ImageImageImageImageImageImageImageImageImageImageImageImageImageImageImageImageImage

(ovvero: come abbiamo scambiato il drago per la fanciulla, e siamo ancora qui a festeggiare)

Questo articolo è scritto guardandosi le spalle. Ellul lo ha già scritto nel 1988. Se non vi è arrivato allora, non è colpa sua. Probabilmente eravate impegnati ad ottimizzare qualcosa di più urgente. E comunque, non preoccupatevi: molti di quelli che lo citano nei convegni non lo hanno letto neanche adesso. Lo hanno copiato da chi lo citava senza averlo letto, che a sua volta aveva copiato da qualcuno che probabilmente ne aveva sentito parlare a un aperitivo. Questa è la catena alimentare dell’ignoranza colta. Più sofisticata del plagio, perché almeno il plagiatore apre il libro.

Dalle torri del suo castello, il re vide arrivare il cavaliere. 

Questi cavalcava fiero, con il drago in braccio.

Il re gli urlò disperato: “Cretino! La tua missione era uccidere il drago e portare a casa la fanciulla!”

Il cavaliere sorrise. Aveva ottimizzato il processo.

Il Profeta che nessuno ha letto

(o: la scommessa al cinema)

C’era un signore francese di nome Jacques Ellul. Nel 1988 scrisse un “libretto” chiamato Le Bluff Technologique. Settecento pagine. Venduto pochissimo. Ignorato quasi tutto. Citato moltissimo da persone che non lo hanno letto, che copiano da persone che non lo hanno letto, che a loro volta citano persone che probabilmente ne hanno sentito parlare a un aperitivo. Questa è la filiera dell’intelligenza prestata. Ha un esempio popolare che si capisce meglio.

“Un furbetto e uno sciocco sono al cinema.

“Scommetto euro che il cowboy in sella al cavallo bianco cadrà” dice il furbetto. 

“D’accordo” accetta lo sciocco. 

Cinque minuti dopo il cowboy cade da cavallo. 

“Benissimo!” dice lo sciocco. “Hai vinto dieci euro.” 

“Avevo già visto il film” confessa il furbetto. 

“Anch’io” risponde lo sciocco. “Ma non immaginavo che il cowboy cascasse anche stavolta.””

Ecco. Questa è la nostra posizione rispetto alla Tecnica. Ellul ci aveva già mostrato questo film. Sappiamo come va a finire. E continuiamo a scommettere che stavolta, con questa nuova piattaforma, con questo nuovo modello AI, con questa nuova strategia di trasformazione digitale, il cowboy resti in sella.

“Abbiamo sempre più possibilità di vivere, viviamo più a lungo, ma viviamo una vita limitata e non abbiamo più la stessa forza vitale. Siamo sempre obbligati a compensare nuove deficienze. Siamo sempre più dipendenti da protesi e trattamenti che ci mantengono in vita, ma che riducono le nostre capacità di goderne.” — Jacques Ellul, 1988

Trentasette anni fa. Mentre noi stavamo comprando il primo CD e pensavamo che fosse il futuro dell’umanità.

Cosa abbiamo fatto di questa profezia? Risposta: l’abbiamo ottimizzata. Trasformata in convegno. Messa in PowerPoint con le sue citazioni, prese di seconda mano naturalmente. E siamo andati avanti. Il cowboy è caduto. Ci siamo stupiti. Di nuovo.

Il boomerang e il problema di non sapere quello che sai

L’uomo primitivo ha inventato il boomerang senza conoscere le leggi dell’aerodinamica. La spiegazione scientifica sarebbe arrivata millenni dopo. La macchina a vapore? Pura realizzazione del genio umano. La termodinamica è arrivata a spiegarla solo due secoli più tardi. La Tecnica ha sempre preceduto la Scienza.

Poi è arrivato il momento in cui la Scienza si è messa al servizio della Tecnica. E da quel momento la ricerca pura, quella bella, inutile, libera, ha praticamente smesso di esistere. Si fa ricerca solo con l’obiettivo di un’applicazione il più rapida possibile. Tutto deve servire a qualcosa. Tutto deve ottimizzare qualcosa.

Il boomerang serviva a cacciare. Ma serviva anche a giocare. A meravigliarsi. A capire che il mondo poteva sorprenderti. Oggi il boomerang ha un sensore IoT, si connette al cloud, manda notifiche push e ha una funzione premium per 4,99 € al mese. Il meravigliarsi non è incluso nel piano base.

Se il malato guariva, il merito veniva attribuito alla magia. Se moriva, era la volontà di Dio. Oggi: se l’algoritmo funziona, è disruption. Se non funziona, è colpa dell’utente che non sa usarlo. Il principio è rimasto lo stesso. Abbiamo solo cambiato le parole e aumentato il prezzo del supporto tecnico.

Nowhere man

(Il sequel di Jack che nessuno aveva pianificato)

Nell’articolo precedente vi ho parlato di Jack. Jack of All Trades. Uno che sa fare tutto, piantare chiodi, raccogliere il grano, riparare motori. Un uomo che aveva costruito la sua identità sul lavoro. E che il sistema ha trasformato in oro: efficiente, ottimizzato, inutile.

Ma c’è un passaggio successivo che non avevo ancora raccontato. Quello che succede dopo che Jack è stato reso superfluo. I Beatles lo sapevano già nel 1965.

“He’s a real nowhere man Sitting in his nowhere land Making all his nowhere plans for nobody Doesn’t have a point of view Knows not where he’s going to Isn’t he a bit like you and me?” — 

Beatles, Nowhere Man, 1965

Nowhere Man non è un fallito. È il risultato logico di una società che ha trasformato l’identità in CV, il lavoro in metrica, il tempo in produttività. Quando il CV non vale più niente, cosa resta? Resta uno che siede nella sua Nowhere Land, che fa piani per nessuno, che non ha un punto di vista. Perché il punto di vista lo aveva costruito intorno a ciò che faceva. E ciò che faceva non serve più.

Ellul la chiamava colonizzazione dell’immaginario umano da parte delle macchine. Quando non sai più cosa desideri se non te lo dice l’algoritmo, sei già il Nowhere Man. Non te ne sei nemmeno accorto. Hai semplicemente smesso di avere un punto di vista tuo, e hai cominciato ad avere un feed.

L’apribottiglie universale

(ovvero: se hai un martello, tutto il mondo è un chiodo)

C’è un detto attribuito a Maslow, quello della piramide dei bisogni, che vale più di molti trattati di epistemologia: se il tuo unico strumento è un martello, tenderai a vedere ogni problema come un chiodo. Ogni grande pensatore del Novecento aveva il suo martello.

Marx: la lotta di classe. Freud: l’inconscio. Girard: il desiderio mimetico. Ellul: la Tecnica. Ognuno mette a punto il proprio martello. E poi, inevitabilmente, tutto il mondo diventa un chiodo.

Il mondo però non è fatto solo di chiodi. È un cantinone pieno di barattoli, lattine, tetrapack, sacchetti sottovuoto, noci di cocco e qualcosa che non ha ancora un nome. Il martello, per quanto geniale, non apre tutto.

Il punto di Ellul però reggeva. Non diceva: la Tecnica è il male. Diceva qualcosa di più sottile e devastante:

“Ci viene imposto di prendere costantemente decisioni riguardo a problemi o situazioni che ci superano infinitamente.” — Jacques Ellul, 1988

Non siamo noi a guidare la Tecnica. È la Tecnica che guida noi. L’AI di oggi non è il martello del falegname. È il falegname che ha assunto il proprietario della falegnameria come assistente part-time. Con contratto a progetto, naturalmente. Rinnovabile ogni sei mesi.

Da sfortunato a fallito

(e da fortunato a meritevole: la privatizzazione di tutto)

C’è una domanda che mi colpisce come un boomerang: Come e perché siamo passati dall’espressione “è stato sfortunato” a “è un fallito”. Per secoli il fallimento era un evento esterno. La siccità. La guerra. Il destino. La volontà di Dio. Poi la modernità ha spostato tutto dentro. Il problema non è il sistema. Sei tu. Non sei abbastanza competitivo. Non hai ottimizzato il tuo personal brand. Non hai fatto il corso giusto.

Ellul la chiamava fine della priorità umana nelle scelte. Io la chiamo la privatizzazione del disastro collettivo. Il sistema produce povertà strutturale, la narrazione dice che sei tu ad essere povero di spirito, il sistema si assolve, e vai col prossimo corso di upskilling a 299 euro più IVA.

Ma c’è il rovescio, ed è altrettanto devastante. Perché la stessa operazione è stata fatta anche sul successo.

Platone parlava del daimon: una voce, una presenza, qualcosa che abitava l’uomo dall’esterno e lo guidava senza coincidere con lui. Socrate ascoltava il suo daimon prima di prendere le decisioni importanti. Non era matto. Era onesto: riconosceva che non tutto veniva da lui.

I romani avevano il genius: una forza vitale che accompagnava ogni uomo, distinta dalla sua persona, che poteva essere propiziata o irritata. Il compleanno romano non era la celebrazione dell’individuo, era la festa del genius che aveva scelto di accompagnarlo.

A Napoli hanno il munaciello: lo spiritello dispettoso che porta fortuna o sfortuna, che entra nelle case, che sposta le cose, che decide lui. Non sei stato bravo. Non hai sbagliato. È passato il munaciello.

In tutte e tre le tradizioni c’è la stessa saggezza antica: non sei solo tu. Il successo ha cause che ti trascendono. Il fallimento anche. C’è qualcosa di esterno che ti accompagna, che ti visita, che non controlli del tutto. Chiamalo daimon, genius, munaciello, fortuna, caso, contesto storico, famiglia in cui sei nato. Cambia il nome, non cambia la sostanza.

Poi è arrivato il mercato. E ha detto: no. Sei solo tu. Ogni risultato è tuo. Nel bene, per venderti corsi di self-improvement, libri sul mindset vincente, coaching a 500 euro l’ora. Nel male, per non doverti nulla quando vai a fondo.

Abbiamo privatizzato il disastro. Ma abbiamo privatizzato anche il trionfo. Con conseguenze simmetricamente disastrose: da una parte la colpa insostenibile di chi fallisce senza capire perché. Dall’altra l’arroganza di chi ha successo e crede di averlo costruito da solo, dimenticando il daimon, il genius, il munaciello, e ogni altra forma di grazia non meritata che lo ha accompagnato.

Il munaciello almeno aveva il pregio di essere democratico: poteva visitare chiunque, ricco o povero, bravo o mediocre. Il merito, come lo intende il mercato, visita solo chi ha già il biglietto d’ingresso.

“Poor man wanna be rich Rich man wanna be king And a king ain’t satisfied ‘Til he rules everything” — 

Bruce Springsteen, Badlands, 1978

Chi è il re che vuole tutto? Oggi non ha la corona. Ha un consiglio di amministrazione e un modello di business basato sull’estrazione dei desideri altrui. Stessa storia, packaging diverso. Il munaciello non lo visita più. Si è convinto di non averne bisogno.

La tecnica come sistema 

(quando il mezzo diventa il fine e fa anche le presentazioni)

La Tecnica non è neutra. È diventata un sistema autonomo che persegue i propri fini, efficienza, velocità, ottimizzazione, scala, e noi ci siamo adeguati. Abbiamo ridefinito i nostri obiettivi in modo che coincidessero con quelli della macchina. E l’abbiamo chiamato progresso.

I paradigmi che Ellul aveva individuato nel 1988 sono gli stessi di oggi, solo con più velocità di banda: la volontà di standardizzare qualsiasi cosa; l’ossessione del cambiamento per il cambiamento; la crescita a ogni costo; l’assurdità di operare sempre più velocemente; e soprattutto l’autonomia della tecnica, che si sviluppa indipendentemente dalla volontà umana.

Nel 1988 stava descrivendo i fax. Oggi stiamo parlando di sistemi che apprendono, decidono, ottimizzano, e ci chiedono di fidarci perché sono più veloci di noi. Come se la velocità fosse una prova di saggezza. Come se il cavallo più rapido avesse automaticamente ragione sulla direzione.

La tecnologia è esponenziale. La percezione umana è lineare. Il gap tra le due non si colma con un corso di prompt engineering. Si colma, se si colma, con quella cosa antiquata che Ellul chiamava coscienza. Quella che non ha aggiornamenti automatici.

Il mercato come predatore-preda

(e la leadership gentile che non torna i conti)

Vito Volterra studiava i rapporti tra predatori e prede in natura. Sistema oscillante: predatori aumentano, prede diminuiscono, predatori calano per mancanza di cibo, prede si riprendono, ciclo ricomincia. Un equilibrio dinamico, instabile, mai definitivo.

Poi ci si è accorti che questo modello descriveva anche il mercato. E qui la cosa si fa interessante, e un pò scomoda.

Nel mercato il gioco è ancora a somma zero. Uno vince se sottrae un cliente all’avversario. Due leader si confrontano sui risultati: se uno perde, perde quote, perde fatturato, perde posizione. La preda, il cliente, è al centro. Ben visibile. Contendibile. Ogni trimestre.

E allora qualcuno dovrà spiegarmi cosa significa leadership gentile quando il mio successo dipende strutturalmente dal fatto che ti tolgo business. Posso essere gentilissimo nel farlo. Posso usare parole bellissime, valori condivisi, purpose aziendale. Ma alla fine della giornata, se tu cresci, io ho perso. E se io cresco, tu hai perso. Siamo ancora in un mondo a somma zero. La gentilezza è il packaging. Il martello resta il martello. E il cliente è ancora il chiodo.

Questo non significa che la gentilezza sia inutile. Significa che è insufficiente finché le regole del gioco restano le stesse. Puoi essere il predatore più educato della savana. Ma la savana è ancora una savana.

Ellul aveva un nome per questo: colonizzazione del futuro. La tecnica non ottimizza solo il presente. Occupa l’immaginario del futuro possibile. Restringe lo spazio di ciò che possiamo concepire come alternativa. Quando il mercato a somma zero diventa l’unico modello pensabile, smetti di immaginarne altri. E a quel punto il sistema è al sicuro.

“Living is easy with eyes closed Misunderstanding all you see” — Beatles, Strawberry Fields Forever, 1967

Cosa dovremmo vedere, con gli occhi aperti? Questo è l’unico interrogativo che la Tecnica non può ottimizzare. Perché la risposta non è un dato. È una scelta. E le scelte vere sono scomode, lente, e non si misurano in KPI.

Governo 2.0 e altre storie che si raccontano al bar

(con ottimo Wi-Fi e nessuna responsabilità)

In giro si parla e si legge di questo progetto bellissimo. Si chiama Governo 2.0. Uno stato più snello, più intelligente, contratti smart, appalti algoritmici, policy testate con simulatori AI. Mi piace. È seducente. È l’equivalente istituzionale dell’apribottiglie universale.

Il problema non è l’idea. Il problema è che stiamo descrivendo una soluzione tecnica a un problema che non è tecnico. Chi decide gli algoritmi degli appalti? Chi controlla i simulatori di policy? Chi possiede i dati su cui si allena l’AI? Chi risponde quando l’algoritmo sbaglia?

Non sono domande tecniche. Sono domande politiche. Ed è esattamente il tipo di domanda che la Tecnica tende a rendere invisibile. Perché trasforma la scelta in ottimizzazione. E l’ottimizzazione non ha ideologia. Ha solo KPI. I KPI misurano quello che è conveniente misurare.

Le vecchie burocrazie non spariscono. Si trasformano in burocrazie algoritmiche. Con la differenza che la vecchia burocrazia aveva un responsabile che potevi mandare a quel paese. L’algoritmo non ha numero di telefono. Ha solo una schermata di errore.

Coda: il cavaliere, il drago, e la fanciulla di cui abbiamo perso le tracce

Torniamo al cavaliere con il drago in braccio. Non è stupido. Non è cattivo. È razionale. Ha ottimizzato la missione sulla base degli incentivi disponibili. Il drago era più facile da catturare che da uccidere. La fanciulla era in un posto scomodo. La route ottimale portava a tornare con qualcosa di spettacolare.

Il sistema premia il cavaliere che torna col drago. Punisce il cavaliere che torna con le mani vuote dopo aver combattuto una battaglia invisibile. Non ha la capacità di valutare quello che non si misura. E la fanciulla, per il sistema, non si misura.

Ellul diceva: i guru, gli esperti, come il veggente leggono nel futuro ma non sono capaci di curare la malattia. Riescono soltanto a eliminare i sintomi. Nessuno può fare la strada al posto nostro.

“L’uomo può liberarsi dal peso della tecnica a condizione di essere perfettamente cosciente del pericolo.” — Jacques Ellul

Perfettamente cosciente. Non moderatamente preoccupato mentre scorre il feed. Non vagamente informato tra un aperitivo e un convegno. Perfettamente cosciente. Contro un sistema progettato esattamente per impedirlo.

“You say you have got a real solution Well you know, we’d all love to see the plan” — Beatles, Revolution, 1968

Il piano manca all’appello da cinquantasette anni. I furbetti hanno già visto il film. Sanno come va a finire. Hanno già piazzato la scommessa. Restano gli sciocchi che continuano a stupirsi quando il cowboy cade. Almeno ci stupiamo. Almeno sentiamo ancora qualcosa. O forse anche quello è ottimismo di troppo.

La domanda che Ellul si è portato nella tomba senza risposta:

La fanciulla è ancora là fuori?

O ci siamo convinti, col tempo, che non sia mai esistita?

— — — — — — — — — —

P.S. — Ellul scriveva nel 1988 che l’informatica stava unificando tutti i sottosistemi, permettendo loro di diventare un unico organismo strutturato che vive all’interno della società, la manipola, la trasforma e la sfrutta. Stava descrivendo Internet quattro anni prima che esistesse. Qualcuno avrebbe dovuto ascoltarlo. Eravamo occupati a ottimizzare qualcosa di più urgente.

P.P.S. — Tutti coloro che citano Ellul senza averlo letto sono pregati di non farlo presente nei commenti. Non per rispetto verso Ellul. Ma perché non cambierebbe niente. E lui lo sapeva già.

P.P.P.S. — “Isn’t he a bit like you and me?” Ancora i Beatles. Sì. Un po’. Sì.

P.P.P.P.S. — Ho un passato in “accademia”. Il primo giorno, il mitico barone radunava i nuovi assistenti e diceva: “Ragazzi, ricordate che copiare da una fonte è un reato. Copiare da molte fonti è una ricerca…Copiate, copiate e ricordatevi di citare le fonti” Pausa. “Più importante, mi raccomando: cercate di copiare da quelli bravi.” Tutto questo articolo è un omaggio a quel consiglio. Abbiamo cercato di copiare dai bravi. Ellul era tra i bravi. Peccato che in pochi lo abbiano letto davvero.

Beppe Carrella
SCRITTO DA Beppe Carrella

©2025 Fondazione per la sostenibilità digitale

Tech Economy 2030 è una testata giornalistica registrata. Registrazione al tribunale di Roma nr. 147 del 20 Luglio 2021

Powered by DTILab  - Designed by Fattoria Creativa - Developed by EHT