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Autopoiesi. Il termine è di Humberto Maturana, un neurobiologo, ma lo usa anche Luhmann, un filosofo. Entrambi – che lo si applichi alla neurologia o alla società – lo usano per descrivere quella caratteristica dei sistemi (viventi o sociali, appunto) che consiste nell’auto-organizzazione, nell’auto-definizione, nell’auto-alimentazione, nell’auto-controllo. In sostanza, un sistema autopoietico ridefinisce continuamente le regole del gioco per la sua esistenza. Nulla di male, in fondo, se non fosse che l’autopoiesi è quel fenomeno che spiega perché non usciremo (facilmente) dalla crisi.

Lo spiega in quanto a ben guardare il sistema politico, quello giudiziario, il sistema economico, quello universitario, sono tutti sistemi autopoietici. Ma sono sistemi autopoietici che hanno smesso da tempo di essere funzionali alla “società” intesa in senso amplio – come dovrebbero in un sistema democratico (in cui proprio i controlli incrociati e le interdipendenze reciproche dovrebbero garantirne il funzionamento) per divenire funzionali a sé stessi. Si sono trasformati in sistemi autoconsistenti ed autoreferenziali, nei quali anche le spinte verso il miglioramento che possono venire dai singoli individui sono inesorabilmente soffocate dal sistema stesso, che le valuta non in funzione della loro utilità generale, ma dell’utilità rispetto agli interessi particolari del contesto specifico nel quale vengono concepite.

Nulla di più del concetto corporativo di tutela della “casta”. Ma applicato in un contesto in cui ogni gruppo è casta, e finisce per proteggere sé stesso a spese della società. Con il risultato inevitabile di portare l’uno e l’altra verso il baratro. Quando lo scopo dei diversi sistemi che compongono la società non è più quello di creare benessere per il Paese ma diventa esclusivamente quello di auto-tutelarsi (alle spalle della società), e manca la lungimiranza necessaria per capire che ognuno dovrebbe fare un passo indietro, invece di arroccarsi per tutelare i propri privilegi, il risultato non può che essere nefasto. Politici per i politici, imprenditori per gli imprenditori, operai per gli operai, persino disoccupati per i disoccupati o studenti per gli studenti. Nessuno, nel timore di perdere il tanto o il poco conquistato, fa un passo indietro. Nessuno che voglia o sappia vedere oltre il proprio sistema per guardare al “sistema Italia” nel suo insieme. E nessuno, quindi, che si rende conto che l’unico modo per non perdere tutto è essere tutti disposti a perdere qualcosa.

Un’autoreferenzialità che nella tutela degli interessi di un gruppo – quale esso sia – finisce per il consumare il sistema nel quale tale gruppo vive. Un po’ come un virus. O un’infezione. Così che l’attenzione di tutti è rivolta ai sacrifici degli altri, senza che nessuno sia realmente disposto ad affrontarne in prima persona, schermandosi dietro il “tana libera tutti” dei diritti acquisti. Diritti che vengono trattati come se fossero elementi di diritto naturale, piuttosto che elementi di un diritto positivo che – cambiato il mondo – possono e devono cambiare con esso. Altrimenti, si dovrà saper spiegare alle nuove generazioni (o perdute che dir si voglia) – sulle quali graverà il peso degli errori delle generazioni precedenti – che dovranno battersi per difendere diritti acquisiti da altri, per onorare i quali loro rimarranno senza alcun diritto.  O quantomeno senza la possibilità concreta di difenderlo.

Autopoiesi ed autoreferenzialità stanno conducendo la nostra società verso un vicolo cieco per evitare il quale serve un cambiamento: un’innovazione che non può che essere – come direbbe Clayton Christenen – di tipo disruptive. Non bastano né servono riforme. Il passato recente ha più volte dimostrato come l’adattività dei sistemi sia in grado di annichilire gli effetti di qualsiasi riforma.

Politica, Università, Società Civile, Lavoro non serve siano riformati. Devono essere rifondati. Non è più il momento di “evoluzioni nella continuità”: è il momento di cambiamenti radicali. Cambiamenti che ci consentano di rileggere e riconcepire la società in modo nuovo. Cambiamenti che richiedono un governo davvero “aperto” della cosa pubblica, e che per questo, inevitabilmente, passano per il digitale. Solo attraverso gli strumenti della rete potremo davvero garantire quei processi di partecipazione e collaborazione tra sistemi che possono tornare a far funzionare le Istituzioni e la società. Solo attraverso l’accesso si può promuovere la conoscenza dei diritti e favorire il loro esercizio. Per questo nel nostro Paese serve una rivoluzione digitale, per evitare la rivoluzione.

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