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Luca Longo

L’anestesiologo che addormentava i dati (non i pazienti)

Il mondo della scienza ama i primati. Chi scopre per primo una nuova particella, chi inventa un nuovo materiale, chi pubblica più articoli in meno tempo, chi riceve più citazioni. Yoshitaka Fujii, anestesiologo giapponese, entra nella storia con un record indiscusso: 219 articoli scientifici ritirati per falsificazione. Nessuno lo ha mai superato. Neppure Jan Hendrik Schön, l’ex enfant prodige della fisica tedesca caduto in disgrazia per aver inventato dati nei laboratori Bell, riesce a competere con lui.

Dalle sale operatorie ai laboratori

Fujii nasce nel 1959 e si forma come medico anestesista in Giappone. Inizia la carriera negli anni Ottanta alla Tokyo Medical and Dental University, un ateneo prestigioso che gli apre le porte del mondo accademico. La sua specialità è apparentemente di nicchia: gli effetti antiemetici dei farmaci contro la nausea e il vomito post-operatorio. Un tema che, se non fa notizia sui giornali, interessa però a milioni di pazienti ed a tutta la comunità degli anestesiologi perché il vomito post-chirurgico rappresenta una delle complicanze più comuni e fastidiose per i pazienti; quando non un rischio mortale di soffocamento.

Il suo nome comincia a circolare già nei primi anni Novanta. Pubblica su riviste internazionali come Anesthesia & Analgesia, Anesthesiology, British Journal of Anaesthesia. Le sue ricerche si presentano come solide ed accurate: trial clinici con centinaia di pazienti, numeri convincenti, analisi ineccepibili, risultati chiari, conclusioni inoppugnabili. 

I suoi studi riscuotono un sempre più ampio successo. I colleghi iniziano a citarlo. I farmacologi prendono nota. Fujii scala posizioni accademiche, lavora in vari ospedali universitari e diventa un punto di riferimento in un settore clinico molto competitivo. L’uomo è una macchina da pubblicazioni: sforna decine di articoli all’anno, in media uno ogni dieci giorni. 

Una produttività che molti colleghi definiscono “sovrumana”. Ma dietro quella produttività impressionante, qualcosa comincia a emanare un cattivo odore.

I primi sospetti

Statistiche impeccabili, pazienti arruolati in studi clinici senza difficoltà, dati limpidi e conclusioni sempre perfettamente coerenti. Forse un po’ troppo perfettamente. Gli anestesisti di tutto il mondo prima sono stupiti, poi invidiosi, infine iniziano a mormorare: com’è possibile che un solo ricercatore riesca a raccogliere coorti così grandi ed omogenee di pazienti, senza mai segnalare problemi di arruolamento? E soprattutto, com’è possibile che i suoi risultati presentino una regolarità matematica quasi irreale?

Già nel 2000 qualcosa scricchiola. Anesthesia & Analgesia pubblica una lettera di due statistici, Carlisle e Bracken, che, incuriositi, analizzano i lavori di Fujii e notano anomale regolarità matematiche: le distribuzioni dei dati sembrano troppo perfette per essere vere.

Analizzando i suoi lavori, notano che la distribuzione dei dati segue pattern che sembrano più usciti da un manuale di statistica che da un reparto ospedaliero. Troppa simmetria, troppa precisione. In altre parole: si comincia a sentire odore non di vomito ma di numeri inventati. 

L’autore non si cura nemmeno di rispondere e continua a pubblicare indisturbato. Ogni nuovo lavoro rinforza il suo curriculum e alimenta un circolo vizioso: più articoli equivalgono a più prestigio, più fondi, più inviti a congressi. La macchina della scienza, basata sul “publish or perish”, sembra proteggere il suo inganno. Soprattutto, la sua fama lo mette al sicuro da dubbi, sospetti, e da fact checking accurati. Quando i revisori scientifici si trovano davanti un lavoro del luminare Fujii, basta un’occhiatina per dare un entusiastico ok alla pubblicazione. Certamente, si guardano bene dal mettersi di traverso per non rischiare conseguenze alla propria carriera.

Per oltre dieci anni, i suoi articoli entrano nelle bibliografie mediche, influenzano linee guida, alimentano meta-analisi. I revisori non segnalano errori, le riviste non chiedono raw data, gli editori si fidano. In Giappone, Fujii ottiene incarichi accademici in diversi ospedali universitari – Showa University, Toho University, Tsukuba University – cambiando spesso sede, un dettaglio che – solo oggi – molti interpretano come una prudente fuga ogni volta che l’invidia dei colleghi comincia a trasformarsi in sospetto.

Arriva lo tsunami

La svolta arriva nel 2012, quando diversi anestesisti internazionali prendono coraggio e decidono, tutti insieme, di affrontare frontalmente il caso. Analizzano decine di pubblicazioni di Fujii e concludono che la maggior parte dei suoi dati clinici, semplicemente, non può essere reale. The Canadian Journal of Anesthesia e Anesthesia & Analgesia pubblicano editoriali che mettono in dubbio la totalità della sua produzione scientifica. Nel frattempo, l’anestesista John Carlisle, diventato ormai il “detective dei dati”, applica sofisticate analisi statistiche a decine di studi di Fujii e conclude che i dati clinici non possono derivare da pazienti reali.

Intanto, i colleghi cominciano a scavare anche nei registri degli ospedali. Si scopre che molti trial clinici descritti da Fujii non sono mai stati registrati nei reparti dove lui dichiara di averli condotti. Nessuna cartella clinica, nessuna traccia dei pazienti arruolati. I colleghi giapponesi cominciano a chiedere chiarimenti ufficiali.

Il colpo finale arriva da un’inchiesta interna condotta dalla Tokyo Medical and Dental University e da altre istituzioni con cui Fujii ha collaborato: gli ospedali smentiscono di aver mai ospitato quei trial clinici. In pratica, gli studi non sono mai esistiti e la stragrande maggioranza degli articoli di Fujii contiene dati inventati.

La catastrofe delle ritrattazioni

Le riviste reagiscono come mai prima: in pochi mesi parte una raffica di ritiri senza precedenti. Retraction Watch, il sito che monitora le frodi scientifiche, tiene il conto e certifica il primato: 183 ritrattazioni già nel 2012, salite poi a un totale di 219 articoli ritirati: il numero più alto mai registrato nella storia.

Per avere un termine di paragone: Jan Hendrik Schön, il fisico tedesco che nei primi anni Duemila inventava transistor molecolari nei laboratori Bell di cui abbiamo già parlato, ne aveva collezionati “solo” 28. Fujii lo surclassa di un ordine di grandezza.

Fujii diventa un caso da manuale di frode scientifica e il simbolo di tutto ciò che non funziona nel sistema accademico: pressioni a pubblicare, controlli superficiali da parte delle riviste, timidezza di chi deve trovare il coraggio di mettersi di traverso, assenza di dati grezzi accessibili.

Una dopo l’altra, le riviste che avevano pubblicato i suoi lavori sono costrette a ritrattarli sostanzialmente in blocco, spesso con imbarazzo, ammettendo di non aver fatto controlli adeguati. Sono numerosi i colleghi che sono costretti a loro volta a ritirare i propri lavori: li avevano candidamente basati su dati provenienti da pubblicazioni di Fujii senza un’adeguata – e doverosa – verifica della genuinità della fonte. Poi arrivano tardive espulsioni dalle associazioni mediche e dai comitati direttivi di tutto il pianeta.

E i pazienti?

Una domanda inquietante attraversa la comunità scientifica: se i dati erano falsi, allora alcuni farmaci antiemetici sono stati approvati, prescritti o scartati sulla base di prove inesistenti? La risposta è in parte rassicurante: molti dei farmaci studiati da Fujii (come Ondansetron o Granisetron) sono comunque efficaci come bloccanti dei recettori della serotonina e sono stati testati come antiemetici efficaci in trial indipendenti e seri. Ma resta il dubbio che le sue invenzioni abbiano distorto per anni la percezione della loro reale efficacia o dei loro effetti collaterali.

In altre parole: non ci sono prove di danni diretti ai pazienti, ma il danno alla scienza è stato enorme.

Dopo la sua caduta, Yoshitaka Fujii sparisce dalla scena accademica. Non rilascia interviste, non offre spiegazioni pubbliche. Le società e i colleghi che prima lo avevano osannato – e invidiato – ora fingono di non conoscerlo. La sua carriera finisce in rovina, cancellata da un curriculum che era stato costruito su fondamenta di sabbia.

Il “caso Fujii” nelle aule di etica scientifica

Eppure, la sua storia diventa utile. Oggi nei corsi di medicina e di etica della ricerca viene citato come esempio da manuale. Nei convegni di metodologia clinica, il “pattern Fujii” viene usato per insegnare agli studenti come riconoscere dati troppo perfetti per essere veri.

Il suo record, spiacevole quanto imbattuto, funziona come monito: la scienza può cadere vittima delle sue stesse regole, se si fida ciecamente di chi produce in quantità senza chiedere conto della qualità.

Così Yoshitaka Fujii, che avrebbe potuto costruirsi una solida reputazione come clinico serio in un campo importante, entra nella Storia non per aver curato la nausea dei pazienti, ma per averla provocata ai colleghi con le sue falsificazioni e per aver inventato pazienti che non sono mai esistiti.

Come anestesiologo, Fujii può comunque ancora vantarsi di non aver mai fatto addormentare i pazienti più di quanto sia riuscito ad addormentare i revisori scientifici. E di averli poi costretti ad un brusco e doloroso risveglio.

Luca Longo
SCRITTO DA Luca Longo

Chimico industriale, Chimico teorico, Giornalista, Comunicatore e divulgatore scientifico.

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