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Luca Longo

486 scienziati disonesti e il loro ingegnoso schema per la sistematica falsificazione delle peer reviews

Nel mondo della ricerca scientifica, l’integrità del processo di peer-review è fondamentale per garantire che gli studi pubblicati siano basati su esperimenti ben condotti, analisi affidabili e documentate, elaborazioni e conclusioni ben sviluppate e argomentate. Quando questo processo viene compromesso, i danni possono essere enormi, non solo per la comunità scientifica ma anche per la società intera. 

È questo il caso del recente scandalo che ha coinvolto la Cina, un Paese che, purtroppo, ha guadagnato una notorietà crescente nel panorama delle frodi scientifiche legate alla peer-review. I dati rivelano un fenomeno preoccupante: gli scienziati della Repubblica Popolare Cinese sono responsabili di oltre la metà degli articoli che, in tutto il mondo, vengono ritirati per problemi legati alla peer-review. Il poco invidiabile record assoluto in questa pratica fraudolenta è al momento detenuto dalla rivista Tumor Biology, che è stata costretta a ritirare 107 articoli pubblicati tra il 2012 e il 2016, la maggior parte dei quali firmati da autori cinesi.

Una pratica scandalosa

Abbiamo già incontrato più volte la revisione paritaria, o peer-review: questa rappresenta un cardine fondamentale del metodo scientifico e la sua applicazione pratica più evidente. Quando un autore sottomette un proprio manoscritto ad una rivista scientifica, la redazione di quest’ultima individua esperti noti per la loro competenza ed esperienza in quel settore della ricerca e, col loro assenso, condivide confidenzialmente il lavoro.

Questi esperti devono esaminare accuratamente tutti i dati contenuti nel manoscritto e le immagini, tabelle, elenchi di dati allegati. Verificano che tutto sia in ordine, che la ricerca si fondi su solide basi, che non siano presenti lacune, errori di metodo o di calcolo. Controllano anche le conclusioni e cercano punti deboli nel processo di ricerca. In pratica, ripercorrono e replicano l’intero progetto verificando di arrivare indipendentemente alle stesse conclusioni. Eventualmente – sempre in forma anonima mediata dalla rivista stessa – contattano gli autori e chiedono verifiche, nuovi esperimenti o nuovi calcoli in modo da colmare possibili lacune o fonti di errore. Possono anche invitarli a studiare e prendere in considerazione altri lavori o chiedere di modificare parte del testo o delle conclusioni. Solo se, alla fine di queste interazioni, decidono che la versione finale dell’articolo è ben condotta, originale e priva di errori, danno alla rivista il loro Ok alla pubblicazione dell’articolo, che solo da quel momento può essere definito un “articolo scientifico”. Questo processo garantisce che gli articoli rispettino i metodi della scienza e che, fra l’altro, siano accurati, proceduralmente solidi e abbiano valore per la comunità. 

Tuttavia, come qualsiasi sistema che dipende dall’integrità degli individui, la peer-review è suscettibile a manipolazioni.

Le statistiche mostrano che, in anni recenti, la falsificazione della peer-review è diventata una pratica sistematica, alimentata in parte dal sempre più massiccio numero di articoli pubblicati ogni anno. Come sottolineato da Ivan Oransky – co-fondatore di Retraction Watch, la rivista del Centro per l’Integrità Scientifica che monitora pubblicazioni e ritiri – uno dei fattori scatenanti di questa frode è il ricorso a terze parti esterne che, dietro compenso, si offrono per la revisione degli articoli. Spesso, queste agenzie forniscono recensioni false o addirittura inventate, che aiutano i ricercatori a pubblicare i loro lavori senza un esame accurato da parte di esperti indipendenti.

La tecnica sfrutta una debolezza intrinseca nell’intero sistema. I lavori scientifici in attesa di peer review e quelli pubblicati stanno aumentando in tutto il mondo in maniera quasi esponenziale. In Cina, in India, e nelle nazioni che solo da pochi anni hanno raggiunto un prestigio scientifico internazionale, questo aumento è ancora più esplosivo. Il fenomeno è frutto non tanto dell’accelerazione del progresso scientifico, ma della spinta alla pubblicazione che attanaglia ogni ricercatore: i fondi di ricerca, i finanziamenti ai progetti, le cattedre universitarie e gli staff scientifici sono assegnati sulla base del numero di pubblicazioni che può vantare ciascuno scienziato. Quindi – come nel proverbio africano sulla gazzella ed il leone – ogni mattina, quando il Sole sorge, ogni scienziato, che sia un giovane ricercatore o un luminare affermato che ha paura di essere scalzato, si sveglia e comincia a correre … a pubblicare.

Per questo, gli scienziati sono sempre meno disponibili ad investire parte del loro tempo non al proprio lavoro ma a validare il lavoro di altri offrendosi – gratuitamente e senza alcun vantaggio o riconoscimento – come revisore dei lavori altrui. A ciò si aggiunge che, spesso, con il moltiplicarsi degli ambiti specialistici, lo stesso comitato editoriale della rivista scientifica non sa bene come scegliere revisori certamente competenti per quel particolare ambito di ricerca.

Per questo, da parte degli autori, si sta diffondendo la pratica di aggiungere al testo che sottopongono alla rivista anche qualche suggerimento su colleghi scienziati che potrebbero fungere da revisori. Tutto lecito. Magari qualche giovane autore spera, così, di farsi notare da un luminare. Qualche furbacchione, però, se ne approfitta e possono nascere “collaborazioni” non molto oneste tipo: “tu fai da revisore al mio articolo ed io faccio da revisore al tuo”. E, ovviamente, ciascuno si comporta in modo molto benevolo lodando e approvando rapidamente l’articolo dell’altro.

Ma, se questo non basta, si possono costruire vere e proprie truffe, come segnalare alla rivista i riferimenti di posta elettronica di scienziati inesistenti oppure mail false di scienziati veri; che, però, arrivano nella casella di posta elettronica dello stesso autore. Questo di buon grado si autovaluterà ed approverà il proprio pezzo dando – sotto falso nome – alla rivista il proprio Ok alla pubblicazione usando la mail fasulla dello scienziato autorevole o del tutto inventato.

Nel caso della rivista Tumor Biology, il problema è stato esacerbato dal fatto che la maggior parte degli articoli ritirati sono stati sottoposti a revisioni fittizie da agenzie esterne che avevano interessi diretti con gli autori nell’assicurarsi che gli articoli venissero accettati. La falsificazione non si limitava solo a una recensione positiva, ma in alcuni casi includeva la completa invenzione di dati scientifici, un crimine che ha danneggiato irreparabilmente la reputazione dei ricercatori coinvolti e delle loro istituzioni accademiche.

La scoperta

La scoperta di questa rete di frodi è iniziata nel 2017, quando Tumor Biology ha annunciato la ritrattazione di 107 articoli a causa di irregolarità nella peer-review. Le indagini hanno rivelato che circa il 90% degli articoli coinvolti aveva ricevuto recensioni false o fittizie, e molti degli autori coinvolti non solo avevano fornito i nominativi dei possibili revisori, ma avevano anche commissionato recensioni completamente inventate da agenzie esterne. Su oltre 500 imputati, un totale di 486 ricercatori è stato definitivamente condannato per aver preso parte a questo schema fraudolento. La punizione dei ricercatori colpevoli è stata severa: i loro progetti di ricerca sono stati sospesi, i finanziamenti cancellati e alcuni hanno visto revocate le loro promozioni.

Il Ministero della Scienza e della Tecnologia (MOST) ha annunciato di voler perseguire con maggiore determinazione le pratiche fraudolente, minacciando pene anche più severe per i trasgressori.

Curiose anche le giustificazioni addotte da parte degli imputati. Ad esempio, Zhiwen Chen, professore presso la facoltà di ingegneria ambientale e chimica dell’Università di Shanghai, è autore di cinque degli articoli ritirati. Chen ha dichiarato a Chemistry World: “Non abbiamo riscontrato frode o plagio nei dati sperimentali, solo la mia negligenza, che ha portato a un processo di revisione paritaria incompleto”. Ha anche aggiunto che intende sottoporre nuovamente gli articoli a peer review sostenendone la validità ai fini della pubblicazione.

La dinamica 

La falsificazione della peer-review non è un fenomeno nuovo, ma il caso della Repubblica Popolare ha portato a una maggiore consapevolezza globale. La Cina, con la sua crescente potenza accademica, è diventata un obiettivo facile per agenzie e imprenditori disonesti che cercano di approfittare della pressione per pubblicare articoli su riviste scientifiche di alto profilo. Questa “regola del gioco” è, nei fatti, un requisito fondamentale per poter accedere a finanziamenti, posizioni accademiche e altri vantaggi competitivi.

Lo scandalo è emerso anche a causa del crescente numero di pubblicazioni da parte di ricercatori cinesi.  Sulla base degli ultimi dati disponibili, la Cina ha prodotto oltre un milione e duecentomila articoli scientifici, quasi doppiando gli Stati Uniti, che seguono con oltre settecentomila, e l’India, che si attesta poco sotto i quattrocentomila e si trova al terzo posto precedendo, nell’ordine, Regno Unito, Germania, Italia e Giappone.

Questa crescita esponenziale ha provocato una competizione sempre più accesa ed autoalimentata e, per le riviste, un carico di lavoro sempre più elevato. Giocoforza, questo comporta una maggiore dipendenza da agenzie esterne che, piuttosto che offrire una vera revisione scientifica, possono mettere in atto pratiche fraudolente per garantire l’accettazione degli articoli.

La reazione di Pechino

La risposta a lungo termine del governo cinese è stata tempestiva e decisa. Il Ministero della Scienza e della Tecnologia ha avviato una serie di indagini interne per esaminare la genuinità dei lavori scientifici del Paese, per prendere contromisure e prevenire future frodi. Il governo ha annunciato che punirà severamente chiunque venga trovato colpevole di aver partecipato a pratiche di falsificazione della peer-review. Oltre alle sospensioni e alle revoche, sono previsti anche provvedimenti legali: Pechino sta studiando come implementare leggi specifiche contro le frodi scientifiche.

Il MOST ha anche dichiarato che, per evitare simili scandali in futuro, intende riformare l’intero sistema di gestione accademica. Le università cinesi sono state invitate a monitorare con maggiore attenzione il processo di pubblicazione dei loro team e a fare in modo che i ricercatori siano consapevoli delle implicazioni etiche legate alla falsificazione dei dati. Ma, soprattutto, di quelle penali.

Il caso di Tumor Biology ha sollevato un dibattito più ampio sulla qualità e sull’integrità della ricerca scientifica globale. La peer-review è uno strumento fondamentale per garantire la credibilità della scienza, ma i recenti scandali mostrano come possa essere manipolata. 

Nel lungo periodo, la fiducia nella serietà delle pubblicazioni scientifiche – e non solo quelle provenienti dalla Cina – potrebbe risentirne a livello globale. Gli editori e le riviste scientifiche dovranno adottare misure più severe per garantire che i processi di peer-review siano trasparenti e privi di conflitti di interesse. Le università dovranno valutare più attentamente la produzione dei loro scienziati per non perdere il prestigio accademico guadagnato fino a quel momento. Ma anche le agenzie di revisione dovranno rafforzare la loro supervisione; soprattutto nei paesi dove il fenomeno della falsificazione è più diffuso.

Scienza a rischio

La scienza è un’impresa collettiva, costruita su fondamenta di fiducia e onestà. I casi di frode come quello che ha coinvolto la Cina non solo danneggiano la reputazione di ricercatori e istituzioni, ma minano anche il progresso scientifico stesso. Perché la scienza funziona quando possiamo fare affidamento sui dati, sulle prove e sull’integrità dei ricercatori.

In un mondo sempre più competitivo, la tentazione di falsificare i dati o manipolare la peer-review può sembrare allettante, ma la scienza è più forte di qualsiasi singolo errore. Ciò che serve ora è un impegno collettivo per garantire che la trasparenza, l’onestà e il rigore scientifico prevalgano, e che episodi come questo diventino solo un triste ricordo di un’epoca che non vogliamo più rivivere.

Luca Longo
SCRITTO DA Luca Longo

Chimico industriale, Chimico teorico, Giornalista, Comunicatore e divulgatore scientifico.

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