La strana storia di una frode durata trent’anni che ha coinvolto centinaia di scienziati e le cui conseguenze si fanno sentire ancora oggi
Oggi parliamo di una serie di scoperte che hanno scritto un nuovo capitolo nel libro della Storia della paleontologia. Parliamo della sorprendente scoperta di fossili inaspettati, reperti che risalgono a centinaia di milioni di anni fa, che non solo aggiungono delle pagine a quel grande ed antico libro, ma che cancellano e riscrivono interi capitoli e, con essi, la nostra comprensione della storia della Terra.
A scrivere questa nuova Storia c’è Vishwajit Jit Gupta: il celebre paleontologo indiano che ha gettato nel fuoco le nostre precedenti convinzioni e che, per oltre trent’anni, ci ha raccontato tutta un’altra storia. Stiamo parlando di un grande luminare della paleontologia: professore all’Università del Punjab a Chandigarh, Gupta ha guadagnato una solidissima reputazione come uno dei principali esperti mondiali nelle formazioni geologiche e nei fossili delle montagne dell’Himalaya. Tra il 1966 e il 1989, ha pubblicato più di 450 articoli e cinque libri sull’argomento, guadagnandosi il titolo di “paleontologo più celebre dell’India”. Ma ora è meglio raccontare questa storia dall’inizio.
La scoperta dei conodonti
Tutto comincia nel 1967, quando Gupta, insieme ai geologi inglesi Frank H. T. Rhodes e R. L. Austin, pubblica un articolo su “Nature”, la rivista scientifica più prestigiosa al mondo. Gupta annuncia di aver scoperto sull’altopiano dell’Himalaya numerosi “conodonti”: microfossili di antichi animali marini vissuti durante i periodi Cambriano e Triassico. La scoperta, prima di questo tipo in India, lo catapulta al centro della paleontologia mondiale, conferendogli una reputazione senza precedenti.
Ma questo è solo l’inizio: nuove ricerche sulle stesse vette permettono di rinvenire nuovi fossili. Secondo Gupta, appartengono a forme di vita che risalgono a circa 400 milioni di anni fa e includono dinosauri e pesci preistorici, alcuni dei quali con caratteristiche mai osservate prima. La notizia, diffusa rapidamente, colpisce la comunità scientifica internazionale e viene accolta con grande entusiasmo.
In quei giorni, Gupta non è certo un nome qualunque nel campo della paleontologia. Nato e cresciuto in India, ha completato i suoi studi in scienze naturali e ha ottenuto un posto di rilievo nell’ambito scientifico grazie alla pubblicazione di numerosi articoli su prestigiose riviste. La sua reputazione è già ben consolidata; così, quando dichiara di aver trovato i resti di antichi pesci e dinosauri sulle montagne dell’Himalaya, la comunità scientifica lo celebra senza riserve.
La verifica dei fossili
Le foto dei fossili rinvenute ad alta quota e presentate da Gupta sono molto dettagliate, mostrano con chiarezza i resti di antichi esseri viventi; e ci sono pure impronte di orme di dinosauri lasciate sulle rocce. Questo materiale documentale è talmente abbondante e convincente da garantirne una cristallina autenticità. Tuttavia, con il passare del tempo, alcuni paleontologi iniziano a porsi delle domande.
Già a partire dal 1978 alcuni scienziati indiani, come S. V. Srikantia, H. M. Kapoor e S.K. Shah cominciano a sollevare dubbi sulla validità delle scoperte di Gupta. A partire dal 1981, anche P. N. Agarwal mette in discussione i rapporti sui conodonti presentati da Gupta in un articolo pubblicato sul “Journal of the Palaeontological Society of India”. Tuttavia, solo nel 1980 un vero e proprio esame critico del lavoro di Gupta viene condotto da Prem N. Agarwal e S. N. Singh dell’Università indiana di Lucknow. Le loro indagini rivelano una clamorosa discrepanza tra i fossili e le località riportate negli articoli di Gupta, segno evidente che qualcosa non torna. Qualcosa di grosso.
Le incongruenze sono talmente evidenti che Agarwal e Singh scrivono: “Queste anomalie nei vari articoli dello stesso autore non sono comprensibili, a meno che non si tratti di una serie di gravi errori di stampa”. Purtroppo, questi dubbi rimangono inosservati per un lungo periodo, permettendo a Gupta di continuare indisturbato.
Nel 2002, uno dei primi autori delle critiche, il paleontologo Singh, decide di indagare personalmente guidando un gruppo di ricercatori altrettanto imbarazzati da alcune stranezze rilevate nei lavori di Gupta. Durante il loro viaggio in Himalaya, si recano nei luoghi esatti indicati dal “paleontologo più celebre dell’India”; ma, quando giungono sul posto, si accorgono che qualcosa non torna. Le rocce nelle quali Gupta afferma di aver trovato i fossili non appartengono al periodo geologico che si sarebbe potuto associare ai reperti. La geologia del sito non corrisponde affatto alla descrizione che Gupta ha fornito. Per capirci con un’analogia: è come se trovassimo un elmo greco nelle trincee della Linea Gotica, o, viceversa, se trovassimo un elmetto tedesco fra le rovine dell’Acropoli.
A questo punto, la comunità scientifica esige di studiare i reperti originali. Si scopre così che alcuni fossili erano stati scoperti altrove, donati a Gupta o direttamente rubati da questo. Ad esempio, John Talent della Università Macquarie, Sydney, scopre che i fossili himalayani sono identici ad altri rinvenuti in Marocco. Gilbert Klapper e Willi Ziegler scoprono delle perfette similitudini fra i famosi conodonti e quelli ritrovati un secolo prima da George J. Hinde dall’altra parte del pianeta: a Buffalo, New York.
Ma c’è di più: alcuni fossili, appartenenti a creature preistoriche e antiche, in realtà sono stati creati da Gupta stesso. La sua frode è stata abile: i fossili sono stati scolpiti artificialmente e alterati con tecniche moderne per dare loro l’aspetto di reperti risalenti a centinaia di milioni di anni fa.
Anche le rocce su cui Gupta aveva trovato le impronte di dinosauri non erano affatto coeve dei grandi rettili, ma molto più recenti. La geologia della zona non corrisponde con le età geologiche che Gupta ha dichiarato. Le impronte, un elemento fondamentale della sua scoperta, sono state create a tavolino. Non solo. Le analisi rivelano che i fossili mostrati da Gupta hanno subito modifiche artificiali, come la levigatura e la scolpitura, che li rendono molto simili a reperti veri, ma con dettagli troppo perfetti per essere … genuini.
Gupta, a quanto pare, ha sistematicamente utilizzato degli strumenti moderni per forgiare i fossili e li ha pure inseriti in un contesto geologico che non ha nulla a che fare con quello in cui gli animali potevano aver realmente vissuto. Le sue immagini e le pubblicazioni scientifiche che ne derivano si rivelano tutte manipolate. Gupta ha falsificato la documentazione, creando una narrazione convincente ma totalmente inventata.
Ecco la strategia del truffatore seriale
Gupta si è rivelato molto attento nelle sue pubblicazioni scientifiche e si è fin dall’inizio messo al riparo dal rischio di essere scoperto chiedendo la collaborazione di eminenti scienziati. La tecnica è questa: fornisce i fossili e i dettagli geologici di base, lasciando che siano i suoi collaboratori o altri coautori a ultimare l’identificazione dei fossili, in modo che diventino “partner inconsapevoli nel crimine”, come lamenta Bhargava, o “compagni involontari nell’inganno” secondo Bangalore Puttaiya Radhakrishna, editore del Journal of the Geological Society of India.
Fin dal suo primo grande articolo, pubblicato su Nature nel 1967, Gupta riuscì a convincere Rhodes dell’University College di Swansea (poi presidente della Cornell University) e Austin dell’Università di Southampton. Gary Webster della Washington State University aveva co-firmato nove dei lavori di Gupta e aveva affermato che la sua identificazione dei fossili di crinoidi era genuina, ma in seguito ammise di essere “virtualmente certo” che quei fossili provenissero da luoghi diversi dall’Himalaya. Dichiarò che Gupta aveva “volontariamente cercato di ingannare la comunità scientifica”.
Si deve arrivare al 1989, per scoprire che Gupta ha collaborato con 128 famosi scienziati in tutto il mondo rendendoli inconsapevoli complici delle sue truffe.
Perché ingannare il mondo?
Molti si sono chiesti perché Gupta abbia deciso di intraprendere questa strada. Non è solo un uomo senza scrupoli, ma dimostra un ineguagliabile talento nella manipolazione dei suoi colleghi. Alcuni esperti suggeriscono che, dietro il suo comportamento, possa esserci una volontà di fama a tutti i costi. Una fame di riconoscimento che l’ha spinto a falsificare i dati per entrare nella storia della paleontologia. Altri ritengono che il suo comportamento sia guidato dalla pressione del successo, che lo porta a voler pubblicare scoperte straordinarie. In ogni caso, l’imbroglio è durato ben tre decenni durante i quali nessuno ha avuto nulla da ridire o ha prestato attenzione ai campanelli d’allarme suonati da una minoranza di scienziati con un prestigio molto più basso.
Il caso Gupta solleva importanti domande sulla natura della fiducia nella scienza e su come una comunità scientifica possa cadere vittima di una frode così elaborata. Il paleontologo, infatti, non ha mai nascosto le sue scoperte dietro un velo di segretezza: le sue pubblicazioni erano chiare, documentate, e avevano addirittura avuto il sostegno di centinaia colleghi che avevano firmato, o almeno citato positivamente, le sue opere. Ma il processo di revisione tra pari – la cosiddetta “peer review” – aveva fallito. Questo perché nessuno aveva mai messo in discussione la fonte dei reperti o la geologia dei siti indicati.
Le conseguenze del caso Gupta arrivano ad oggi
Quando l’inganno di Gupta viene, finalmente, alla luce, le ripercussioni sono devastanti per la sua carriera e per la comunità scientifica. I suoi articoli vengono ritirati e il suo nome viene bandito dalle principali riviste scientifiche. La scoperta solleva un’enorme ondata di critiche riguardo alla mancanza di rigorosità nelle pratiche di revisione e alla credulità con cui alcune scoperte straordinarie vengono accettate senza una corretta verifica.
Ma il caso di Vishwajit Gupta ha avuto un impatto devastante sull’intera paleontologia indiana, minando la credibilità della ricerca scientifica del Paese. Anche se l’India rappresenta una delle più grandi riserve di risorse paleontologiche al mondo, le ricerche ed i ritrovamenti (genuini) condotti in tutta la regione, specie se da professionisti locali, sono visti a priori con estremo sospetto per timore di nuove frodi. Come ha scritto nel 2021 il giornalista scientifico indiano Sanjay Kumar sulla rivista Science, il caso è stato uno dei motivi per cui la paleontologia ha perso prestigio in tutta l’India.
La vicenda Gupta non è stata solo un monito per la paleontologia, ma per tutta la scienza in generale. Ha fatto luce sulle vulnerabilità insite nel processo scientifico, portando a un miglioramento nelle tecniche di revisione dei dati e della documentazione scientifica. Da allora, la comunità scientifica ha sviluppato misure più severe per evitare che simili inganni possano ripetersi. Inoltre, il caso ha aperto un dibattito su come l’ambizione e la competitività possano spingere alcuni scienziati a compiere azioni disoneste per ottenere riconoscimenti.
Oggi, la figura di Vishwajit Gupta rimane controversa. Sebbene la sua carriera sia segnata dall’inganno, la sua storia rappresenta anche una lezione fondamentale. La scienza è un campo in cui la verifica, la collaborazione e l’accuratezza sono tutto. Non si può semplicemente accettare una scoperta straordinaria senza porre domande, senza un’analisi approfondita. Il caso Gupta ci ricorda che, mentre la ricerca scientifica ci porta a esplorare territori sconosciuti e a fare incredibili scoperte, non possiamo mai dimenticare che dietro ogni “grande scoperta” c’è sempre la necessità di prove solide, verificabili e ripetibili.
Il caso dei fossili peripatetici, come è stato sarcasticamente definito, rappresenta una lezione imparata a caro prezzo dalla scienza. La verità, come sempre, trova un modo di venire a galla, e quando lo fa, è implacabile.
















