C’è una metafora che Robert Pirsig ha consegnato alla cultura del Novecento e che non ha perso nulla della sua attualità. In Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, distingue due modi opposti di rapportarsi alla tecnologia: quello del manutentore, che capisce come funziona la macchina, ne conosce i meccanismi, la governa; e quello del passeggero di un autobus, che la subisce passivamente, ignaro di tutto ciò che avviene sotto il cofano. La differenza non è tecnica. È culturale.
È esattamente questa differenza che la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione non può permettersi di ignorare. Digitalizzare i servizi pubblici senza costruire la cultura necessaria a governarli — dentro le amministrazioni e tra i cittadini — rischia di produrre un Paese di passeggeri digitali: persone che usano strumenti senza capirli, istituzioni che implementano tecnologie senza misurarne gli impatti, organizzazioni che inseguono l’innovazione senza chiedersi per chi e a quale costo.
Le società in-house della PA hanno un ruolo decisivo da giocare in questo scenario. Non solo come implementatori di soluzioni tecnologiche, ma come agenti culturali della trasformazione digitale.
Dalla tecnologia alla consapevolezza
Diffondere una cultura della sostenibilità digitale significa, prima di tutto, cambiare la domanda di fondo: non come si digitalizza, ma perché e per chi. Significa passare da un approccio centrato sulla tecnologia a uno centrato sulle persone e sugli impatti.
Nella Pubblica Amministrazione, questo richiede di interrogarsi su come vengono progettati i servizi digitali, su chi ne resta escluso, su quali competenze siano necessarie per utilizzarli e su quale valore generino nel tempo. Non basta digitalizzare un processo: occorre chiedersi se quel processo è realmente più semplice, più equo, più accessibile per tutti — non solo per chi ha già competenze digitali elevate.
Le in-house, per la loro posizione intermedia tra PA e mercato, sono in grado di tradurre questa consapevolezza in pratiche operative, rendendola parte integrante della progettazione e non un elemento accessorio o decorativo.
Il paradosso dei nativi digitali
C’è un equivoco che vale la pena nominare esplicitamente, perché pesa su molte scelte di policy: l’idea che le nuove generazioni, cresciute con uno smartphone in mano, siano automaticamente più consapevoli del digitale. Non è così. La facilità d’uso inganna. Viene scambiata per competenza. E la competenza, a sua volta, viene confusa con la consapevolezza critica.
Sapere aprire un’app non significa capire cosa succede ai propri dati. Saper fare una ricerca su Google non equivale a saper valutare l’attendibilità di una fonte. Saper pubblicare un contenuto sui social non significa comprendere le logiche di profilazione e amplificazione che ne determinano la diffusione.
Questo è il territorio culturale in cui le in-house sono chiamate a operare: non solo formare i funzionari pubblici alle competenze digitali, ma contribuire a costruire, nelle scuole, nelle comunità, nei luoghi di lavoro, una capacità diffusa di governare il digitale invece di subirlo.
Strategie per la sensibilizzazione
Una cultura non si impone, si costruisce. E per costruirla servono strategie chiare, continuative e capaci di raggiungere pubblici diversi.
Le in-house possono contribuire attraverso attività di sensibilizzazione rivolte sia alla PA sia ai cittadini: campagne informative accessibili su temi come la gestione dei dati personali, l’uso consapevole dei servizi online, la comprensione degli impatti delle scelte tecnologiche. Ma possono anche lavorare dentro le amministrazioni, supportando dirigenti e funzionari nel comprendere le implicazioni delle decisioni digitali che prendono ogni giorno, spesso senza gli strumenti concettuali per valutarle appieno.
La sostenibilità digitale deve diventare un criterio di valutazione delle politiche pubbliche, al pari dell’efficienza e del costo. Non un adempimento formale, ma una lente attraverso cui leggere ogni scelta di progettazione, ogni appalto, ogni servizio erogato.
Formazione e competenze: il capitale umano al centro
Non può esserci sostenibilità digitale senza competenze adeguate. La formazione è lo strumento più potente — e più spesso trascurato — per produrre un cambiamento culturale duraturo.
Le in-house possono progettare percorsi formativi per la PA che vadano oltre le competenze tecniche, includendo temi come l’etica dei dati, l’accessibilità dei servizi, la progettazione inclusiva e la misurazione dell’impatto. Allo stesso tempo, possono contribuire a sviluppare iniziative rivolte ai cittadini, con l’obiettivo di ridurre il divario digitale non solo sul piano dell’accesso, ma su quello — più profondo e più difficile — dell’uso critico e responsabile.
Rompiamo le scatole: un modello scalabile di educazione digitale
In questo quadro, il progetto Rompiamo le scatole, realizzato da ACI Informatica in collaborazione con la Fondazione per la Sostenibilità Digitale nell’ambito delle iniziative di Repubblica Digitale, rappresenta qualcosa di più di un’iniziativa di buona volontà. È il prototipo di un modello.
L’obiettivo del progetto non è l’alfabetizzazione digitale tradizionale — insegnare a usare strumenti — ma spingere gli studenti delle scuole superiori a uscire dagli schemi comportamentali nei quali un uso inconsapevole delle piattaforme rischia di rinchiuderci. Significa interrogarsi su ciò che diamo per scontato: l’impatto dei social media sulle nostre opinioni, il valore dei dati che cediamo ogni giorno, le logiche che governano i contenuti che vediamo. Trasformare, in sostanza, utenti passivi in soggetti capaci di uno sguardo critico.
Con più edizioni all’attivo, centinaia di studenti coinvolti tra webinar e laboratori in aula, Rompiamo le scatole dimostra che le in-house della PA — con la loro duplice natura di organizzazioni tecnologiche e attori pubblici — sono in posizione unica per sviluppare e scalare questo tipo di intervento educativo. Non come iniziativa estemporanea, ma come contributo strutturale alla costruzione di una cittadinanza digitale consapevole.
Collaborazione e ecosistemi: una responsabilità condivisa
La diffusione di una cultura della sostenibilità digitale non può essere affidata a un singolo attore. Richiede ecosistemi: reti in cui pubblico e privato, scuola e impresa, istituzioni e società civile lavorino intorno a obiettivi condivisi.
Le in-house possono svolgere un ruolo di facilitazione in questo senso, creando spazi di confronto, promuovendo standard comuni, contribuendo alla costruzione di modelli replicabili. La partecipazione agli Stati Generali della Sostenibilità Digitale promossi dalla Fondazione è un esempio concreto di come questa logica possa funzionare: mettere a fattor comune le esperienze di organizzazioni diverse, fare in modo che le buone pratiche non restino chiuse in un bilancio sociale ma diventino patrimonio condiviso.
Conclusione: l’infrastruttura che non si vede
La trasformazione digitale della PA non sarà davvero compiuta quando tutti i servizi saranno online. Sarà compiuta quando i cittadini sapranno usarli consapevolmente, quando i funzionari sapranno progettarli in modo equo, quando le organizzazioni sapranno misurarsi su impatti che vanno oltre l’efficienza operativa.
Questo richiede un’infrastruttura che non si vede: fatta di cultura, consapevolezza e competenza critica. Le in-house hanno gli strumenti, la posizione e la responsabilità per contribuire a costruirla. Perché il digitale, come la motocicletta di Pirsig, non si prende come un autobus. Va capito, manutenuto, governato.
E per arrivarci, bisogna cominciare dalla cultura.
















