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AMBIENTE/

Il tallone d’Achille dell’atomo: come il cambiamento climatico sta mettendo in crisi le centrali nucleari

Luca Longo

Per decenni il nucleare è stato considerato una fonte programmabile e affidabile. Oggi ondate di calore, siccità e innalzamento delle temperature dei fiumi ne riducono la disponibilità proprio quando la domanda elettrica raggiunge i suoi picchi. In tutto il mondo, il clima sta riscrivendo la geografia dell’energia.

Per oltre settant’anni il grande punto di forza dell’energia nucleare è stato sempre lo stesso: la continuità. A differenza delle fonti rinnovabili, dipendenti dal sole o dal vento, una centrale atomica produce elettricità giorno e notte, con un fattore di capacità (il rapporto fra energia effettivamente prodotta e quella massima teorica) che spesso supera il 90%. È questa caratteristica ad aver fatto del nucleare il pilastro della sicurezza energetica della Francia, che sfrutta l’uranio per soddisfare il 65-68% della propria domanda interna di elettricità. Anche la Corea del Sud, gli Stati Uniti e la Svezia alimentano la propria rete elettrica con una massiccia quota di nucleare – rispettivamente 32%, 19% e 30%.

Ma il XXI secolo introduce un paradosso che pochi avevano previsto. Il problema principale non è più l’ottenimento del combustibile. Non si tratta nemmeno dello sviluppo di nuove tecnologie per rendere i reattori più sicuri ed efficienti. Nel 2026, il problema è l’acqua.

Uno studio pubblicato il 6 settembre da Valerie Arnhold ed M.V. Ramana sul Bulletin of the Atomic Scientists mostra come il cambiamento climatico stia trasformando sempre più spesso il raffreddamento delle centrali nel loro principale limite operativo. Ondate di calore, siccità prolungate e fiumi più caldi costringono gli operatori a ridurre la potenza o, in alcuni casi, a fermare temporaneamente gli impianti. Il risultato è controintuitivo: proprio nei giorni in cui i condizionatori fanno impennare i consumi elettrici (come in questa torrida estate che sembra non finire mai), una parte della capacità nucleare diventa meno disponibile.

L’acqua: il combustibile invisibile del nucleare

Ogni centrale termoelettrica, che sia alimentata a carbone, gas o uranio, deve smaltire enormi quantità di calore. Nel caso del nucleare il principio è semplice: il reattore produce energia attraverso la fissione, questo viene usato per generare vapore acqueo che muove le turbine elettriche e l’acqua assorbe il calore residuo. Senza un sistema di raffreddamento efficiente il reattore non può operare in sicurezza.

Per questo motivo, oltre il 60% delle centrali nucleari mondiali è costruito lungo grandi fiumi, laghi o coste marine. La geografia dell’atomo coincide storicamente con quella delle risorse idriche.

Negli anni Settanta questa scelta sembrava ovvia. Oggi diventa una vulnerabilità. Secondo numerose analisi climatiche richiamate dallo studio, negli ultimi decenni la temperatura media dei fiumi europei è aumentata in modo significativo, mentre la frequenza delle siccità estreme continua a crescere. Acque più calde significano una minore capacità di dissipare il calore; portate più basse riducono il volume disponibile per il raffreddamento e aumentano l’impatto ambientale degli scarichi termici in uscita dalle centrali.

Infatti, per evitare danni agli ecosistemi, le normative ambientali impongono limiti precisi alla temperatura dell’acqua restituita ai corsi fluviali. Quando il fiume è già troppo caldo, riversarvi ulteriore calore può dare il definitivo colpo di grazia alla flora ed alla fauna che dipendono da quelle acque. Per questo, la centrale deve diminuire la potenza anche se il reattore è perfettamente funzionante.

È il clima, non la tecnologia, a imporre lo stop.

Dalla Francia al Mississippi: quando il caldo spegne i reattori

La Francia rappresenta il laboratorio più evidente di questa trasformazione. Con 56 reattori distribuiti lungo Rodano, Garonna, Loira e Mosa, non solo soddisfa i suoi bisogni interni ma vende le eccedenze ai Paesi vicini, soprattutto all’Italia. È anche il Paese europeo che sperimenta più frequentemente riduzioni di potenza dovute alle ondate di calore.

Durante le estati del 2003, 2018, 2019, 2022 e 2023 diversi impianti francesi hanno rallentato la produzione perché la temperatura dei fiumi superava le soglie consentite. Lo stesso è accaduto più volte nel giugno 2026. Episodi simili hanno interessato anche la Svizzera, dove la centrale di Beznau ridusse l’attività per proteggere il fiume Aar. Lo stesso avvenne in Germania prima della chiusura definitiva dei reattori tedeschi nel 2023.

Negli Stati Uniti il quadro è diverso ma altrettanto significativo. Il parco nucleare americano conta 94 reattori in 54 centrali e fornisce circa un quinto dell’elettricità nazionale. Molti impianti sorgono lungo il Mississippi, il Tennessee-Ohio o i Grandi Laghi. Le grandi siccità che colpiscono il bacino del Mississippi riducono in alcuni casi la disponibilità d’acqua per il raffreddamento e costringono gli operatori a modificare i regimi di esercizio.

La vulnerabilità non è uniforme. Gli impianti costieri raffreddati con acqua marina risentono meno della diminuzione delle portate fluviali, ma diventano esposti a un’altra minaccia: l’innalzamento del livello del mare, l’erosione costiera e l’intensificazione delle tempeste.

Da tutto questo possiamo capire perché il cambiamento climatico sta modificando anche la geografia di rischio del nucleare come fonte di energia a basse emissioni.

Un problema globale, non europeo

Le mappe climatiche mostrano che le aree più esposte coincidono spesso con le grandi concentrazioni nucleari mondiali. Europa occidentale, costa orientale degli Stati Uniti, Cina orientale e parte dell’India registrano contemporaneamente un aumento delle temperature e una maggiore frequenza degli eventi idrologici estremi. Soprattutto durante questa stessa \\+–++ +A estate.

Esistono però modelli diversi di adattamento. L’impianto di Palo Verde, in Arizona, rappresenta un’eccezione quasi unica: invece di utilizzare un fiume o il mare, impiega acque reflue urbane trattate provenienti dall’area metropolitana di Phoenix. È una soluzione costosa, difficilmente replicabile ovunque, ma dimostra che l’approvvigionamento idrico può essere ripensato.

Anche i nuovi reattori di terza generazione introducono sistemi di raffreddamento più efficienti e torri evaporative capaci di ridurre il prelievo d’acqua rispetto agli impianti costruiti negli anni Settanta.

Tuttavia, nessuna innovazione elimina completamente la dipendenza dall’acqua: la termodinamica resta un vincolo fisico prima ancora che ingegneristico.

È qui che emerge un punto spesso trascurato nel dibattito pubblico. La transizione energetica non riguarda soltanto quali tecnologie producono elettricità, ma dove vengono costruite e in quali condizioni climatiche dovranno funzionare non solo oggi ma anche tra trenta o cinquanta anni.

Il paradosso della transizione: più nucleare, ma progettato per un clima diverso

L’Agenzia Internazionale dell’Energia considera il nucleare una componente importante della decarbonizzazione globale, soprattutto perché produce elettricità con emissioni di CO₂ molto basse lungo l’intero ciclo di vita. Allo stesso tempo, gli scenari climatici indicano che le ondate di calore diventeranno più frequenti e intense in gran parte dell’emisfero nord.

Ne deriva una contraddizione solo apparente. Il nucleare rimane uno strumento utile per ridurre le emissioni, ma non può più essere progettato con i parametri climatici del Novecento.

La disponibilità d’acqua, la temperatura dei corsi fluviali, il rischio di alluvioni e l’innalzamento del livello del mare devono entrare nella pianificazione tanto quanto la geologia o la sismicità.

Per l’Europa la sfida è immediata. Gran parte dei reattori francesi raggiungerà entro pochi decenni i sessant’anni di vita operativa, mentre nuovi impianti dovranno convivere con un clima profondamente diverso da quello per cui erano stati originariamente concepiti. Negli Stati Uniti il problema riguarda l’estensione della vita utile del più grande parco nucleare del mondo; in Asia, invece, coincide con la costruzione della nuova generazione di centrali.

La lezione è chiara: il dibattito sul nucleare non può più limitarsi alla sicurezza, ai costi o alle emissioni; ma deve includere anche la resilienza climatica. Non si deve solo progettare una nuova centrale perché possa funzionare per ottant’anni, ma occorrono approfonditi studi metereologici ed ambientali per capire se il fiume che la raffredda avrà ancora l’acqua necessaria per farlo.

Ed è forse questa la vera novità della transizione energetica che stiamo affrontando: persino l’energia più programmabile del mondo dipende, più di quanto avessimo immaginato, dalla fragilità degli ecosistemi che la circondano.

Luca Longo
SCRITTO DA Luca Longo

Chimico industriale, Chimico teorico, Giornalista, Comunicatore e divulgatore scientifico.

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