Nell’articolo precedente ho lasciato aperta una domanda. Ho parlato di Ivan Illich, degli strumenti conviviali, della bicicletta che ti potenzia senza sostituirti. E alla fine ho scritto che forse esisteva uno strumento conviviale che Illich non aveva previsto.
Eccolo. Ha una sigaretta spenta appesa al labbro, una pinta di birra in mano e una coppola calata sugli occhi.
Si chiama Andy Capp: L’anarcosindacalista del fancazzismo
Nei miei appunti l’ho definito “anarcosindacalista del fancazzismo”. Più ci penso, più mi sembra una definizione seria.
Andy Capp è: beone, apatico, egoista, manipolatore, disoccupato cronico, professionista dell’evitare qualsiasi forma di lavoro stabile. Rifiuta sistematicamente le offerte dell’ufficio di collocamento. Non perché sia rivoluzionario. Perché non ne ha voglia.
Eppure dietro questa comicità apparentemente stupida si nasconde qualcosa che nel 2026 è quasi diventato un programma politico: Andy Capp è forse il primo grande personaggio popolare che rifiuta l’idea che la vita coincida con la produttività.
Giorgio Gaber aveva già visto tutto
C’è una canzone di Giorgio Gaber che si chiama Shampoo. “Non ho niente da fare e mi faccio uno shampoo.” Ecco. Siamo lì.
Tranne che oggi la frase sarebbe: “Non ho niente da fare e mi faccio una chiacchierata con LinkedIn. O con un agente AI. Giusto per sapere che tempo che fa.”
Perché non guardare fuori dalla finestra? Mistero.
Andy Capp invece guarderebbe fuori dalla finestra. O non guarderebbe affatto. Ma non aprirebbe nessuna app per sapere se fuori piove.
Lo strumento conviviale che Illich non aveva previsto
Illich distingueva tra strumenti che potenziano l’autonomia umana e strumenti che creano dipendenza.
La bicicletta è conviviale: ti potenzia senza sostituirti. Ma Andy Capp è qualcosa di ancora più radicale.
Non è uno strumento che ti potenzia. È un personaggio che si rifiuta di essere potenziato.
Non produce. Non ottimizza. Non scala. Non performa. Non ha un profilo LinkedIn. Non usa il GPS. Probabilmente non sa cosa sia un KPI. E sopravvive. In una società AI-driven, questo è quasi un atto sovversivo.
“Non ho mai capito tutto del mondo, e quello mi ha aiutato”
C’è una frase che mi è venuta in mente rileggendo Andy Capp.
“Guarda, io non ho mai capito tutto del mondo, e quello mi ha aiutato. Ho capito le cose che dovevo capire, ho ignorato le cose che dovevo ignorare.” Quelli che si stressano, con l’AI come con tutto il resto, sono quelli che pensavano di capire tutto prima. Che avevano un sistema. Un framework. Una dashboard. Andy non aveva niente di tutto questo. E forse era l’unico davvero attrezzato ad attraversare un cambiamento epocale senza manuale di istruzioni.
Forse è per questo che, rileggendo Andy Capp, mi è tornata in mente una vecchia frase di Giorgio Gaber:
“È come se improvvisamente mi fossi preso il diritto di vivere il presente”
E forse è proprio questo che rende Andy Capp così ambiguamente sovversivo. Non la ribellione. Non la rivoluzione. Non il rifiuto ideologico del sistema, ma il diritto di esistere senza trasformare ogni istante in prestazione.
“Someone dance to dance”
Negli Eagles c’è un verso celebre: “Some dance to remember, some dance to forget.” Alcuni ballano per ricordare. Altri per dimenticare. Ma manca un terzo tipo.
Someone dance to dance.
Qualcuno balla perché balla. Senza secondo fine. Senza obiettivo. Senza ROI della danza. Andy Capp fa esattamente questo. Non beve per dimenticare — o almeno, non solo. Non evita il lavoro per protesta politica. Non è pigro per ideologia. Vive per vivere.
In un mondo dove ogni azione viene misurata, tracciata, ottimizzata e inserita in un modello predittivo, vivere per vivere è forse l’ultima forma di libertà non digitalizzabile.
Prima di chiudere, un appello ai non presenti.
Ho passato mesi a frequentare gente scomoda. Non per scelta ideologica. Per necessità narrativa. Perché ogni volta che pensavo di aver capito qualcosa, spuntava un altro cattivo maestro con una domanda migliore.
Kondratiev aveva visto le onde. Le aveva nominate, misurate, disegnate su carta. Stalin non apprezzò. Lo fucilò. Le onde continuarono lo stesso.
Ellul aveva visto il sistema. Aveva detto che la tecnica non serve l’uomo — lo usa. Lo aveva scritto nel 1954. Nessuno lo aveva ascoltato abbastanza. Noi lo citiamo nei convegni senza averlo letto. Lui lo sapeva già.
Kaczynski aveva visto lo stesso sistema di Ellul. Aveva scelto il bisturi invece della penna. Diagnosi corretta, metodo criminale. Trentasei anni in un carcere federale del Colorado. Il manifesto circola ancora.
Virilio aveva visto la velocità. Aveva detto che ogni tecnologia porta in dote il proprio naufragio. Che l’incidente non è un effetto collaterale — è già dentro l’invenzione. Il navigatore porta le auto nei laghi funzionando esattamente come progettato.
Questi tre avevano visto il sistema. E non sapevano come fermarlo.
McLuhan aveva visto il mezzo. Aveva detto che il medium è il messaggio — e non lo capì quasi nessuno, compreso lui. È stato assorbito dall’ambiente che descrive. Tetrade perfetta. Finale amaro.
Postman aveva visto l’intrattenimento. Aveva detto che non saremmo stati oppressi dalla tecnologia — saremmo stati divertiti fino a dimenticare la libertà. Huxley più di Orwell. La festa che non finisce mai perché nessuno cerca più l’uscita.
Ogburn aveva visto il ritardo. Aveva detto che la tecnologia corre e la cultura zoppica. Nel 2026 il lag non è più un ritardo — è uno stato permanente.
Anders aveva visto l’obsolescenza. Aveva detto che l’uomo è antiquato. Non vecchio. Non superato. Antiquato. Come un oggetto che appartiene a un’altra epoca e il mercato ha già smesso di aggiornare.
Questi quattro avevano visto il mezzo. E non sapevano come vedersi dentro.
Barlow aveva sognato un internet senza corpi e senza padroni. Come un concerto dei Grateful Dead: tutti dentro, nessuno escluso. Era bellissimo ed era completamente sbagliato.
Stallman aveva detto no con le licenze. Noiosissimo. Sopravvissuto.
Swartz aveva detto no con un laptop in un armadio del MIT. Ventiquattro anni. Tredici capi d’accusa. Fine nota.
De André aveva capito i bombaroli meglio di quanto i bombaroli capissero se stessi. Lo puoi citare a cena. Kaczynski no.
Shinji Ikari — quattordici anni, un robot gigante, una guerra che non aveva scelto — aveva detto no all’Instrumentality. Aveva rifiutato la fusione totale. Aveva scelto il mondo reale imperfetto, doloroso, pieno di persone che fanno del male. Non è un lieto fine. È qualcosa di più onesto.
Questi cinque avevano detto no. E il sistema li aveva assorbiti, perseguitati, dimenticati o trasformati in anime di animazione giapponese.
Illich aveva visto la cura. Aveva detto che le istituzioni nate per aiutare gli esseri umani finiscono per renderli incapaci. Aveva distinto tra strumenti conviviali e strumenti che producono dipendenza. La bicicletta potenzia senza sostituire. Molte tecnologie digitali fanno l’opposto: più le usi, meno sai stare senza. Illich era l’unico che cercava una via d’uscita. Non la trovò. Ma almeno la cercava.
E poi c’è Andy Capp.
Andy non ha visto niente. Non ha scritto niente. Non ha detto no a nessun sistema semplicemente non si è presentato. Non ha cercato vie d’uscita perché non si era mai sentito dentro. Non produce. Non ottimizza. Non scala. Non performa. Non ha un profilo LinkedIn. Non ha un framework. Non ha una diagnosi della società contemporanea.
Ha una birra, una sigaretta spenta e una coppola calata sugli occhi.
E mentre tutti i Cattivi Maestri ci spiegavano cosa stava andando storto, Andy Capp senza saperlo, senza volerlo, probabilmente senza nemmeno capirlo ci mostrava l’unica cosa che nessuno di loro aveva trovato: come stare fuori sistema senza un programma.
Non combattendo. Non resistendo. Non pubblicando manifesti. Semplicemente rifiutandosi di essere misurato.
Someone dance to dance
Andy balla perché balla. Senza secondo fine. Senza ROI della danza. Senza KPI del fancazzismo. In un mondo dove ogni azione viene tracciata, ottimizzata e inserita in un modello predittivo, vivere per vivere è forse l’ultima forma di libertà che nessun algoritmo sa ancora cosa farsene.
E qui, per il momento, chiudo la porta della stanza dei Cattivi Maestri. Non perché siano finiti. Ne ho lasciati fuori parecchi, e alcuni probabilmente stanno già protestando, ma soprattutto perché mi sono accorto di una cosa: finora ho parlato quasi soltanto di uomini. E sarebbe un errore piuttosto curioso chiudere una serie dedicata a chi ha disturbato l’ordine costituito dimenticando quelle che, in questo mestiere, hanno una tradizione millenaria. Basta tornare al teatro greco.
Un dato che di solito si tira fuori nei TED talk per sembrare colti: delle tragedie greche che ci sono arrivate, quasi la metà porta un nome di donna nel titolo. Loro non potevano votare, parlare in assemblea, ricoprire cariche pubbliche, e la loro autonomia patrimoniale era fortemente limitata, ma bastava scrivere una tragedia su di loro per far tremare Atene duemilacinquecento anni dopo. Il potere formale lo avevano gli uomini, il copione, evidentemente, no.
Medea. Elettra. Elena. Ecuba. Fedra. Antigone.
Donne quasi escluse dalla vita pubblica della loro città eppure gigantesche nello spazio del mito. Non avevano potere formale, ma possedevano qualcosa di molto più difficile da controllare: autorità morale, capacità di disobbedire, di mettere in crisi l’ordine, qualche volta di distruggerlo. Antigone, soprattutto: sfida il potere costituito, paga con la vita e alla fine sopravvive al potere che voleva cancellarla. Perciò questa non è una fine, è solo un cambio di stanza.
I Cattivi Maestri possono riposarsi un po’, prima o poi toccherà alle Cattive Maestre, ma non oggi: oggi lasciamo Andy Capp finire la sua birra.
Someone dance to dance.
P.S. — Andy Capp non aveva LinkedIn. Per fortuna sua. Probabilmente avrebbe usato l’AI per scrivere automaticamente le lettere di rifiuto ai colloqui di lavoro. E poi sarebbe andato al pub.
P.P.S. — La bicicletta di Illich era già occupata. Andy aveva comunque il tram.
















