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In un mondo sempre più dominato dalle multinazionali dell’Information Technology (IT), il software Open Source, o meglio il Free and Libre Open Source Software (FLOSS), che include tutte le sue declinazioni, offre straordinarie opportunità per promuovere la sostenibilità digitale dei processi. Grazie al modello di sviluppo insito in questi progetti, è possibile recuperare il controllo su processi e dati, fornendo ai cittadini servizi e infrastrutture di elevato valore culturale e persino politico.

Per chiarire meglio il senso della precedente affermazione, riteniamo importante esporre alcuni aspetti fondamentali in questa ottica.

Il modello di sviluppo dominante attuale

Dopo i terribili anni del Covid è diventato ancora più imperante il dominio a livello globale delle multinazionali dell’IT, grazie al fatto che il confinamento spaziale ha fatto emergere globalmente l’importanza della tecnologia. L’urgenza del momento, nel quale i decisori hanno dovuto attivare strategie efficaci in poco tempo, ha generato generalmente un enorme volume di affari per queste compagnie, aprendo problematiche molto serie sul trattamento dei dati sensibili e sul rispetto della privacy dell’utente. Questo dominio si ripercuote sulle tecnologie e sui formati dei dati adottati, che riflettono gli interessi aziendali più che gli standard condivisi su larga scala a livello internazionale. Lo sviluppo del software risponde in genere alle logiche aziendali basate sul profitto, sullo sfruttamento della forza lavoro e sul pagamento di meno tasse possibile per incrementare l’utile aziendale. Il flusso economico è costituito dal costo delle licenze e va verso il paese in cui ha sede fiscale l’azienda produttrice del software proprietario.

Lo sviluppo del FLOSS

Il FLOSS si basa su uno sviluppo che parte dalle comunità che sostengono i vari progetti e si articola su basi volontaristiche e dal basso. I volontari, animati da una fortissima passione per la tecnologia, l’indipendenza e la libertà di pensiero, sottraggono una parte importante della propria vita in nome di un ideale che pone al centro il rispetto dell’utente e la volontà di produrre un software più vicino alle esigenze degli utenti, anziché a logiche commerciali, i propri principi cardine. Da questo afflato derivano le principali caratteristiche dei progetti FLOSS: libertà di usare in senso lato il software e di modificarlo per migliorarlo ed arricchirlo, l’essere disponibile per le principali piattaforme (Windows, Linux e macOS) e in molte lingue, al fine di ridurre il divario digitale dovuto alla lingua madre. I progetti FLOSS che hanno fatto la storia di Internet e sono strumenti essenziali per il suo funzionamento, si basano sulle donazioni degli utenti per sostenere i costi di esercizio ed il funzionamento. Il FLOSS non richiede il pagamento di licenze d’uso (la prima delle 4 libertà fondamentali del Free Software: libertà di usare, studiare, condividere e migliorare), ma, in ambito aziendale, richiede di avvalersi di consulenti per la formazione, la personalizzazione e la manutenzione. Ciò comporta un flusso economico sul territorio, in favore di aziende locali.

La sostenibilità va costruita e mantenuta

Un  software multipiattaforma, liberamente utilizzabile e modificabile, permette di realizzare, senza dubbio, un’infrastruttura più sostenibile rispetto a quella del software proprietario, con un flusso economico più virtuoso, ma non è banale da realizzare. Una simile infrastruttura va accuratamente preparata nei suoi aspetti fondanti e perseguita con decisione per vincere le ritrosie che spesso si annidano nei modi di operare consolidati nel tempo, poco inclini all’innovazione e allo sviluppo. Inoltre, sovente si tratta di resistere alla pressione di potenti portatori di interesse che forzano l’adozione di software proprietario, alimentando falsi miti.

Rivestono un ruolo fondamentale la sicurezza dell’applicativo, onde garantire la privacy degli utenti e un corretto utilizzo dei dati sensibili, oltre all’affidabilità delle stazioni client nell’uso di applicativi aziendali e ai formati dei dati disponibili, che devono essere aperti e standardizzati per consentire l’interoperabilità tra sistemi e applicativi.

Casi d’uso significativi

Tra la moltitudine di prodotti FLOSS che costituiscono l’essenza delle applicazioni disponibili su Internet, che vanno dai sistemi operativi Linux alle infrastrutture Cloud, dai database ai server web e ai Content Management Systems (CMS), dai browser web ai software di produttività (documenti di testo, fogli elettronici, diagrammi e disegni, presentazioni multimediali), presentiamo in maggior dettaglio LibreOffice, il browser web Mozilla e il software di videoconferenza Jitsi.

LibreOffice

LibreOffice è il software FLOSS più utilizzato per la produttività. Nasce nel 2010, promosso e gestito da The Document Foundation (TDF), fondazione no-profit con sede in Germania , che ne cura la gestione e lo sviluppo. LibreOffice è l’evoluzione di OpenOffice, nata nel 2001 dall’acquisizione da parte di Sun Microsystems di StarOffice, un’azienda tedesca. Dopo l’acquisizione da parte di Oracle di Sun Microsystems nel 2008, la Community decise, nella conferenza OpenOffice 2009 a Orvieto (PG), di abbandonare OpenOffice, avviare una raccolta fondi per costituire TDF e poi lanciare il nuovo prodotto LibreOffice. Questo è pertanto il software nato e sviluppato in Europa, ed è l’emblema della sovranità digitale europea. TDF e LibreOffice sono stati inoltre fondamentali nello sviluppo del formato standard di dati aperto Open Document Format (ODF), che rappresenta l’unico vero standard aperto per la memorizzazione dei dati. Gli utenti stimati per difetto (gli utenti Linux utilizzano il software di default) sono oltre 200 milioni. Grazie a un’attivissima comunità di traduttori, l’interfaccia utente è disponibile in oltre 120 lingue, mentre sono oltre 150 i dizionari disponibili per il controllo ortografico del testo. La comunità è inoltre composta da oltre 1000 sviluppatori unici. Vengono rilasciate due release all’anno. Il software si aggiorna in automatico per le correzioni che vengono rilasciate sistematicamente.

Firefox

Gestito dalla fondazione senza fini di lucro Mozilla Foundation, il browser Firefox, multipiattaforma (Windows, Linux, macOS, Android e iOS), si distingue per leggerezza, protezione  dei dati personali e sicurezza. Anche Firefox ha una community molto attiva, l’interfaccia utente è disponibile in oltre 100 lingue, sono disponibili altre 20000 estensioni e temi personalizzati. Le sue caratteristiche di leggerezza (ha sviluppato un motore grafico indipendente, Gecko), filtraggio dei messaggi pubblicitari e protezione dei dati personali lo rende lo strumento eletto per coloro che hanno a cura queste caratteristiche così importanti anche nel contesto della sostenibilità digitale.

Jitsi

Jitsi è uno dei software più popolari per la videoconferenza. Il codice è FLOSS puro, disponibile su GitHub. I numeri sono difficili da calcolare perché ognuno può scaricare il software sulla propria rete e utilizzarlo. È disponibile un servizio pubblico su infrastrutture messe a disposizione dal progetto che conta oltre 20 milioni di utenti attivi al mese. Su GitHub sono disponibili tutti i componenti per realizzare anche lo streaming su canali come YouTube o altri. La governance del progetto è particolare per il mondo FLOSS, in quanto il progetto è stato acquisito dall’azienda 8×8 che ha mantenuto in vita e alimenta la community del progetto. La stessa azienda ha incorporato il software nelle sue offerte commerciali ed offre un servizio Cloud Jitsi As A Service (JAAS) a pagamento. L’interfaccia utente è tradotta in oltre 40 lingue.

Lo strano caso della IA e dell’Open Source

L’Intelligenza Artificiale (IA) ha registrato negli ultimi anni un notevole avanzamento tecnologico. I modelli di IA sono oggi in grado di comprendere input multimodali, cioè caratterizzati da una natura eterogenea (testo, foto, video, documenti), e di produrre output comprensibili per gli esseri umani. Tra la fine del 2024 e il 2025 abbiamo potuto assistere alla comparsa di agenti IA, cioè di automi in grado di ricevere compiti e eseguirli anche quando l’utente non è fisicamente davanti alla tastiera del computer a dare ordini e supervisionare i lavori svolti, il che crea nuove possibilità di automazione che prima non erano possibili. In questo scenario di forte cambiamento, appare quanto mai ragionevole la necessità di adottare e sfruttare queste tecnologie, smarcandosi dalle grandi multinazionali e corporazioni che ne possono detenere il controllo. Per questo oggi alcuni utenti avanzati stanno iniziando a utilizzare modelli di IA in locale, che utilizzano cioè le risorse computazionali messe a disposizione dai dispositivi hardware dell’utente stesso. Con una ricerca rapida e semplice su Internet, è possibile trovare migliaia di modelli di intelligenza artificiale scaricabili sul proprio computer e utilizzabili in locale, pagando di fatto solo la corrente elettrica necessaria al funzionamento del proprio elaboratore. La quasi totalità dei modelli che possono essere scaricati si definisce open source in quanto tecnicamente i pesi delle interconnessioni neuronali che compongono l’intelligenza artificiale sono leggibili anche da un umano, e di conseguenza possono essere utilizzabili dal processore dell’utente per svolgere i calcoli necessari a rispondere alle domande e ai prompt che si vuole trattare. A nostro parere, questo solleva molte domande: è sufficiente che un modello di intelligenza artificiale abbia i pesi esposti in chiaro per definire l’IA open source?
L’idea alla base dei sistemi open source è la possibilità di modificarli, riprodurli, portarne cioè dei cambiamenti e delle migliorie mantenendo la licenza originale.
Tuttavia questo è solo in parte possibile con la maggior parte di questi modelli, in quanto non è noto il dataset con cui sono stati allenati, l’hardware che è stato utilizzato per allenarli, l’algoritmo di allenamento, il tempo di macchina necessario per realizzare questa intelligenza artificiale, e così via.
Alcuni degli esempi più noti sono: Gemma, LLama, DeepSeek, Qwen e Mistral, che sono modelli scaricabili e molto popolari tra ricercatori e utenti evoluti.
Questi modelli, che nell’opinione comune sono Open Source, sarebbe più corretto chiamarli Open Weights, in quanto l’unica cosa che hanno in chiaro sono i pesi delle neuro sinapsi artificiali.
La filosofia originale dei software open source, che origina dalle 4 libertà del Free Software, prevederebbe invece che tutto dovrebbe essere in chiaro.
Ad oggi le principali IA completamente Open Source sono:

Olmo 3.1, la IA open al momento più promettente, aggiornata al 2026 e disponibile al download in diversi tagli per adattarsi a diverse esigenze e diversi elaboratori;
OpenFlamingo, rilasciato nel 2023 come progetto nato dalla collaborazione di varie università americane in grado di accettare input multimodali;

Starcoder, progetto focalizzato sulla creazione di una IA per programmare, che ad oggi non ricevere però ulteriori aggiornamenti dal 2024.

Per eseguire queste IA sono poi necessari dei software in locale che possono leggere questi pesi e renderli comprensibili per l’elaboratore.
Tra questi i principali progetti FLOSS sono:
llamacpp, adatto a esperti, sistemisti e ricercatori che necessitano della massima performance possibile;
ollama, versatile progetto che con semplici comandi da terminale permette di eseguire modelli di IA;

OpenWebUI, che offre un’interfaccia web che imita quella dei principali player di mercato e consente di chattare in modo semplice con l’IA locale.

Grazie a questi strumenti si può ottenere un sistema completo, usabile e dal comportamento prevedibile. Una IA in locale può funzionare anche offline e per sua natura è immutabile in quanto il modello scaricato, se non alterato dall’utente, manterrà le sue caratteristiche iniziali, ne consegue che le risposte fornite dalla IA avranno qualità costante e non degraderanno nel corso del tempo.

L’adozione di soluzioni locali e offline offre indubbi vantaggi in termini di immutabilità delle prestazioni; tuttavia, affinché l’Intelligenza Artificiale possa ereditare appieno l’eredità culturale e metodologica del software libero, l’industria e la comunità scientifica dovrebbero convergere verso standard che garantiscano la totale trasparenza non solo dei pesi sinaptici, ma anche dei dataset e delle metodologie di ottimizzazione. Solo attraverso questa piena accessibilità sarà possibile garantire una reale democratizzazione della tecnologia, svincolata dalle asimmetrie informative delle grandi corporazioni, e facilitare sostanzialmente i processi di sostenibilità digitale.

Osvaldo Gervasi
SCRITTO DA Osvaldo Gervasi

Professore Associato, Dipartimento di Matematica e Informatica, Università di Perugia

Damiano Perri
SCRITTO DA Damiano Perri

Dottore di Ricerca (PhD), Professore a contratto presso il Dipartimento di Matematica e Informatica e il Dipartimento di Medicina e...

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