Quando le prime società in house della Pubblica Amministrazione si sono avvicinate alla Fondazione per la Sostenibilità Digitale, lo hanno fatto con una curiosità non episodica e con una consapevolezza precisa: il tema della sostenibilità digitale non poteva essere interpretato come un semplice esercizio reputazionale, né come un’etichetta da aggiungere a progettualità già definite. Doveva, al contrario, diventare un criterio concreto di orientamento delle scelte, dei processi e delle strategie pubbliche.
Da questa esigenza è nato un percorso che, nel tempo, ha assunto una fisionomia sempre più chiara. Le società in house, per la loro natura particolare, si trovano infatti in una posizione unica: sono parte dell’ecosistema pubblico, ne conoscono vincoli, bisogni e dinamiche, ma allo stesso tempo operano quotidianamente nel campo dell’innovazione tecnologica, del procurement, della progettazione dei servizi digitali e del rapporto con il mercato. Proprio per questo possono diventare un punto di snodo decisivo tra trasformazione digitale e sostenibilità.
La questione di fondo, fin dall’inizio, è stata questa: come fare in modo che la sostenibilità digitale non resti un principio astratto, ma diventi cultura organizzativa, capacità progettuale e criterio operativo dentro le amministrazioni pubbliche? La risposta individuata dal gruppo di lavoro è stata progressiva: le in house possono agire come un vero e proprio abilitatore, un “grimaldello” istituzionale capace di accompagnare le PA socie verso una maggiore consapevolezza e verso l’adozione di pratiche coerenti con gli obiettivi della sostenibilità digitale.
Un gruppo nato dal confronto e cresciuto nella pratica
Il percorso è partito da un nucleo ristretto di soggetti, accomunati dalla volontà di dare concretezza a un tema ancora in fase di definizione. Nel tempo il gruppo si è ampliato, coinvolgendo altre realtà dell’informatica pubblica, comprese società riconducibili alle reti associative e ai circuiti di confronto delle in house ICT.
Il metodo scelto è stato semplice ma efficace: incontri periodici, confronto costante, analisi condivisa delle esperienze e progressiva individuazione di elementi comuni. Non si è trattato di costruire un tavolo formale fine a sé stesso, ma uno spazio di lavoro nel quale le società partecipanti potessero misurarsi sui problemi reali: il rapporto con le amministrazioni controllanti, la capacità di orientare le scelte tecnologiche, il presidio delle competenze, l’impatto territoriale, la misurazione dei risultati, la relazione con il mercato e con le autorità pubbliche.
Da questo confronto è emersa una convinzione condivisa: la sostenibilità digitale deve essere integrata nelle scelte ordinarie, non confinata in un capitolo separato. Deve entrare nel procurement, nella progettazione dei servizi, nella gestione delle infrastrutture, nella valutazione degli impatti, nella sicurezza, nella sovranità digitale, nella misurazione della maturità dei territori e delle amministrazioni.
Il decalogo come prima piattaforma comune
Uno dei risultati più significativi del lavoro del gruppo è stata la costruzione di un decalogo dedicato al rapporto tra società in house e sostenibilità digitale. Il documento ha rappresentato una prima piattaforma comune, utile non solo a descrivere il ruolo delle in house, ma anche a misurare la coerenza delle azioni intraprese.
Il decalogo parte da un presupposto centrale: la Pubblica Amministrazione ha un ruolo cruciale nella trasformazione digitale del Paese e può diventare un abilitatore essenziale della sostenibilità digitale. Le in house, in quanto strumenti operativi delle amministrazioni, possono contribuire a questo obiettivo grazie alla loro vicinanza agli enti pubblici, alla conoscenza dei processi amministrativi e alla capacità di tradurre bisogni pubblici in soluzioni tecnologiche.
Tra i punti più rilevanti vi è il riconoscimento delle in house come supporto strategico alla trasformazione digitale sostenibile, con particolare attenzione a inclusione, trasparenza e accessibilità. Il digitale pubblico, infatti, non può essere valutato soltanto in termini di efficienza tecnica: deve garantire parità di accesso ai servizi, ridurre le disuguaglianze e contribuire alla piena realizzazione dei diritti dei cittadini.
Un altro elemento decisivo riguarda la funzione delle in house come ponte tra domanda pubblica e offerta privata. Queste società non sostituiscono il mercato, ma aiutano la PA a qualificare la domanda, a definire requisiti coerenti con l’interesse pubblico e a orientare l’innovazione verso finalità collettive. In questo senso, la sostenibilità digitale diventa anche un criterio di buona amministrazione: serve a scegliere meglio, progettare meglio, acquistare meglio e valutare meglio.
Il decalogo valorizza inoltre il patrimonio di conoscenza detenuto dalle in house su infrastrutture, sistemi, software e processi degli enti pubblici. Questa conoscenza rappresenta un asset strategico, perché consente di garantire continuità dei servizi, sicurezza, controllo pubblico e capacità di evoluzione. È un punto particolarmente importante oggi, in un contesto in cui la trasformazione digitale si intreccia sempre più con i temi della sovranità tecnologica, della cybersecurity e della gestione del rischio.
Misurare per orientare le decisioni
Il gruppo ha posto grande attenzione alla misurazione. Parlare di sostenibilità digitale senza indicatori rischia infatti di produrre dichiarazioni generiche. La misurazione, invece, permette di capire dove si trovano i territori, quali pratiche funzionano, quali elementi possono essere replicati e dove è necessario intervenire.
Da qui nasce l’interesse per indici territoriali e strumenti di analisi capaci di restituire il livello di maturità delle amministrazioni e dei territori rispetto alla sostenibilità digitale. L’obiettivo non è costruire classifiche fini a sé stesse, ma individuare traiettorie di miglioramento, valorizzare le migliori pratiche e generare meccanismi di premialità coerenti con risultati effettivi.
In questa prospettiva, l’analisi delle esperienze delle diverse in house assume un valore particolare. Le pratiche sviluppate nei territori possono diventare patrimonio comune, purché vengano lette, confrontate e rese trasferibili. Il gruppo ha lavorato proprio in questa direzione: trasformare casi specifici in conoscenza condivisa, evitando che le sperimentazioni restino isolate.
Congruità, valore pubblico e scelte strategiche
Un tema emerso con forza è quello della congruità. Tradizionalmente, la congruità viene spesso interpretata in chiave prevalentemente economica, come verifica della coerenza dei costi. Il lavoro del gruppo ha invece spinto verso una lettura più ampia: la congruità deve riguardare anche il valore strategico delle azioni, la loro coerenza con gli obiettivi pubblici, l’impatto sui territori, la capacità di generare sostenibilità nel medio e lungo periodo.
Questo approccio consente di superare una visione riduttiva della spesa digitale. Non basta chiedersi quanto costa un progetto: occorre chiedersi quale valore produce, quali dipendenze crea o riduce, quali competenze lascia alla PA, quali benefici genera per cittadini e imprese, quale impatto ha su ambiente, società, governance, sicurezza e autonomia tecnologica.
La congruità, letta in questo modo, diventa uno strumento di governo della trasformazione digitale. Non è soltanto una verifica ex ante o ex post, ma un criterio di progettazione. Serve a orientare le scelte e a rendere più esplicito il legame tra investimenti digitali e interesse pubblico.
Dalla dimensione verticale al contributo generale della Fondazione
Nel tempo, il gruppo dedicato alle in house ha assunto un peso crescente all’interno della Fondazione. Alcuni temi nati come specifici della relazione tra società in house e PA sono diventati progressivamente questioni più generali per l’intero ecosistema della sostenibilità digitale.
È accaduto, ad esempio, per il rapporto tra sostenibilità digitale e procurement, per la necessità di introdurre indicatori di maturità, per la valutazione di impatto, per la relazione tra sostenibilità e sovranità digitale, per il presidio delle competenze pubbliche e per il ruolo degli RTD. Questo passaggio è significativo: dimostra che le in house non sono soltanto un segmento operativo della PA digitale, ma un osservatorio privilegiato sulle trasformazioni in corso.
La loro collocazione consente infatti di intercettare bisogni concreti, criticità applicative e opportunità di innovazione. Ciò che viene discusso nel gruppo può quindi contribuire a una riflessione più ampia, capace di incidere sulle linee di indirizzo, sulle prassi e sui documenti strategici della trasformazione digitale pubblica.
Il confronto con le istituzioni e il Piano triennale
Una delle direzioni più rilevanti del lavoro recente riguarda l’interlocuzione con le istituzioni nazionali e con le autorità competenti. In particolare, il confronto sul Piano triennale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione 2027-2029 rappresenta un passaggio importante per portare la sostenibilità digitale dentro la programmazione strategica.
L’orientamento emerso è chiaro: la sostenibilità digitale non dovrebbe essere trattata come un capitolo isolato, ma come un criterio trasversale. Dovrebbe attraversare le diverse sezioni del Piano, dal procurement agli investimenti, dalla gestione delle infrastrutture alla sicurezza, dalla qualità dei servizi alla misurazione degli impatti.
Questo significa introdurre gradualmente elementi applicativi, sotto-indicatori, criteri di valutazione e strumenti di monitoraggio. La sostenibilità digitale deve diventare leggibile e misurabile: non soltanto un principio di indirizzo, ma un insieme di azioni verificabili.
In questa prospettiva, il contributo delle in house può essere particolarmente utile. La loro esperienza operativa consente di distinguere tra azioni mature, già pronte per essere integrate nei documenti di programmazione, e temi che richiedono ancora sperimentazione, accompagnamento o definizione metodologica.
Sovranità digitale e massa critica pubblica
Un’altra direzione di lavoro riguarda la sovranità digitale. Il tema è sempre più centrale, perché la trasformazione digitale pubblica non può dipendere esclusivamente da soluzioni, infrastrutture o competenze esterne non governabili. La sostenibilità digitale include anche la capacità del sistema pubblico di mantenere controllo, continuità, sicurezza e autonomia sulle proprie scelte tecnologiche.
Le in house possono contribuire a questa prospettiva creando massa critica. Non si tratta di duplicare soluzioni o chiudere il sistema pubblico al mercato, ma di rafforzare la capacità della PA di governare le scelte, conoscere le proprie architetture, presidiare i building block essenziali, evitare dipendenze non sostenibili e strutturare una domanda pubblica più consapevole.
La sovranità digitale, in questo senso, non è una parola d’ordine astratta. È la capacità di sapere cosa si compra, perché lo si compra, quali alternative esistono, quali competenze restano nel perimetro pubblico e quali rischi si assumono. È anche la capacità di collaborare tra soggetti pubblici, evitando frammentazioni e favorendo riuso, interoperabilità e condivisione.
Le in house come hub territoriali
Un altro elemento emerso nel percorso è il ruolo territoriale delle in house. Le società in house non operano in uno spazio neutro: sono radicate nei territori, dialogano con amministrazioni regionali e locali, supportano processi di innovazione che hanno ricadute dirette su cittadini, imprese e comunità.
Per questo possono agire come hub territoriali della sostenibilità digitale. Possono promuovere incontri con gli enti controllanti, accompagnare le amministrazioni nella lettura degli indicatori, supportare gli RTD, favorire percorsi di sensibilizzazione e contribuire alla costruzione di agende territoriali coerenti.
Le esperienze già avviate in alcuni territori mostrano che questa strada è concreta. Ora la sfida è strutturarla in modo più organico, trasformando iniziative locali in un modello replicabile. La sostenibilità digitale, infatti, non può essere soltanto nazionale o soltanto locale: deve connettere indirizzo strategico, capacità attuativa e conoscenza dei contesti.
Verso un position paper e una nuova fase di lavoro
A distanza di tempo dalla definizione del decalogo, il gruppo ha avviato una riflessione sul suo aggiornamento e sulla possibilità di evolverlo in un position paper. È un passaggio naturale. Il decalogo ha avuto il merito di fissare principi e orientamenti; oggi, però, il contesto è cambiato e richiede un’elaborazione più matura.
Tra i temi da integrare vi sono la sovranità digitale, la valutazione di impatto, la congruità strategica, il ruolo delle in house come hub territoriali, il rapporto con il Piano triennale, la gestione dei rischi, la sicurezza, il procurement sostenibile e la costruzione di pratiche condivise.
Il position paper potrebbe rappresentare uno strumento utile per consolidare la visione del gruppo, rafforzare il dialogo con le istituzioni e offrire alle amministrazioni un quadro di riferimento più operativo. Non un documento teorico, ma una piattaforma di lavoro capace di orientare scelte concrete.
Una traiettoria aperta
Il percorso del gruppo in house della Fondazione per la Sostenibilità Digitale dimostra che la sostenibilità digitale non nasce soltanto nei principi, ma soprattutto nelle pratiche. Nasce quando le amministrazioni iniziano a chiedersi quale impatto producono le tecnologie. Nasce quando il procurement viene orientato non solo al costo, ma al valore. Nasce quando le infrastrutture vengono pensate in termini di continuità, sicurezza e autonomia. Nasce quando gli indicatori aiutano a misurare la maturità dei territori. Nasce quando le competenze pubbliche diventano un patrimonio da rafforzare.
Le società in house sono uno dei luoghi in cui questa trasformazione può diventare concreta. Per la loro natura, possono accompagnare le PA verso una cultura digitale più responsabile, più consapevole e più orientata al bene comune. Possono aiutare a trasformare la sostenibilità digitale da dichiarazione di principio a criterio di governo.
Il lavoro svolto finora indica una direzione: costruire una comunità pubblica capace di apprendere, misurare, condividere e incidere. Una comunità nella quale le in house non siano considerate soltanto strumenti operativi, ma soggetti abilitanti della trasformazione sostenibile della Pubblica Amministrazione.
La sfida dei prossimi anni sarà consolidare questa funzione, ampliando il gruppo, rafforzando le interlocuzioni istituzionali, aggiornando gli strumenti comuni e portando la sostenibilità digitale dentro i processi ordinari della PA. Perché solo quando la sostenibilità entra nelle decisioni quotidiane, negli acquisti, nei servizi, negli indicatori e nelle competenze, il digitale pubblico può davvero diventare leva di valore per il Paese.
















