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Nel Granducato del Previo Divieto tutto cominciò con due leggi sagge. La prima vietava i social ai minori di sedici anni. La seconda vietava gli schermi ai minori di tre. Nessuno protestò: chi mai avrebbe difeso gli schermi, i social, l’infanzia esposta? Il Ministro della Protezione Universale, un uomo con la faccia rassicurante di un armadio farmaceutico, annunciò che i bambini erano finalmente al sicuro. I bambini, che stavano male esattamente come prima, non furono interpellati.

Ma il malessere persisteva. E il Granducato scoprì il suo principio fondativo, il Teorema della Timidezza: se un divieto non risolveva il problema, non era lo strumento sbagliato. Era solo troppo piccolo.

Si vietarono le fiabe, per via dei lupi che mangiavano nonne senza consenso informato. Poi le nonne stesse, fonti di racconti non certificati. Si vietò la noia, che produceva pensieri non supervisionati, anticamera dei pensieri lunghi, notoriamente i più pericolosi.

Poi arrivò la tecnologia, e con lei la stagione d’oro. Si vietò la crittografia, che era come parlare con la mano davanti alla bocca: aboliti i messaggi chiusi, obbligatoria la cartolina. Si vietarono le password: ne fu imposta una sola, “1234”, uguale per tutti, in nome della trasparenza. Si vietò cancellare i messaggi, perché la cancellazione equivaleva alla confessione. E si vietò spegnere il telefono: un dispositivo spento era l’unico contenuto non scandagliabile, il crimine perfetto. La batteria scarica divenne autospegnimento colposo.

Al centro di tutto, il Lettore Gentile: l’apparecchio che apriva ogni lettera, ogni messaggio, ogni bigliettino piegato in quattro, prima che arrivasse al destinatario. Solo per cercare le cose brutte, chiarì il Ministero. Leggeva tutto come un maggiordomo che fruga nei cassetti col mignolo alzato, e timbrava ogni comunicazione con la dicitura “Niente da temere”. Una lettera d’amore senza timbro era sospetta. Col timbro, una pratica evasa.

Qualcuno obiettò che leggere la posta di tutti per proteggere qualcuno somigliava a svuotare il mare per cercare un anello. L’obiezione fu classificata come Affezione Morbosa alla Riservatezza. Nel Granducato non avevi niente da nascondere. Era vietato averlo.

E i bambini? Stavano ancora male. Uno di loro scrisse in un tema che si sentiva solo. La maestra avrebbe voluto parlargli, ma serviva il modulo 47-bis, il parere della Commissione Empatia e un preavviso di sessanta giorni. Il bambino, nel frattempo, crebbe. Il modulo arrivò puntuale per il suo diciottesimo compleanno, con gli auguri del Ministero.

Nessuno si era mai chiesto perché quei bambini stessero male. Chiederselo avrebbe richiesto tempo, soldi, fatica, e la sgradevole possibilità di scoprire che il problema riguardava gli adulti. Molto meglio un divieto: costa poco, si annuncia bene, e somiglia a una soluzione senza esserlo.

Un giorno un vecchio maestro in pensione depositò formalmente una domanda: “Ma tutto questo, il problema, l’ha risolto?”. La domanda fu esaminata con la massima serietà. Poi fu vietata, in quanto contenuto inadatto ai minori e destabilizzante per i maggiori.

E fu così che nel Granducato il problema risultò ufficialmente chiuso. E vietato. Che lì era considerato lo stesso, ma con molte meno spese.

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