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Il Prologo: i corpi sugli ingranaggi

Berkeley, 1964. Un ragazzo di ventun’anni sale sui gradini di un’auto della polizia e parla a tremila studenti. Si chiama Mario Savio. Non ha ancora una carriera. Ha una convinzione.

“Questa università è governata come un’impresa. Il consiglio dei reggenti non è che un consiglio di amministrazione. Il rettore non è che l’amministratore delegato. Il corpo accademico è fatto da un mucchio di impiegati. E noi — noi siamo la materia prima che non intende essere trasformata in un qualsiasi prodotto.”

Poi arriva il punto che nessuno dimentica:

“C’è un’ora in cui le operazioni della macchina divengono così odiose, provocano tanto disgusto, che non si può più stare al gioco, neanche tacitamente. È allora necessario mettere i nostri corpi sugli ingranaggi e sulle ruote, sulle leve e su tutto l’apparato della macchina per fermarla.”

Studenti come materia prima. Università come fabbrica. Unica risposta possibile: bloccare fisicamente la macchina con i corpi.

Chaplin lo aveva già filmato nel 1936. Tempi Moderni. L’operaio inghiottito dagli ingranaggi. La differenza è che Chaplin lo usava come metafora. Savio lo trasforma in strategia politica.

Trentadue anni dopo, un texano con gli stivali da cowboy riprende gli stessi temi. Solo che questa volta le identità non avranno corpo.

Il Texano con gli Stivali da Cowboy

Si chiama John Perry Barlow. Scrive testi per i Grateful Dead. Time lo mette tra i dieci musicisti più influenti della storia del rock. E nel 1996, tra un concerto e l’altro, trova il tempo di scrivere una Dichiarazione d’Indipendenza. Non per un paese. Per internet.

“Le nostre identità non hanno corpo. Non possiamo essere coerciti con la forza fisica. La sola legge che tutte le nostre culture riconoscono è la Regola d’oro.”

Un poeta psichedelico che immagina il cyberspazio come un concerto dei Dead: tutti dentro, nessuno escluso, niente padroni, niente corpi. Solo musica e condivisione e libertà diffusa nell’aria come fumo.

C’è una cosa che quasi nessuno ricorda: i Grateful Dead avevano inventato il copyleft prima di Stallman. Solo con i nastri analogici. Ogni concerto era irripetibile, ma soprattutto era registrabile, condivisibile, redistribuibile. La taper section — quella fila di microfoni sul fondo, riservata ai fan con le bobine — era open source in formato musicale. Il nastro girava gratis tra i fan. Nessuno chiedeva royalties. Nessun avvocato. Solo la musica che si moltiplicava come pane.

Barlow lo sapeva perché ci viveva dentro. Quando scrive la Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio, non sta teorizzando. Sta trascrivendo quello che aveva già visto funzionare ogni sera dal vivo.

È il 1996. È bellissimo ed è completamente sbagliato. Ma ci arriviamo.

Il Monaco

Richard Stallman non ha mai sentito i Grateful Dead. O forse sì, ma sicuramente non usa Spotify per farlo. Non usa Gmail. Non usa WhatsApp. Non usa praticamente niente che non abbia potuto ispezionare riga per riga nel codice sorgente. È un monaco medievale capitato nel futuro per errore — e il futuro, va detto, non sembra particolarmente contento di averlo.

Da quarant’anni combatte una guerra solitaria e apparentemente ridicola: il software deve essere libero. Libero non nel senso di gratis. Libero nel senso di non essere posseduto da qualcun altro. La sua arma? Le licenze. Sì, le licenze. Documenti legali. Testi giuridici. Mentre il resto del mondo costruisce startup e cambia il mondo, Stallman scrive clausole.

Eppure, ha ragione. Chi controlla il codice controlla il comportamento. Chi controlla il comportamento controlla tutto il resto. È una questione politica travestita da questione tecnica. Stallman lo sa da prima che la maggior parte di noi sapesse cos’è un sistema operativo. Costruisce GNU. Inventa il copyleft. Passa quarant’anni a dire no. E sopravvive.

L’Hacker

Aaron Swartz non costruisce sistemi. Li attraversa. È uno dei padri di RSS a quattordici anni. Co-fondatore di Reddit. Attivista. Genio scomodo. La sua convinzione è semplice e devastante: la conoscenza deve essere libera. Non in senso filosofico. In senso pratico, immediato, adesso.

Nel 2010 entra nella rete del MIT con un laptop nascosto in un armadio e scarica quattro milioni di articoli accademici da JSTOR. Articoli scritti da ricercatori, pagati con fondi pubblici, poi rinchiusi dietro un paywall da cinquanta dollari a pezzo. Non li pubblica. Non li vende. Li scarica.

Il governo federale americano gli contesta tredici capi d’accusa. Fino a trentacinque anni di prigione.

Aaron Swartz aveva ventiquattro anni. Nel 2013 si toglie la vita.

Bruce Springsteen e Tom Morello, nel 1999, avevano già scritto la sua storia. The Ghost of Tom Joad: 

“Wherever somebody’s fighting for a place to stand / or a decent job or a helping hand / wherever somebody’s struggling to be free / look in their eyes mom you’ll see me.”

Swartz scarica quattro milioni di articoli in un armadio del MIT. È Tom Joad con un laptop. Stesso nemico. Diverso mezzo. Stessa fine.

Il Bombarolo

Fabrizio De André lo sapeva. Non lo sapeva con le licenze come Stallman, non lo sapeva con un laptop in un armadio come Swartz. Lo sapeva con quella cosa scomoda che si chiama empatia radicale. Il Bombarolo esce nel 1975, un anno in cui in Italia le bombe erano notizia quotidiana. De André non scrive una condanna. Non scrive nemmeno una giustificazione. Scrive qualcosa di molto più insopportabile: una comprensione.

Il suo Bombarolo non è un mostro. È il prodotto logico di un sistema che ha tolto a qualcuno tutti gli altri linguaggi. Quando non puoi scrivere codice libero, quando non puoi distribuire la conoscenza, quando nessun canale è rimasto aperto — ti rimane l’esplosivo. Non come scelta. Come grammatica residua.

Ted Kaczynski aveva letto il Bombarolo di De André al contrario. Invece di scrivere la canzone, aveva deciso di diventare il personaggio. Capiva la diagnosi. Sbagliava il mezzo. Di molto.

De André capisce che il Bombarolo è una metafora necessaria — il punto limite dove il sistema produce i suoi rifiuti umani più spettacolari. Kaczynski pensava che la metafora necessitasse di detonatori veri. Risultato: trentasei anni in un carcere federale del Colorado, e un manifesto che nessuno cita senza sentirsi a disagio.

De André invece lo puoi citare a cena. E quella è tutta la differenza.

Quando un no è un sì alla vita

Fermiamoci un secondo. Perché stiamo parlando di tre persone — e di un poeta — che hanno detto no. In modo diverso, con conseguenze diverse, con una diversa proporzione di genialità e follia. E c’è una domanda che nessun saggio tecnologico si fa mai perché fa troppo male:

Cosa costa, davvero, dire no?

Enzo Avitabile lo canta con quella voce che sembra venire dal centro della terra: “Quando un no è un sì alla vita — viva il no.” Rancore — che non è uno pseudonimo scelto a caso — costruisce interi album sulla stessa domanda: quanto costa restare interi in un sistema che premia chi si adatta? La risposta non è mai rassicurante.

Non è un’apologia della ribellione. È qualcosa di più scomodo: è il riconoscimento che certi rifiuti non sono errori di valutazione. Sono atti di sopravvivenza.

E qui entra il rap. Perché il rap — prima del mainstream, prima delle sponsorizzazioni, prima che diventasse colonna sonora dei trailer Marvel — era esattamente questo: un no sistematico, ritmato, urlato in faccia a chi non voleva sentire.

Chuck D dei Public Enemy diceva che la musica nera era stata colonizzata, digerita e restituita senza crediti. Stessa struttura esatta di Swartz: la conoscenza prodotta da tutti, privatizzata da pochi, restituita dietro pagamento. Fight the Power esce nel 1989. Stesso anno della GNU GPL di Stallman. Non è un caso. È lo stesso no detto in due lingue diverse.

De André diceva no con le parole — metodo poetico, diagnosi precisissima. Swartz diceva no con un laptop in un armadio — metodo legittimo, conseguenze letali. Stallman dice no con le licenze — metodo noiosissimo, sopravvivenza garantita.

Il sistema ha una soglia di tolleranza molto precisa per i no. Li lascia stare finché non fanno paura abbastanza. Il problema è che tutti questi “no” avevano ancora bisogno di un nemico. Un sistema contro cui opporsi. Un potere da sfidare.

E poi succede qualcosa

I sogni di Barlow, Stallman e Swartz si realizzano. Il software diventa open source. La conoscenza circola. Wikipedia esiste. ArXiv esiste. GitHub esiste. Il web esplode di contenuti liberi e licenze Creative Commons e articoli scaricabili e codice condivisibile. Tutto va nella direzione giusta.

E invece no.

Perché mentre loro combattono per liberare accesso e codice, qualcun altro cambia le regole del gioco. Silenziosamente. Legalmente. Con i termini di servizio che nessuno legge. Non serve più chiudere il codice. Non serve più bloccare l’accesso. Basta fare una cosa molto più semplice: assorbire tutto.

Roger Waters lo aveva scritto nel 1992. Amused to Death: non la censura, non il divieto, non il muro. L’intrattenimento totale. La libertà che non viene proibita — viene resa irrilevante. Trent’anni prima dei modelli linguistici. Waters non parlava di algoritmi. Parlava di un sistema che smette di vietare e inizia a saturare. Stesso risultato.

La fine della libertà come la conoscevamo

Barlow aveva scritto che senza corpi non c’è coercizione. Aveva torto nel modo più elegante possibile. La coercizione più efficace non ha bisogno di corpi. Ha bisogno di pattern. Di dati. Di miliardi di testi e immagini e conversazioni e articoli — compresi quelli che Swartz voleva liberare — usati per addestrare sistemi che ora rispondono al posto tuo.

Oggi non ti vietano di leggere. Ti leggono. Non ti impediscono di accedere alla conoscenza. La usano per allenarti a chiedere nel modo giusto. Non controllano il software nel senso classico. Controllano i modelli. E i modelli non sono codice. Sono comportamento.

Stallman voleva che tu potessi vedere il codice. Swartz voleva che tu potessi leggere i contenuti. Barlow voleva che potessi essere libero senza nemmeno accorgertene, come a un concerto. Oggi puoi fare tutte queste cose. Eppure…

E Mario Savio? Lui voleva mettere i corpi sugli ingranaggi per fermare la macchina. La macchina di oggi non ha ingranaggi visibili. Non ha leve. Non ha un posto dove appoggiarsi per bloccarla. È già dentro.

Il sogno realizzato è invisibile

C’è qualcosa di profondamente ironico in tutto questo. L’open source ha vinto. L’open access avanza. I contenuti circolano come Barlow aveva sognato. E nel momento in cui si sono realizzati, sono diventati materia prima.

Non vedi più il codice. Non vedi più la conoscenza. Vedi solo la risposta. Fluente, istantanea, rassicurante.

Il Monaco costruiva licenze per proteggere la libertà. L’Hacker rompeva barriere per liberare la conoscenza. Il Poeta capiva i Bombaroli meglio di quanto i Bombaroli capissero sé stessi. Barlow scriveva manifesti per un mondo senza corpi e senza padroni. Avevano ragione tutti e quattro.

E allora? Allora il problema è cambiato più velocemente della loro ribellione.

(Qui Virilio annuisce dalla sua poltrona e dice: ve l’avevo detto. Ma questa è un’altra storia.)

P.P.S. — quello che non avevano previsto

Pensavano che il problema fosse l’accesso. O il controllo. Non avevano ancora visto cosa succede quando il sistema smette di vietare e inizia a prevedere.

Un algoritmo che ti impedisce qualcosa è un problema politico. Un algoritmo che decide cosa è rilevante per te è un problema ontologico.

Non ti dice cosa non puoi fare. Ti suggerisce cosa non ti verrà nemmeno in mente fare.

I Talking Heads nel 1980 avevano già la risposta giusta, anche se non lo sapevano: Once in a Lifetime. “And you may ask yourself, well, how did I get here?” La libertà non si perde. Non viene rubata. Non viene proibita. Same as it ever was.

Si dimentica.

Fine. Ma non troppo.

Beppe Carrella
SCRITTO DA Beppe Carrella

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