Cadenze di inganno, ingorghi fantasma e il lavoro come ultima tecnologia che non sappiamo ripensare
Appunti disordinati di un rigattiere digitale
Appena finito di leggere un report di McKinsey sul futuro del lavoro. La cosa curiosa è che il report McKinsey non è nemmeno tra i peggiori. Anzi, rispetto a tanti allarmismi sull’AI, contiene una frase che molti ignorano: l’Europa potrebbe trovarsi non con una carenza di lavoro, ma con una carenza di lavoratori. E qui un ragionamento andrebbe fatto, ma in maniera diversa dai soliti modelli di rappresentazione.
Da ragazzo mi spiegavano che una sinfonia tende a cercare la propria conclusione. Poi scoprii la cadenza di inganno. Quel momento in cui tutto sembra pronto a risolversi e invece la musica prende un’altra strada. L’accordo che dovrebbe chiudere il discorso non arriva. La tensione resta aperta. La musica continua.
Da almeno dieci anni ho la sensazione che il dibattito sul futuro del lavoro sia una gigantesca cadenza di inganno. Ogni rapporto, ogni conferenza, ogni convegno segue lo stesso spartito. L’automazione avanzerà. L’intelligenza artificiale sostituirà alcune attività. Alcuni lavori spariranno. Ma non preoccupatevi. Ne nasceranno altri.
Ecco la tonica. L’accordo rassicurante. Peccato che arrivi sempre domani. I nuovi lavori del futuro assomigliano sempre di più a Godot: tutti ne parlano, tutti lo aspettano, nessuno l’ha ancora incontrato.
Ho letto di recente l’ennesimo rapporto sul futuro del lavoro. Dati seri. Grafici precisi. Simulazioni sofisticate. Persone intelligenti. Cinquantamila variabili su mille novantacinque mercati locali europei. Arrivato all’ultima pagina mi è rimasta addosso la stessa domanda.
E quindi?
Prima omissione: che cos’è il lavoro?
Questi documenti misurano il lavoro. Lo contano. Lo segmentano. Lo automatizzano. Lo riqualificano. Non lo definiscono mai.
Stiamo parlando di reddito? Di occupazione? Di dignità? Di identità? Di partecipazione sociale? Perché sono cose profondamente diverse. Un conto è perdere uno stipendio. Un altro è perdere il ruolo con cui ci raccontiamo agli altri. Se non distinguiamo queste cose, possiamo produrre rapporti impeccabili per decenni senza aver mai chiarito di cosa stiamo parlando.
La cadenza di inganno funziona anche così: se non definisci la tonica, puoi rimandare all’infinito il momento in cui ammettere che non arriverà.
Seconda omissione: meno persone, stessa paura
I demografi lo ripetono da anni. L’Europa invecchia. Nascono meno bambini. La popolazione attiva diminuisce. Contemporaneamente l’automazione avanza e l’intelligenza artificiale promette di fare ancora di più.
E quindi?
Se avremo meno persone e più tecnologia, perché continuiamo a ragionare come se il problema principale fosse la mancanza di posti di lavoro? La vera domanda potrebbe essere esattamente l’opposta. Chi farà il lavoro che resterà? Come distribuiremo il valore prodotto da macchine che non hanno bisogno di stipendio? Come organizzeremo una società con meno lavoratori e più capacità produttiva?
Domande molto più scomode. Molto meno adatte a un executive summary.
Terza omissione: l’elefante delle ore
Nel Novecento la settimana lavorativa si è progressivamente ridotta. La produttività è aumentata. Le macchine hanno sostituito il lavoro fisico. I computer hanno sostituito il lavoro cognitivo ripetitivo. Ora arriva l’AI.
Eppure, continuiamo a ragionare come se il modello definitivo fosse quaranta ore, cinque giorni, una carriera, una pensione. Come se fosse una legge della fisica. Nessuno nei grandi rapporti si chiede seriamente se nel 2040 lavoreremo venti ore. O quindici. O in forme che oggi non sappiamo ancora nominare.
L’elefante nella stanza non è l’intelligenza artificiale. L’elefante è la domanda sulle ore di lavoro. La vediamo tutti. Non la nominiamo.
L’ingorgo fantasma
Esiste un fenomeno curioso nelle autostrade e non solo. Lo chiamano ingorgo fantasma. Si crea una coda gigantesca senza che esista alcun incidente. Qualcuno frena. Quello dietro frena un po’ di più. Poi ancora un po’. Finché migliaia di automobili restano bloccate da qualcosa che non esiste più.
Il dibattito sul lavoro è diventato un ingorgo fantasma. Per decenni abbiamo imparato una formula: crescita economica, nuove tecnologie, nuovi lavori, più occupazione. Era vero. Funzionava. Ma forse oggi continuiamo a frenare nello stesso punto anche se la strada è completamente cambiata.
I nuovi lavori dell’era AI? Per ora vediamo soprattutto: AI trainer, AI auditor, esperti di governance, specialisti di compliance. Professioni importanti. Ma non stiamo vedendo l’esplosione occupazionale delle rivoluzioni precedenti. L’automobile creò meccanici a milioni. L’elettricità creò elettricisti. Internet creò sviluppatori, sistemisti, webmaster. L’AI per ora crea soprattutto questo: una persona che fa il lavoro che prima richiedeva tre persone. Non è occupazione. È produttività. Non è la stessa cosa.
Stiamo aspettando una tonica che forse suona in un’altra tonalità.
Il cultural lag e la vera innovazione che non riusciamo a immaginare
Nel 1930 Keynes scrisse che entro un secolo avremmo lavorato quindici ore alla settimana. Non per pigrizia. Per produttività. La produttività è arrivata. Le quindici ore no. Eccoci qui: connessi ventiquattro ore su ventiquattro, email alle undici di sera, riunioni che generano riunioni, dashboard che producono dashboard. Non abbiamo usato la tecnologia per liberare tempo. Abbiamo usato il tempo liberato per inventarci altro lavoro.
William Ogburn, nel 1922, aveva già capito perché. La sua teoria del cultural lag dice una cosa semplice e feroce: la tecnologia cambia più velocemente della cultura. Le macchine accelerano. Le istituzioni arrancano. Le leggi inseguono. Le abitudini resistono. Le idee restano indietro.
Per questo sappiamo immaginare un’intelligenza artificiale che scrive codice, compone musica, diagnostica malattie. Ma continuiamo a ragionare sul lavoro con categorie che avrebbero riconosciuto perfettamente i nostri bisnonni. Abbiamo reinventato la comunicazione, i trasporti, l’informazione, l’intrattenimento, il denaro. Il lavoro no. Il lavoro è rimasto intoccabile. Come se fosse sacro.
La vera innovazione che non riusciamo a immaginare non è l’intelligenza artificiale. Quella la vediamo, la fotografiamo, quotiamo il valore di una persona dalla quantità di ore che vende sul mercato. Una società che smetta di chiedere “che lavoro fai?” come prima domanda, come domanda identitaria, come domanda di valore.
Il sottoprodotto
Da rigattiere so che le cose più interessanti non sono mai il prodotto principale. Sono i sottoprodotti. Quello che rimane sul bordo del tavolo quando tutti guardano altrove.
Agli inizi degli anni Novanta lavoravo a un ragionamento che chiamavamo PAM. Più A Meno. L’idea era semplice: più andiamo avanti, più riusciremo a produrre con meno. Meno risorse energetiche. Meno risorse ambientali. Meno tempo. Meno pericolo. Avremmo impiegato meno cose per produrre meglio e in quantità maggiore.
Eravamo abbastanza soddisfatti di noi stessi.
Peccato che non avessimo capito una cosa. Alla fine, avremmo usato anche meno risorse umane. La variabile più ovvia era quella che non riuscivamo a vedere. O forse quella che non volevamo vedere. Non perché fossimo ingenui. Ma perché era la domanda proibita. Lo è ancora adesso, trent’anni dopo.
Il sottoprodotto dell’intelligenza artificiale non è l’efficienza. Non è l’automazione. Non è nemmeno la disoccupazione tecnologica.
Il vero sottoprodotto è questa domanda, che continuiamo accuratamente a rimandare: chi siamo quando non siamo occupati?
Non è una domanda filosofica per convegni domenicali. È la domanda più concreta e scomoda che l’AI sta mettendo sul tavolo. Perché l’identità occidentale moderna è costruita interamente sull’occupazione. Togli il lavoro e la persona rimane nuda davanti a uno specchio che non sa più cosa riflettere.
Questa è la conversazione che non facciamo. Nei rapporti non c’è. Nei convegni non c’è. Nelle policy europee non c’è.
C’è solo la cadenza di inganno. L’accordo rassicurante che rimanda la tensione. I nuovi lavori sempre a dieci anni di distanza. L’ingorgo fantasma di milioni di automobili ferme per qualcosa che non esiste più.
E quindi?
Forse la risposta non riguarda il lavoro. Forse riguarda il coraggio di fare la domanda giusta.
P.S. Keynes aveva ragione sui numeri. Aveva torto su di noi. Noi continuiamo a confondere il lavoro con il significato. Nel frattempo, le macchine hanno imparato a risparmiare lavoro. Noi no. Infatti, siamo bravissimi a prevedere cosa faranno le macchine. Molto meno a prevedere cosa faranno gli esseri umani quando le macchine avranno finito il turno.
















