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SOCIETÀ/

Dall’algocrazia al tecnocivismo: cittadinanza digitale del lavoro e governo giuridico degli algoritmi oltre l’illusione dell’algoretica

L’emersione dell’algocrazia — intesa come governo degli algoritmi nei processi produttivi e organizzativi — determina una trasformazione strutturale del potere datoriale. Ciò dal momento che essa non si limita a introdurre nuovi strumenti tecnici, ma ridefinisce la stessa architettura della decisione nel rapporto di lavoro: dalla selezione del personale alla valutazione delle performance, dall’assegnazione delle mansioni alla cessazione del rapporto di lavoro. E così, nella nuova era dell’algocrazia, il comando si fa opaco, distribuito e mediato da sistemi automatizzati. In questo contesto, il lessico dell’“algoretica” — spesso evocato per indicare una presunta etica degli algoritmi — rischia di costituire più un velo ideologico che una reale categoria critica. Non esiste, infatti, un’etica degli algoritmi in senso proprio, dal momento che gli algoritmi non sono soggetti morali. Esiste, piuttosto, una responsabilità umana, che deve tradursi non in enunciazioni etiche (soggette alle pulsioni individuali), ma in vincoli giuridici precisi ed effettivi.

Da qui la necessità di ripensare l’intreccio tra algocrazia, “algoretica” e cittadinanza digitale in prospettiva giuslavoristica, spostando il baricentro dall’etica alla giuridicità.

Algocrazia: la metamorfosi del potere datoriale

L’algocrazia segna il passaggio da un potere datoriale visibile e imputabile a una persona fisica, a un potere mediato, incorporato in sistemi tecnici che operano come infrastrutture decisionali. Il cosiddetto algorithmic management, infatti, organizza il lavoro attraverso metriche, punteggi, sistemi reputazionali e modelli predittivi. Ciò produce una nuova forma di subordinazione, che non fatichiamo a definire alla stregua di una “subordinazione informativa”, dal momento che il lavoratore non dipende soltanto da ordini, ma da flussi di dati e da logiche computazionali che nessuno, tanto meno il lavoratore stesso, è in grado di controllare o di comprendere pienamente. 

Questa trasformazione ha due implicazioni fondamentali. In primo luogo, il potere non scompare, ma si dissimula, dal momento che l’algoritmo non è un soggetto autonomo, bensì un dispositivo che veicola decisioni umane, spesso sottratte alla trasparenza e alla contestazione. In secondo luogo, la tradizionale asimmetria tra datore di lavoro e lavoratore si amplifica, poiché il primo detiene non solo il controllo organizzativo, ma possiede e gestisce – quasi sempre, peraltro, senza piena consapevolezza – anche quello informativo e predittivo.

La critica dell’algoretica: l’insufficienza dell’etica

In questo scenario, il ricorso all’“algoretica” come insieme di principi etici tout court (trasparenza, equità, non discriminazione) appare, a ben vedere, insufficiente e in parte fuorviante. Parlare di etica degli algoritmi implica una personificazione indebita della tecnica, come se essa fosse portatrice di valori propri. Tuttavia, gli algoritmi non sono agenti morali: sono artefatti progettati, addestrati e utilizzati da soggetti umani e organizzazioni del tech.

Il vero problema non è, dunque, rendere “etici” gli algoritmi, bensì assoggettare chi li progetta e li utilizza a obblighi giuridici stringenti. Diversamente, l’etica, in questo ambito, rischia di operare come una forma di soft regulation, affidata alla buona volontà delle imprese o a codici di condotta privi di effettività e di cogenza nel senso più pieno del termine. Altrimenti detto, l’algoretica può facilmente trasformarsi in una strategia di deresponsabilizzazione, così che si invoca l’etica per evitare il diritto.

Occorre dunque rovesciare la prospettiva: non un’etica degli algoritmi, ma una giuridicizzazione della loro governance, garantendo il passaggio da principi generali e spesso indeterminati a norme vincolanti, controlli effettivi e rimedi giurisdizionali.

Cittadinanza digitale del lavoratore e nuovo status giuridico

È proprio nella tensione tra algocrazia e la sua insufficiente risposta etica che emerge l’esigenza di una nuova “figura giuridica”, ancorata al concetto di “cittadinanza digitale” del lavoratore. Tuttavia, per coglierne appieno la portata, è necessario partire dal concetto stesso di cittadinanza tout court. Essa è tradizionalmente intesa come quel legame giuridico, politico e sociale tra un individuo e uno Stato, dal quale derivano diritti civili, politici e sociali, nonché doveri reciproci. La cittadinanza si concretizza, dunque, nell’attribuzione di uno status che definisce l’appartenenza dell’individuo a una comunità politicamente e territorialmente determinata.

Trasposta nella dimensione digitale, questa nozione subisce una trasformazione rilevante: la cittadinanza digitale non si radica più esclusivamente in uno spazio fisico, ma si costruisce all’interno di ambienti virtuali, infrastrutture tecnologiche e piattaforme. In tale contesto, essa conduce a delineare un nuovo status del lavoratore ogniqualvolta questi operi nella rete, attraverso piattaforme digitali o mediante sistemi di intelligenza artificiale.

Non vi è dubbio, infatti, che nella dimensione digitale si stiano formando nuovi diritti civili e sociali, così come nuovi e ancora inesplorati doveri reciproci tra lavoratore e datore di lavoro (o, più precisamente, tra lavoratore e organizzazione algoritmica del lavoro). Parlare di cittadinanza digitale implica dunque non solo riconoscere l’esistenza di tali diritti, ma anche individuarli e tipizzarli, tracciando al contempo una sorta di “costituzione materiale” della dimensione digitale del lavoro, entro la quale tali diritti possano trovare effettiva applicazione e garanzia.

In questa prospettiva, la cittadinanza digitale del lavoratore si configura come una vera e propria “soggettività lavorativa algoritmica”, caratterizzata da diritti che potremmo definire di “quarta generazione”, non perché nuovi in senso assoluto, ma perché derivanti dalla trasformazione tecnologica del potere. Tra questi tengono banco diritti come quella alla trasparenza effettiva dei sistemi decisionali; alla spiegabilità delle decisioni che incidono sul rapporto di lavoro; alla contestazione delle decisioni automatizzate; a una supervisione umana reale, non meramente formale; alla non discriminazione algoritmica, con oneri probatori adeguatamente redistribuiti. 

Tali diritti non devono essere concepiti come concessioni etiche, ma riconosciuti come posizioni giuridiche soggettive tutelate, azionabili in giudizio e presidiate da sanzioni.

Cittadinanza digitale, tecnocivismo e partecipazione tecnologica

Se la cittadinanza digitale del lavoratore definisce uno status, il tecnocivismo ne rappresenta la dimensione dinamica e partecipativa. Esso può essere inteso come l’insieme delle pratiche, dei diritti e dei doveri attraverso cui i soggetti — e in particolare i lavoratori — partecipano attivamente alla governance delle tecnologie che li riguardano.

In questo senso, il tecnocivismo segna un ulteriore superamento della logica puramente difensiva del diritto del lavoro. Accanto ai diritti di trasparenza, spiegabilità, contestazione, supervisione e non discriminazione di cui si è detto, occorre riconoscere ai lavoratori un ruolo “co-costitutivo” nei processi tecnologici. Il che implica, per fare un esempio: forme di coinvolgimento collettivo nella progettazione o nell’adozione di sistemi algoritmici in azienda; diritti di accesso e controllo sui dati che alimentano tali sistemi; strumenti di contrattazione collettiva tecnologica, capaci di incidere sulle logiche algoritmiche; pratiche di audit partecipato e di controllo diffuso. 

Il tecnocivismo, dunque, traduce la cittadinanza digitale in azione, trasformando il lavoratore da soggetto esposto al potere algoritmico a soggetto che contribuisce a definirne i limiti e le modalità di esercizio. In questa prospettiva, esso si pone come risposta alla crisi dell’algoretica: laddove l’etica si limita a enunciare principi, il tecnocivismo pretende spazi istituzionalizzati di intervento e di controllo, radicati nel diritto e nelle relazioni industriali.

La trasformazione del diritto del lavoro

L’emergere della cittadinanza digitale del lavoratore implica una trasformazione profonda del diritto del lavoro. In primo luogo, si assiste a un passaggio dal diritto alla protezione al diritto alla partecipazione, consentendo al lavoratore di andare oltre la passiva posizione di destinatario di tutele, per arrivare a poter incidere sui processi algoritmici che lo riguardano.

In secondo luogo, il dato personale deve assumere una nuova centralità. Esso non è più soltanto oggetto di protezione, ma diventa elemento costitutivo della relazione lavorativa, così che la gestione giuridica del lavoro tuteli il lavoratore anche nel momento di gestirne i dati.

In terzo luogo, si impone una revisione delle tecniche probatorie e delle presunzioni giuridiche, per evitare che l’opacità algoritmica si traduca in un vuoto di tutela. La trasparenza, infatti, non può essere lasciata alla discrezionalità datoriale, ma deve essere imposta come obbligo legale.

Da ultimo, il principio di dignità del lavoratore — che costituisce un elemento cardine del diritto del lavoro — deve essere reinterpretato alla luce della mediazione tecnologica. Ciò significa che non basta evitare l’abuso umano, occorre prevenire anche l’abuso incorporato nei sistemi tecnici.

Oltre l’etica, verso il diritto.

L’intreccio tra algocrazia, algoretica, cittadinanza digitale e tecnocivismo non conduce a una sintesi armonica, ma a una presa di posizione critica: l’etica non basta. In un contesto in cui il potere si esercita attraverso infrastrutture algoritmiche, la regolazione non può essere affidata a principi volontari o a dichiarazioni di intenti.

La vera sfida è costruire un diritto del lavoro capace di governare l’algocrazia, rendendo imputabili le decisioni automatizzate e garantendo al lavoratore una cittadinanza piena anche nell’ambiente digitale. Ciò significa riconoscere che l’algoritmo non è un nuovo sovrano, ma uno strumento che deve restare subordinato alla legge.

In questa prospettiva, la cosiddetta algoretica deve essere ricondotta al suo nucleo autentico: non un’etica degli algoritmi, ma una responsabilità giuridica degli esseri umani che li progettano, li impiegano e ne traggono vantaggio. E il tecnocivismo ne rappresenta il completamento necessario, costituendo il passaggio da una responsabilità imposta dall’alto a una cittadinanza attiva e partecipata nella governance delle tecnologie. 

Solo così la cittadinanza digitale del lavoratore potrà diventare non una promessa, ma realtà. 

Lara Lazzeroni
SCRITTO DA Lara Lazzeroni

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