Come il gruppo Wiley, il più prestigioso editore di riviste scientifiche, ha rischiato la sua reputazione
Negli ultimi anni, la comunità scientifica ha assistito a un fenomeno inquietante che sta mettendo in crisi la fiducia nelle pubblicazioni accademiche: le “ritrattazioni”.
Ma cosa significa esattamente ritrattare, o ritirare, un articolo scientifico? In termini semplici, una ritrattazione avviene quando un articolo – precedentemente esaminato, autorizzato per la pubblicazione e quindi pubblicato – viene ritirato ufficialmente dalla rivista che lo aveva accettato. Le motivazioni per cui un articolo viene ritirato sono varie, ma le più comuni sono errori gravi nei dati, irregolarità nei metodi di ricerca, plagio, o mancanza di integrità scientifica. Mentre le ritrattazioni sono parte integrante della scienza – un meccanismo attraverso cui l’errore (involontario, o volontario) viene corretto – assistiamo a un aumento preoccupante di articoli ritirati, specialmente da riviste che dovrebbero garantire la qualità scientifica, ma che in realtà non sembrano fare altro che privilegiare l’aspetto … commerciale.
Una delle cause principali di questa crisi è l’esplosione delle riviste scientifiche open-access. Tradizionalmente, le riviste specializzate si autofinanziano con gli abbonamenti dei lettori, ma anche grazie al lavoro gratuito dei revisori e degli stessi autori. Ora, il modello di business open-access introduce una nuova dinamica: per pubblicare, sono gli autori che devono pagare una tariffa alla rivista. Questa, in cambio, rende accessibile gratuitamente l’articolo a tutti i lettori. In teoria, questo approccio democratizza l’accesso alla scienza: i centri ricerche, le università ed i singoli ricercatori non devono più farsi carico di costi elevati solo per mantenersi al corrente con il mondo della ricerca. Ma, in pratica, il modello contribuisce alla proliferazione di pubblicazioni che, purtroppo, non sempre sono sottoposte a un’adeguata revisione tra pari (la celebre “peer review” di cui abbiamo già parlato più volte).
Ed è qui che entra in scena la casa editrice Hindawi Publishing. Questa, adotta fin da subito il modello open-access ottenendo enormi diffusioni dei propri articoli, prestigio internazionale e una notevole crescita della sua influenza. Ma qualcuno inizia anche a sospettare problemi relativi alla qualità delle pubblicazioni. Non è un caso che il numero di articoli sospetti (superficiali, errati o palesemente fraudolenti) pubblicati sotto la sua egida aumenti, negli anni, fino a raggiungere livelli allarmanti.
La “fabbrica di articoli” a pagamento: il modello Hindawi
Hindawi diventa famosa per aver portato alle estreme conseguenze il suo modello di business open-access. In un contesto in cui la carriera di un ricercatore dipende dalla quantità di pubblicazioni, non è difficile intuire che le riviste open-access possano diventare un affare redditizio. L’autore paga, la rivista pubblica, l’autore aumenta la mole delle proprie pubblicazioni e quindi il proprio prestigio accademico, misurato proprio su questo parametro.
Dal canto loro, piuttosto che focalizzarsi sulla qualità della ricerca, molte riviste scientifiche diventano vere e proprie “fabbriche” di articoli, mirando unicamente a pubblicare il maggior numero possibile di studi per massimizzare i propri guadagni.
Nel caso di Hindawi, la crescita diventa ben presto esponenziale: nel giro di pochi anni, il numero di articoli pubblicati aumenta da circa 2.500 all’anno a ben 13.000, con oltre 300 riviste specializzate in diversi settori scientifici. Un successo travolgente che, però, ha sollevato legittimi dubbi su come vengono selezionati e pubblicati questi articoli.
La pressione per soddisfare le richieste di pubblicazione conduce molte riviste a ridurre gli standard editoriali, permettendo la pubblicazione di lavori scientifici che non hanno i requisiti minimi di validità. Gli autori, da parte loro, sono spinti dalla crescente competitività accademica a pagare per pubblicare, con cifre che spesso si aggirano intorno agli 800 dollari per articolo. Un costo che, purtroppo, non incentiva la qualità, ma crea un mercato dove la velocità di pubblicazione ha la meglio sulla solidità dei dati e delle conclusioni.
Inizia lo scandalo: ritrattazioni a valanga
Non è un caso che proprio il modello di Hindawi porti a un aumento esponenziale non solo delle pubblicazioni, ma anche delle ritrattazioni. Negli ultimi anni, sempre più articoli pubblicati su riviste del gruppo Hindawi vengono ritirati per irregolarità che spaziano dal plagio all’utilizzo di dati falsificati, fino ad arrivare a una chiara dichiarazione che alcuni lavori scientifici non hanno alcun valore. Nel 2023, il numero di articoli ritirati balza a oltre 7.000, superando il picco del 2022 che aveva bloccato il totalizzatore a “sole” 6.000 ritrattazioni.
Questo aumento è il risultato diretto delle indagini interne condotte dalla prestigiosa Wiley, la casa editrice madre di Hindawi, che ha dovuto fare i conti con la realtà di un sistema nefasto che permette la pubblicazione di articoli fraudolenti e privi di validità scientifica. In un tentativo di porre rimedio, Wiley chiude ben 19 riviste dal suo catalogo. Ma la verità è che, purtroppo, i danni alla sua nobile reputazione sono già stati fatti.
Molti articoli ritirati risultano frutto di pratiche ingannevoli da parte degli autori, o addirittura scritti da intelligenze artificiali. Un chiaro segno che il sistema di revisione tra pari, che dovrebbe garantire la qualità, è stato aggirato con l’aiuto di tecniche discutibili, facendo emergere un sistema che, in realtà, favorisce la quantità a discapito della qualità.
Le “chicche”
Alcuni casi emersi hanno messo in luce l’ampiezza del problema e la gravità delle irregolarità. Vediamone alcuni.
Nel 2014, il Journal Citation Reports esclude dall’indicizzazione tre riviste del gruppo Hindawi a causa dei loro modelli di citazione fuori standard, come la citazione di sé stesse come fonte primaria e l’annidamento di molteplici citazioni una dentro l’altra. Un po’ come se, per sostenere la propria innocenza, il ladro chiamasse a testimoniare… sé stesso. E magari pure un paio di complici.
Nel 2015, dopo un’indagine interna, Hindawi identifica 32 articoli manipolati da editori che hanno creato falsi account di finti peer reviewer e favoriscono le pubblicazioni di alcuni autori. Non viene effettuato alcun controllo sulla genuinità e sulla competenza degli scienziati che ricevono l’incarico di effettuare la peer-review. Anche se l’editore imporrà misure correttive, il danno alla fiducia nella revisione tra pari risulterà significativo.
Nel 2018, uno studio epidemiologico pubblicato nel Journal of Environmental and Public Health sui rischi dei telefoni cellulari nel causare cancro cerebrale (glioblastoma) diventa un caso da manuale. Il paper, che sosteneva legami tra l’uso di telefoni cellulari e l’insorgenza di quel tumore, viene accompagnato da un comunicato stampa che ne esagera notevolmente i risultati. Nelle interviste, gli autori (privi di qualsiasi affiliazione accademica) enfatizzano in modo sensazionalistico i risultati, alimentando una controversia che mina la stessa credibilità dello studio. Una successiva analisi conclude che tutto il lavoro è privo di fondamento scientifico.
Nel 2023, in uno dei casi più recenti e più gravi, si è scoperto che interi articoli scientifici vengono creati utilizzando intelligenze artificiali, quasi in automatico, senza che ci sia alcuna supervisione da parte dei ricercatori stessi o di esperti qualificati. Questi articoli vengono poi pubblicati senza un’adeguata verifica, provocando – al termine dell’indagine – la loro successiva ritrattazione massiva. Si stima che circa il 10-13% degli articoli pubblicati nel 2023 presenti segni evidenti di provenienza da “paper mills”, ossia fabbriche all’ingrosso di articoli scientifici, che producono in modo automatizzato studi fittizi su larga scala.
La fuga in avanti di Wiley e il suo costo in termini di reputazione
Wiley, nonostante abbia preso provvedimenti, ha continuato a perseguire una politica orientata sulla quantità, piuttosto che sulla qualità. Questo approccio ha suscitato numerose proteste da parte di comitati editoriali che si sono dimessi in blocco, come quello del Journal of Economic Surveys. L’editore ha ricevuto critiche per aver dato priorità alle cifre contabili, piuttosto che a criteri rigorosi di selezione e revisione. La questione ha sollevato interrogativi su come il modello di business editoriale possa danneggiare la credibilità della scienza e compromettere il valore delle pubblicazioni scientifiche.
Le implicazioni a lungo termine: un sistema che premia la frode?
Tutto questo porta a una riflessione critica: fino a che punto l’editoria accademica può continuare a operare in questo modo? Con un sistema che premia la quantità piuttosto che la qualità, il rischio è che la scienza diventi sempre più una corsa a pubblicare articoli a pagamento, indipendentemente dalla validità dei dati e dalla qualità delle ricerche. Le ritrattazioni di articoli fraudolenti sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che potrebbe avere conseguenze devastanti per il futuro della scienza.
Le pratiche poco trasparenti e la gestione discutibile di alcune riviste, come quelle di Hindawi, sollevano preoccupazioni legittime non solo per l’affidabilità dei risultati scientifici, ma anche per l’integrità del sistema accademico in generale. Quando gli articoli vengono pubblicati senza un’adeguata revisione e senza garanzie di qualità, si rischia di falsare i dati, di compromettere la ricerca e di distorcere il giudizio dei comitati di valutazione. Ciò potrebbe influire negativamente sulla distribuzione di risorse, fondi e posizioni accademiche, generando un ciclo vizioso che danneggerà il progresso della scienza stessa.
Mentre l’editoria scientifica open-access continua a guadagnare terreno, è fondamentale che vengano introdotti controlli più severi e misure più rigorose per tutelare l’integrità della ricerca. Non basta dire che “la scienza è democraticamente open-access”; bisogna anche assicurarsi che sia affidabile. Se non vengono adottate soluzioni per limitare le pratiche fraudolente, quello che otteniamo non è scienza, ma un affare commerciale che svilisce il significato stesso della ricerca accademica. Se poi mettiamo in conto anche la diffusione degli strumenti di intelligenza artificiale generativa, rischiamo un mondo in cui le IA scrivono gli articoli scientifici, gli editori le passano per validazione ad altre intelligenze artificiali e… E poi, come faremo a distinguere la scienza dalle pseudoscienze?
















