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Matteo Colle

Etica, responsabilità, trasparenza. Le pronunciamo in quest’ordine, ma si costruiscono al contrario. Prima viene la trasparenza. Senza trasparenza non c’è responsabilità. E senza responsabilità l’etica resta una parola bella ma vuota.

Non è un caso che il Manifesto per la sostenibilità della comunicazione digitale, sviluppato dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale, dedichi a questi tre concetti un punto preciso.

Oggi, più che mai, devono stare al centro della comunicazione mediata dagli strumenti digitali. È una questione di sostenibilità, in un mondo che si muove sempre più sulla spinta degli algoritmi.

Dalla televisione alla realtà sintetica

La trasparenza non è un problema nuovo. Se la poneva già la ricerca degli anni Settanta e Ottanta, quando la televisione era la frontiera più avanzata della comunicazione. Anche allora ci si chiedeva se le immagini trasmesse non nascondessero il reale invece di mostrarlo. Le scelte editoriali potevano trasformare lo schermo in un simulacro: una copia senza originale, un’immagine che prende il posto della cosa. È l’intuizione con cui Jean Baudrillard ha letto la nostra epoca. Non viviamo più tra la realtà e la sua rappresentazione, ma dentro l’iperreale, dove il segno non rimanda più a nulla se non a sé stesso.

Trasposto nel digitale, quel problema è diventato enorme. Oggi ciò che vediamo non solo può essere il frutto di una scelta editoriale: può non esistere affatto. Può essere il prodotto di una manipolazione, di un algoritmo capace di generare realtà sintetiche. 

E se distinguere il vero dal falso diventa così difficile, allora serve un supplemento di responsabilità. La disponibilità, cioè, a sottoporre ciò che comunichiamo a una legittimazione democratica: un confronto ampio, aperto, alla pari. È esattamente ciò che Jürgen Habermas chiama agire comunicativo, e che affida a una situazione discorsiva ideale, in cui a decidere è la forza dell’argomento migliore e non il potere di chi parla. Un orizzonte tutt’altro che semplice nell’era dei social network. Perché la rete tende a chiuderci in bolle di conformismo, dove ciascuno ritrova e rafforza le proprie idee. Eli Pariser le ha chiamate filter bubble, bolle di filtraggio: non le scegliamo noi, le costruisce l’algoritmo. Il risultato è che le opinioni circolano, si irrigidiscono in posizioni, si spacciano per verità. Senza che nessun dibattito reale le abbia mai legittimate.

Ecco perché oggi dobbiamo tornare a chiederci cosa significhi comunicare. Il comunicatore deve conoscere i meccanismi degli strumenti che usa. E deve tenere l’etica come faro, per contribuire a quella situazione comunicativa ideale in cui ci si parla per capirsi, non per vincere.

I rischi dell’algoritmo

Conoscere gli strumenti vuol dire, prima di tutto, conoscerne i rischi. Il che non significa negarne le potenzialità, anzi. Pensiamo all’intelligenza artificiale: uno strumento prezioso, che ormai tutti usiamo nel nostro lavoro. Ma che, come i social network, funziona secondo regole scritte da soggetti privati. Legittimamente, per fini di profitto. E però mai discusse pubblicamente, mai legittimate democraticamente.

È qui il rischio più serio per un’informazione etica: non sapere perché un algoritmo funzioni in un certo modo, mentre quello stesso algoritmo seleziona i contenuti, orienta le percezioni, pesa sulle nostre decisioni di valore.

Le regole attuali intervengono a valle: sull’uso dei dati, sulla privacy.

Sfiorano il problema senza toccarne il cuore. E il cuore è proprio quello che andrebbe portato nella discussione pubblica.

Il ruolo della consapevolezza

Per tutto questo, la consapevolezza è lo strumento più importante che abbiamo. Quando usiamo un social o un modello di intelligenza artificiale, stiamo consegnando a società private una quantità enorme di dati. E ci stiamo affidando ad algoritmi che ci restituiscono contenuti secondo criteri che non conosciamo. 

Ma la consapevolezza non è un punto di arrivo, è un punto di partenza. Da lì possiamo agire: aiutare i nostri pubblici a usare gli strumenti con maggiore lucidità, scegliere con più cura i contenuti che proponiamo, mostrare più punti di vista. Rappresentare posizioni diverse è il modo per riportare un po’ di pluralismo democratico dentro la nostra comunicazione.

Oltre le competenze tecniche: la cultura

Questa lucidità non nasce però dalle sole competenze tecniche. Anzi, sono forse le competenze di altra natura, filosofiche, sociologiche, etiche, quelle che oggi contano di più. Non che l’iper-specializzazione non serva: serve. Ma di fronte alla complessità di questi anni, chi comunica deve saper alzare lo sguardo. Capire che nel momento in cui comunica compie un’azione che modifica il reale, e mette in moto uno scambio di significati con chi ascolta.

Niente di tutto questo, però, deve farci scivolare tra gli apocalittici. Umberto Eco, con la sua formula, li opponeva agli integrati: da una parte chi demonizza i nuovi media, dall’altra chi vi si abbandona senza riserve. La strada è un’altra. La comunicazione è, e resta, uno degli strumenti con cui una società può crescere e migliorare. Dobbiamo solo ricordare che stiamo maneggiando strumenti che, negli ultimi anni, hanno mostrato anche la loro pericolosità per la democrazia e per la coesione sociale. Per questo la nuova generazione di comunicatori non può limitarsi a studiare il funzionamento dell’ultimo social. Deve costruirsi una cultura solida, capace di accompagnarne un uso davvero sostenibile.

Perché lo strumento non è mai neutro. E chi comunica, che lo voglia o no, non descrive il mondo: lo cambia.

Matteo Colle
SCRITTO DA Matteo Colle

Direttore Relazioni Esterne & Sostenibilità, Gruppo CAP

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