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Dall’automazione all’autonomia: quando le marionette tagliano i fili

Ogni civiltà ha un momento in cui tutto ciò che conosceva smette di funzionare come previsto. Non è solo un cambiamento, è come se qualcuno tirasse un interruttore e il passato si trasformasse in un vecchio film sgranato. Gli storici raccontano di momenti epici: la nascita dell’agricoltura, la stampa, l’industria, la scissione dell’atomo. Chi c’era dentro magari si stropicciava gli occhi, ma oggi vediamo ogni evento come un orizzonte degli eventi: quel punto di non ritorno che riscrive le regole del gioco

Ma con il senno di poi, vediamo l’orizzonte degli eventi: il punto oltre il quale la società stessa è stata ricostruita.

Oggi ci stiamo avvicinando a un’altra frontiera di questo tipo. Non si tratta semplicemente di un altro ciclo tecnologico o di una recessione economica. Stiamo entrando in un’era in cui la compressione incessante dei costi, dei margini e delle necessità umane incontra la forza esponenziale dell’automazione.

Il risultato è un’era di potenziale abbondanza, ma anche di profonda incertezza – un momento in cui l’intera architettura della società, del lavoro, della ricchezza, del governo deve essere riconsiderata. Chiamo questa soglia “orizzonte degli eventi della civiltà”.

Cos’è l’orizzonte degli eventi? È un’espressione presa in prestito dalla fisica, dove segna il confine intorno a un buco nero: una linea che, una volta superata, non permette più di tornare indietro. Nella relatività generale di Einstein, rappresenta il punto di non ritorno – oltre quella soglia, nemmeno la luce può sfuggire. Per noi rappresenta il momento in cui i nostri vecchi modelli di lavoro, valore, sicurezza e identità iniziano a collassare gravitazionalmente verso qualcosa di nuovo, e dobbiamo inventare nuovi paradigmi al volo, senza poter tornare al “prima”.

Gli ingorghi fantasma della modernità

Viviamo in un mondo che si blocca da solo. Come in un ingorgo fantasma: nessun incidente, nessun ostacolo reale, solo l’effetto collettivo di piccoli freni. Immagina la folla in autostrada: nessun incidente, nessun ostacolo reale, eppure tutti frenano e nessuno accelera. Eppure ci convinciamo che sia inevitabile:

– l’economia della scarsità, quando la tecnologia promette abbondanza;

– gerarchie centralizzate, quando la rete suggerisce decentramento;

– lavori che sopravvivono solo per inerzia sociale, non per utilità reale.

Il nostro Grillo Parlante oggi si chiama Intelligenza Artificiale. E continua a sussurrarci: “E se fosse tutto diverso da come credete?”

L’adiacente possibile dell’anarchIA

Il vero spartiacque sarà quando le macchine smetteranno di essere semplici automi per diventare artigiane di se stesse. Non automazione, ma autogenesi. È allora che Pinocchio, diventato bambino, si farà anche falegname di sé stesso.

E mentre parliamo di replicazione autonoma, non dimentichiamo che stiamo già sperimentando forme di calcolo che sfidano i nostri paradigmi tradizionali: i computer biologici che usano il DNA come supporto di memoria e calcolo.

Se l’informatica classica ha imitato il cervello con circuiti di silicio, ora stiamo tornando alla fonte – usando direttamente i meccanismi molecolari della vita per elaborare informazioni.

Questa non è una rivoluzione industriale: è un esperimento anarchico planetario. Non anarchia come caos, ma come fioritura spontanea di nuovi ordini:

– Mercati che si riorganizzano senza piani quinquennali.

– Comunità che si autogovernano a colpi di algoritmo.

– Valute che ignorano banche centrali e Stati sovrani.

Un mondo che non si pianifica dall’alto, ma si scrive dal basso.

Il paradosso del controllo

Eppure, più rincorriamo l’autonomia, più ci accorgiamo il controllo scivolarci tra le dita:

– I social che dovevano liberarci hanno creato gabbie invisibili.

– L’AI che doveva essere neutrale moltiplica i nostri pregiudizi.

– La blockchain che doveva decentralizzare concentra ricchezze.

Siamo Geppetto stupito, che vede la sua creatura muoversi senza obbedirgli sempre. A volte (quasi sempre) fa quello che nemmeno lui aveva previsto.

Il manifesto di questa rubrica

In queste pagine esploreremo l’intersezione tragicomica tra l’utopia tecnologica e la realtà economica: dalle criptovalute che promettevano la rivoluzione e hanno finito per replicare Wall Street, alle piattaforme che dovevano connettere l’umanità e l’hanno frammentata, fino all’AI che doveva liberarci dal lavoro e invece ci ha resi ansiosi di essere sostituiti.

Non cercheremo risposte definitive – l’orizzonte degli eventi, per definizione, nasconde ciò che c’è oltre. Ma proveremo a guardare con occhio critico e dissacrante le promesse e le contraddizioni del nostro tempo tecnologico. Sicuri che ogni volta che sul mercato si presenta una nuova tecnologia fissa i limiti di quelle precedenti ma non dà assoluta certezza dello sviluppo del nuovo. Anche per questo non parleremo di distruzione o di digital disruption ma di costruzione e di creative construction. Parlare di distruzione non è la modalità con cui ci muoveremo.

Perché se è vero che stiamo vivendo una trasformazione epocale, è anche vero che spesso le rivoluzioni più clamorose iniziano con qualcuno che ride delle assurdità del presente.

Benvenuti nell’adiacente possibile. Benvenuti nell’anarchia dell’economia digitale.


“Pensieri artificiali tra anarchIA e economIA” è una rubrica con cadenza ‘anarchica’ che tenterà  di esplorare le contraddizioni, le promesse mancate e le opportunità inaspettate dell’era dell’intelligenza artificiale, con uno sguardo dissacrante sui cambiamenti economici e sociali in corso.

Giuseppe Carrella
SCRITTO DA Giuseppe Carrella

Manager del mondo ICT e CEO di alcune aziende di questo settore in Italia e all'estero, ha fondato BCLABb, ed...

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