Per la prima volta nella storia, l’umanità non si limita a osservare la radioattività naturale, ma la crea in laboratorio.

Le implicazioni sono enormi. In medicina, apre la strada all’uso degli isotopi “fai da te” per diagnosticare e trattare malattie. In fisica, fornisce nuovi strumenti per sondare i nuclei atomici. In chimica, consente di tracciare reazioni con marcatori radioattivi.

Il riconoscimento arriva l’anno dopo: nel 1935 Irène e Frédéric ricevono insieme il premio Nobel per la Chimica. Irène diventa la seconda donna a vincere un Nobel in questa disciplina dopo sua madre. Due generazioni consecutive di Nobel: un record che ancora oggi lascia sbalorditi.

In realtà, il premio avrebbero potuto vincerlo prima o addirittura vincerne tre, erano stati proprio loro, infatti, i primi a scoprire sperimentalmente sia il neutrone che il positrone, senza però riuscire a interpretare correttamente i risultati, cosa che invece faranno James Chadwick e Carl Anderson, ai quali andrà il prestigioso premio (per la Fisica) rispettivamente nel 1935 e nel 1936.

Una scienziata impegnata anche nella politica

Irène non si limita a vivere tra provette e reattori. Negli anni ’30 si avvicina al Fronte Popolare, prende posizione contro la minaccia fascista, sostiene i movimenti pacifisti. La scienza, per lei, non è mai separata dalla società. 

Agli albori della Seconda guerra mondiale, Irène e Frédéric interrompono la ricerca sulla fissione nucleare per impedire che cada nelle mani dei nazifascisti. Entrambi partecipano alla Resistenza francese: proteggono documenti e attrezzature, nascondono scienziati perseguitati, si oppongono apertamente ai nazisti. Irène si rifugia con i figli in Svizzera, Frédéric invece resta in Francia sotto falso nome, per difendere il laboratorio e contribuire alla liberazione di Parigi usandolo come arsenale. Una scelta coraggiosa, per la quale riceve la Croix de guerre.

Dopo la Liberazione, l’impegno di Irène continua. Nel 1946 diventa sottosegretaria di Stato alla Ricerca Scientifica e, due anni dopo, direttrice dell’Istituto del Radio. Entra nella Commissione Francese per l’Energia Atomica. Entra anche nel Comitato Nazionale dell’Unione delle donne francesi e nel Consiglio Mondiale della Pace, perseverando nel suo impegno sociale. Sotto la sua guida viene realizzato il primo reattore nucleare francese, soprannominato “Zoé”. È il simbolo di una Francia che cerca di ricostruirsi anche attraverso l’energia atomica.

Una vita in laboratorio

La vita di Irène è costellata di episodi che ne mostrano il volto più umano, quello nascosto dietro la scienziata rigorosa. Un giorno, durante un esperimento, una capsula contenente polonio le esplode letteralmente tra le mani: fortunatamente, non si contamina ma ne riporta gravi ustioni, segno del prezzo altissimo che lei e molti suoi colleghi pagano e pagheranno per la mancanza di adeguate protezioni contro le radiazioni. 

Anni prima, nel 1921, aveva accompagnato sua madre Marie in un viaggio memorabile negli Stati Uniti. Fu testimone di un gesto straordinario di solidarietà internazionale: le donne americane, con una raccolta fondi, regalarono a Marie un grammo di radio, che all’epoca aveva un valore astronomico, pari a centomila dollari. Irène rimase colpita da quell’episodio, che le mostrava quanto la scienza potesse unire comunità lontane. 

La sua quotidianità è fatta di lunghissime giornate in laboratorio, spesso di dodici o sedici ore, tra camici impregnati di polveri radioattive e un impegno che nessuno allora immagina possa avere conseguenze mortali a lungo termine. Eppure, lei non cambia mai il suo stile di vita: sobria, schiva alle cerimonie e agli onori, preferisce il contatto diretto con i suoi studenti e l’atmosfera concreta del laboratorio. Sa essere severa, ma anche capace di un entusiasmo travolgente ogni volta che un esperimento conferma una teoria.

Il prezzo della scienza

Il lavoro incessante e l’esposizione alle radiazioni hanno un costo altissimo. Negli anni ’50 la sua salute peggiora: le viene diagnosticata una leucemia, la stessa malattia che aveva ucciso sua madre. Nonostante le cure, muore il 17 marzo 1956, a soli 58 anni. È sepolta insieme a Frédéric, morto pochi anni dopo, a Sceaux, vicino Parigi.

Come Marie, anche Irène paga con la vita l’assenza di consapevolezza dei rischi connessi alla radioattività. Una tragedia che però non cancella la grandezza delle sue scoperte, anzi la rende ancora più evidente: la scienza, allora come oggi, è fatta di rischi e sacrifici.

Un’eredità che continua

L’eredità di Irène è duplice. Da un lato, la radioattività artificiale, che ha rivoluzionato la medicina e la ricerca scientifica. Dall’altro, un modello di impegno civile: la scienza non può essere neutrale, ma deve confrontarsi con la società, la politica, la storia. E prendere posizione. E difenderla.

I suoi figli, Hélène e Pierre, intraprenderanno carriere scientifiche di alto livello, confermando una tradizione familiare che attraversa tre generazioni. E ancora oggi, non solo i quaderni di laboratorio di Marie ma anche quelli di Irène sono conservati in contenitori di piombo, tanto sono radioattivi. Un dettaglio quasi surreale, che ci ricorda la potenza e al tempo stesso la pericolosità delle sostanze con cui hanno lavorato.

Irène Joliot-Curie non è solo la “figlia di” due giganti della scienza. È una protagonista autonoma, che ha saputo raccogliere un’eredità enorme e trasformarla in qualcosa di nuovo. Una scienziata, una politica, una combattente della Resistenza. Una donna che, con passione e coraggio, ha lasciato un segno che illumina ancora oggi il nostro presente.

Luca Longo
SCRITTO DA Luca Longo

Chimico industriale, Chimico teorico, Giornalista, Comunicatore e divulgatore scientifico.

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