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“Lo mal fabbro biasima lo ferro”. Dante- convivio

Una volta le rivoluzioni le facevano i poveri che scendevano per strada e ribaltavano il sistema. Adesso le rivoluzioni le fanno i ricchi – quelli che stanno già bene e vogliono stare meglio. Potremmo chiamarla: La Rivoluzione dei Soddisfatti.

È una distinzione sottile ma cruciale: quello a cui stiamo assistendo non è una rivoluzione, ma una rivolta. Si sistema un pezzo di qualcosa usando le nuove tecnologie, ma il sistema nel suo complesso vede poco di queste rivoluzioni locali. Come un ingorgo fantasma che si forma senza una causa reale, creiamo cambiamenti che sembrano epocali ma lasciano intatta l’architettura del potere.

L’Effetto San Matteo nell’Era Digitale

Le parole di Matteo sono profetiche: “A chi ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha.” Questo effetto – che gli scienziati sociali chiamano “Effetto San Matteo” – descrive come il successo attiri altro successo, la ricchezza altra ricchezza, il potere altro potere. Nell’ecosistema tecnologico, questo meccanismo è diventato un algoritmo. Non è più un fenomeno sociale, è letteralmente programmato nel codice:

– I motori di ricerca premiano chi è già popolare

– Le piattaforme amplificano chi ha già follower

– Gli investimenti vanno a chi ha già successo

– Le AI imparano dai dati di chi ha già accesso

Il nostro Grillo Parlante digitale non sussurra più consigli morali – amplifica le disuguaglianze con precisione matematica.

La Tecnosfera della Fretta

Secondo Jacques Ellul, siamo precipitati nella terza età dell’umanità: dopo l’età della Natura e quella della Società, ora viviamo nell’età della Tecnica. Una Tecnosfera che pervade qualsiasi attività, con la differenza che ci obbliga a seguire i suoi ritmi infernali.

Ma attenzione: non è la cultura dell’accelerazione, è quella della fretta. La distinzione è cruciale. L’accelerazione è fluidità, la fretta è il bloccarsi da soli. L’accelerazione porta efficienza, la fretta genera ingorghi fantasma.

Le innovazioni tecnologiche dovrebbero restituirci maggiore spazio per noi, e probabilmente lo fanno. Il tema è: che ne facciamo del tempo che guadagniamo quando anche le relazioni sono sempre più veloci e superficiali? Semplicemente lo riempiamo con altri impegni, altri progetti, altre attività. Riempiamo l’agenda cercando di non lasciare buchi vuoti.

Avvertenza alla prossima pandemia: non ho tempo per te, ho già agenda piena.

Il Mito del Lifelong Learning

Leggiamo dappertutto la stessa rassicurazione: “Non vi preoccupate, non sappiamo quali lavori si formeranno tra 10 anni grazie a queste innovazioni.” La verità è che continuano a spostare in avanti questi dieci anni. È sempre tra dieci anni che arriveranno i lavori del futuro, sempre tra dieci anni che tutto si sistemerà.

Nel frattempo, però, i lavori di oggi scompaiono adesso. Ma per non farci preoccupare, ci vendono il Lifelong Learning come soluzione. Traduzione onesta: “modifica o sostituisci un apprendimento non più adeguato rispetto ai nuovi bisogni”. Con la conseguenza che il lavoratore ideale è niente altro che un serbatoio di competenze con data di scadenza sempre più ravvicinata.

Quello che abbiamo imparato ieri, oggi è già obsoleto. In una cultura dell’accelerazione (pardon, della fretta), bisogna “stare al passo”. Non devi mettere radici né demografiche né culturali: non c’è tempo. Tutto focalizzato sull’andare avanti. L’idea di base è che “tu puoi fare qualsiasi cosa” – con la conseguenza che è solo colpa tua se non raggiungi gli obiettivi.

La Tecnicizzazione di Tutto

Come scrive Ellul, il meccanismo è sempre lo stesso: “Di fronte a un problema sociale, politico, umano, economico, bisogna analizzarlo in modo che diventi un problema tecnico, e a partire da quel momento la tecnica diventa lo strumento più adeguato a trovare una soluzione.”

È esattamente questo che fanno i “rivoluzionari” di oggi. Non cambiano il sistema – lo tecnicizzano. La povertà diventa un problema di “inefficienza distributiva” da risolvere con algoritmi.

La solitudine diventa un problema di “matching” da risolvere con app. La democrazia diventa un problema di “engagement” da risolvere con piattaforme.

La tecnologia forma tecnici, non uomini coscienti. Quelli che servono al momento, in quell’istante. E tutti destinati a diventare “numeri uno” – o se non ce la fai: impara a essere il leader di te stesso.

La Rete di Sostegno che si Blocca da Sola

La rete di sostegno – quel sistema complesso di relazioni fisiche, economiche, sociali e di accettazione culturale che dovrebbe supportare la tecnologia – invece la sabota. Non per cattiveria, ma per miopia sistemica.

Perché possiamo misurare l’impatto di una tecnologia, ma non individuare la sua traiettoria. L’accettazione sociale è imprevedibile: chi avrebbe mai pensato che avremmo accettato di essere sorvegliati 24 ore su 24 dai nostri telefoni, ma ci ribelliamo ai cookies sui siti web?

Ogni tecnologia è composta da hardware, software e brainware – tre componenti interdipendenti. Ma noi continuiamo a pensarle separatamente, come se potessimo isolare i “fatti tecnici” dal contesto culturale.

È qui che nascono i nostri ingorghi fantasma più sofisticati:

– Creiamo piattaforme “democratiche” che concentrano il potere

– Progettiamo algoritmi “neutrali” che replicano i nostri pregiudizi

– Costruiamo reti “decentralizzate” che creano nuovi monopoli

L’Esperimento Herod: L’Economia del Default

Fate questo esperimento: accedete a Google, cercate prima “Rich” e poi “Poor”, selezionate l’opzione immagini. Nel primo caso trovare una persona di colore è molto raro. Nel secondo caso trovare un bianco è altrettanto difficile.

Ma c’è un esperimento ancora più inquietante. Nel Regno Unito, una società ha inserito in un contratto online una clausola Herod: chi firmava cedeva automaticamente il primogenito all’azienda. Migliaia di persone hanno firmato senza accorgersene. Non per stupidità, ma per fretta.

È l’economia del default: accettiamo tutto pur di arrivare velocemente all’obiettivo. Non leggiamo i termini e condizioni, clicchiamo “Accetto” compulsivamente, firmiamo contratti senza leggere. La fretta ci trasforma in automi consensuali.

Per la rete – e questi sono i dati che vengono usati nel machine learning – ricchezza è sinonimo di pelle bianca, e il consenso è sinonimo di fretta. Ma non ci preoccupiamo: abbiamo “sconfitto la povertà” grazie alle tecnologie, e abbiamo “democratizzato l’accesso” grazie ai click.

È l’ingorgo fantasma più perverso: creiamo sistemi che perpetuano le disuguaglianze mentre ci raccontiamo che le stanno eliminando. E nel frattempo, la fretta ci trasforma in complici inconsapevoli del sistema che dovremmo cambiare.

L’Anarchia dei Vincitori

Questa non è l’anarchia che immaginavamo – l’esplosione spontanea di creatività dal basso, il decentramento del potere. È l’anarchia dei vincitori: chi ha già vinto usa le nuove tecnologie per vincere ancora di più, più facilmente, più velocemente.

Le criptovalute dovevano bypassare le banche centrali, hanno finito per replicare Wall Street. La blockchain doveva decentralizzare il potere, ha creato nuovi oligopoli. Le piattaforme dovevano connettere l’umanità, l’hanno frammentata.

È come se Pinocchio, dopo essere diventato un bambino vero, avesse deciso di trasformare tutti gli altri bambini in marionette.

L’Adiacente Possibile della Vera Rivoluzione

Eppure, nell’adiacente possibile, c’è spazio per una vera rivoluzione. Non quella raccontata nelle presentazioni delle aziende tech, ma quella silenziosa che emerge quando le persone usano le tecnologie in modi non previsti dai loro creatori.

Quando i migranti usano WhatsApp per coordinarsi. Quando gli attivisti usano Signal per organizzarsi. Quando le comunità locali bypassano i media tradizionali. Quando i creativi usano l’AI per liberarsi dalle logiche industriali.

Queste non sono rivolte dei soddisfatti – sono esperimenti di autonomia dal basso.

Il Tempo Ritrovato

La vera rivoluzione inizierà quando smetteremo di riempire compulsivamente l’agenda e impareremo a gestire i buchi vuoti. Quando distingueremo la velocità dalla fretta. Quando capiremo che non dobbiamo diventare tutti “numeri uno” ma possiamo essere diversi modi di essere umani.

Forse varrebbe la pena fare qualche ragionamento senza fretta, con un po’ di calma, niente pillole. È l’unico modo per esprimere davvero la nostra idea. Altrimenti aveva ragione Mark Twain: “Se votare facesse qualche differenza non ce lo lascerebbero fare.”

Vediamo di smentire Twain. E cerchiamo di fare la differenza.


Prossimo episodio: Come la matematica della concentrazione produttiva (Legge di Price) si combina con l’automazione per creare la “compressione universale” dei costi. E perché il 10% delle macchine che fa il 90% del lavoro potrebbe essere tanto una minaccia quanto un’opportunità.

Benvenuti nell’era delle rivolte veloci e delle rivoluzioni lente.

Beppe Carrella
SCRITTO DA Beppe Carrella

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