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La volpe aveva capito da tempo che inseguire i topi nel bosco era inefficiente. Molto meglio costruire una tana nella quale fossero loro a entrare.

Così si mise al suo tavolino da disegno. Con righelli, compassi e matite studiò corridoi, stanze, richiami e percorsi. Dove mettere il formaggio. Quando far suonare un campanello. Come mostrare a ogni topino quello che stavano facendo gli altri. Quali passaggi li facevano fermare, quali tornare e quali rendevano meno interessante cercare l’uscita.

Quando ebbe finito, la tana era perfetta: calda, comoda, piena di cose da vedere. E soprattutto capace di offrire sempre un buon motivo per restare ancora un po’.

La volpe la chiamava “esperienza del topo”. Naturalmente i topi erano liberi. Nessuno li obbligava a entrare, più o meno come nessuno obbliga un pesce ad abboccare.

Con i topini più giovani funzionava ancora meglio. Avevano bisogno degli altri topi, erano curiosi e soprattutto non avevano molti strumenti per capire perché certi corridoi fossero stati disegnati proprio così. 

Poi qualcuno cominciò a fare domande, e la faccenda arrivò davanti al Tribunale del Bosco. Si parlò di topini troppo giovani, di meccanismi progettati per trattenerli, di rischi ormai acclarati e di responsabilità della volpe.

La volpe negò.
La tana era sicura.
I topi erano liberi.
Il bosco era complesso.

E comunque anche le altre volpi mangiavano topi.

Poi fece i conti. Poteva aspettare la sentenza, rischiare di essere dichiarata responsabile, pagare molto di più e soprattutto lasciare che fosse il Tribunale del Bosco a stabilire come dovesse essere costruita la tana. Magari qualcuno sarebbe perfino entrato nel suo studio, avrebbe guardato i disegni e detto: «Questo corridoio non lo puoi più fare. Questo campanello lo togli. Questa porta la sposti.»

Oppure poteva collaborare. E la volpe, guarda caso, diventò immediatamente molto collaborativa.

Accettò di pagare con un po’ di formaggio ma giusto un po’, anche se ai topi sembrava tanto. Rapportato al formaggio che guadagnava ogni anno, l’equivalente di quello che spendeva in un giorno. 

Ai topi sembrava proprio una montagna di formaggio, ma per la volpe era ben poca cosa, se le consentiva di evitare che qualcuno le portasse via il tavolo da disegno.

La volpe, quindi, inventò un po’ di regole nuove. Orologi per ricordare ai topini da quanto tempo erano dentro. Meno campanelli. Pause. Qualche porta chiusa di notte. Qualche limite in più per i topini giovani.

Dopo anni trascorsi a studiare come convincerli a restare, avrebbe quindi usato la propria esperienza per ricordare loro, ogni tanto, che potevano anche andarsene.

La chiamò “sicurezza dei topi”.

In cambio, però, non ammise di aver fatto nulla di sbagliato. Nessuna colpa. Nessuna responsabilità. Nessuna sentenza che stabilisse che la tana era stata progettata male.

E soprattutto nessun Tribunale del Bosco avrebbe ridisegnato la tana al posto suo.

La volpe pagò e mise a norma qualche corridoio. Aggiunse qualche cartello. E propose che le stesse regole venissero applicate alle altre volpi.

Perché la sicurezza dei topi viene prima di tutto. Subito dopo la concorrenza.

I topini, nel frattempo, continuarono a entrare. Mamma topo e Papà topo pensavano che fossero più protetti. Il tribunale del bosco era soddisfatto. Avevano più avvisi. Più timer. Più possibilità di scegliere. Formalmente erano liberissimi.

Il tavolo da disegno, però, era ancora nello studio della volpe.

Le matite erano ancora nelle sue zampe. E la tana continuava a disegnarla lei.

Anche perché la volpe non aveva mai ammesso che ci fosse qualcosa di sbagliato nel mangiare i topi. Solo che, da quel momento, avrebbe cercato di farlo responsabilmente.

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