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(ovvero: Steve Jobs aveva due cattivi maestri. Ne ha dimenticato un terzo.)

Nell’articolo precedente avevamo lasciato una domanda aperta sul tavolo. Se le macchine imparano a fare i mestieri — i poliziotti, i piloti, i detective, persino i camionisti spaziali della fantascienza — cosa rimane all’essere umano? Avevamo risposto: la cura. Le relazioni. Il significato. La capacità di stare con qualcuno che soffre senza ottimizzare la sofferenza.

È una risposta bella. È anche incompleta. Perché c’è stato un uomo che aveva provato a rispondersi prima che la domanda fosse formulata. E vale la pena guardare cosa ha preso, e cosa ha lasciato indietro.

L’uomo con due maestri

Steve Jobs non è un cattivo maestro. È qualcosa di più interessante: è un uomo che ha trasformato i propri maestri in prodotti. E questa è un’operazione che merita di essere smontata, perché dice più sul nostro rapporto con la tecnologia di qualsiasi keynote dell’Apple Park.

I maestri erano due. Uno era Pablo Picasso. L’altro erano i Beatles. Non è cultura generale da citare nelle presentazioni. È la sua autobiografia intellettuale. Il modo in cui Apple è stata costruita.

Da Picasso prende la lezione del toro. Nelle sue ultime settimane da professore alla Apple University, Jobs mostrava ai designer una serie di undici litografie: il toro di Picasso. Nella prima stampa il toro è muscoloso, dettagliato, realistico. Disegno dopo disegno, Picasso toglie. Linee. Sfumature. Dettagli. Nell’ultima stampa rimangono quattro linee. È ancora un toro. Anzi, è l’essenza del toro.

Jobs diceva: questo è il design. Sapere cosa togliere è più importante di cosa aggiungere. Il mouse con un solo tasto. L’iPhone senza tastiera. Il telecomando con tre pulsanti invece di quarantadue.

Dai Beatles prende qualcosa di diverso: il modello della squadra dove la tensione creativa supera la somma dei singoli. “Il mio modello di business sono i Beatles”, diceva. Quattro persone che si correggevano a vicenda. Che controllavano le deviazioni dell’uno con il carattere dell’altro. Dove il risultato era sistematicamente più grande di chiunque avrebbe potuto produrre da solo.

Due lezioni precise. Due cattivi maestri presi sul serio. Applicati con coerenza per trent’anni. Ma gli allievi non copiano mai davvero i loro maestri: scelgono, rubano una parte, ne dimenticano un’altra e, qualche volta è proprio ciò che dimenticano a cambiare il mondo.

Cosa ha perso. Cosa ha lasciato

Il problema non è quello che Jobs ha imparato dai suoi maestri. È quello che ha selettivamente ignorato.

Da Picasso prende la sottrazione. Lascia indietro la domanda che Picasso non si faceva mai: per chi? Picasso toglieva linee fino all’essenza. Jobs toglieva attrito fino alla dipendenza. L’iPhone è il toro perfetto. Undici disegni, tre anni di sviluppo, un oggetto così essenziale da diventare impossibile da non usare. Ma un toro che non riesci a smettere di guardare non è più un’opera d’arte. È qualcos’altro.

Dai Beatles prende il modello della squadra creativa. Lascia indietro il casino. I Beatles erano quattro ragazzi che litigavano, si contraddicevano, cambiavano idea ogni settimana, si scioglievano e si riunivano. La loro forza non era l’efficienza — era la tensione irrisolta. Oggi mille aziende citano i Beatles come modello di teamwork. Pochissime accetterebbero di avere in squadra quattro persone altrettanto ingestibili.

Jobs ha preso l’estetica di Picasso e la struttura dei Beatles. Ha lasciato indietro la domanda di Picasso — cosa succede quando togli anche l’autonomia? — e il caos dei Beatles — cosa succede quando la tensione diventa troppo ordinata per essere creativa?

Il terzo maestro che non ha mai citato

C’è un pensatore che Jobs non ha mai citato in nessuna intervista, nessun discorso, nessuna delle sue biografie autorizzate. Si chiama Ivan Illich. Filosofo, sacerdote, pensatore radicale. Uno che negli anni Settanta scriveva cose che oggi farebbero venire il mal di testa a metà Silicon Valley.

La sua domanda era semplice e devastante: questo strumento aumenta la tua autonomia, o crea dipendenza?

Illich chiamava “strumenti conviviali” quelli che ti potenziano senza sostituirti. La bicicletta è conviviale: vai più lontano, più veloce, ma sei ancora tu a pedalare, a decidere la direzione, a sentirti stancare. La bicicletta non ti conosce. Non ti ottimizza. Non ti suggerisce percorsi alternativi basati sul tuo profilo utente.

Jobs voleva costruire biciclette. Lo diceva esplicitamente: “Il computer è la bicicletta della mente.”. 

Quando lessi questa frase la trovai bellissima poi, molti anni dopo, incontrai Ivan Illich. E improvvisamente mi venne un dubbio. Illich non mi avrebbe chiesto: Quanto va veloce questa bicicletta? mi avrebbe chiesto: Pedali ancora tu?

Illich avrebbe fatto la domanda successiva. Quella che Jobs non si è mai fatto. Forse è questo che fanno tutti i grandi allievi: non copiano, tradiscono nel modo giusto. Solo allora nasce qualcosa di nuovo e solo allora vale la pena tornare a parlare di Ivan Illich. Nella prossima puntata, la facciamo noi.

P.S. — George Harrison vide una pubblicità dei computer di Jobs nel 1978 e fece partire la prima causa per violazione di marchio: due mele, stesso nome. La guerra legale tra Apple Corps e Apple Computer durò trent’anni. Si risolse nel 2007, quando Jobs comprò i diritti del marchio dai Beatles per una cifra stimata intorno ai 500 milioni di dollari. Poi nel 2010 la discografia dei Beatles arrivò su iTunes. Il maestro e l’allievo, dopo trent’anni di tribunali, finirono nello stesso catalogo. Picasso non ha mai fatto causa a nessuno. Ma non aveva un marchio registrato.

P.P.S. — La frase “i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano” è attribuita a Picasso. Probabilmente Picasso non l’ha mai detta. Jobs la citava sempre. Il rigattiere digitale, ovviamente, la trova bellissima lo stesso

Beppe Carrella
SCRITTO DA Beppe Carrella

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