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Luca Longo

Facile essere la più prestigiosa scienziata del mondo se sei la moglie di un dittatore

Se pensate che il peggio della scienza sia il plagio, la manipolazione dei dati o i congressi truffaldini, allora non avete mai sentito parlare di Elena Ceausescu. Per decenni viene come una delle più grandi chimiche d’Europa, insignita di onorificenze in mezzo mondo, venerata come “Professoressa, Dottoressa, Ingegnera” da una nazione intera. Il problema è che non sa nulla di chimica. Niente. Nemmeno la formula dell’acido solforico.

Un curriculum scolastico … da paura

Nata nel 1916 con il nome di Lenuța Petrescu in un villaggio della Valacchia, Elena abbandona presto la scuola: a 14 anni è già a Bucarest, impiegata in lavori precari e mal retribuiti. Una sua ex insegnante conserverà per decenni la pagella con cui la ragazza aveva collezionato quasi solo insufficienze. Altro che luminosa carriera accademica: Elena non riesce neppure a completare l’istruzione di base.

Ma a salvarla dalla mediocrità è il Partito Comunista Rumeno. Lo frequenta assiduamente e lì conosce Nicolae Ceausescu, che sposerà nel 1947. Quando lui prenderà il potere nel 1965, lei si trova a un passo dal vertice, ma c’è un problema: Nicolae non vuole spartire il comando. E, in ogni caso, che ruolo può giocare una donna quasi analfabeta nel cuore dell’apparato comunista?

La scienziata inventata

Per Elena, il prestigio personale passa dalla scienza. In un’epoca in cui l’ideologia comunista esalta la scienza come motore del progresso, nulla può essere più efficace di una carriera accademica per costruirsi un’immagine credibile. Così si iscrive a un corso serale di chimica al Politecnico di Bucarest. Ma viene espulsa dopo essere stata sorpresa a copiare durante un esame. Il docente che la denuncia racconterà in seguito di aver vissuto nel terrore per il resto della vita.

Nonostante tutto, nel 1967 Elena consegue un dottorato in chimica, con una tesi sulla polimerizzazione dell’isoprene. Ma il discorso di discussione pubblica, obbligatorio per legge, non avviene mai. La legge viene modificata apposta per lei. Quando viene fissata la presentazione pubblica della tesi, i cittadini accorsi trovano solo un cartello: “la discussione è stata anticipata alle 6 del mattino”. Nessuno ha visto né sentito nulla. Ma il titolo di dottore in chimica è ufficiale.

Un istituto a sua immagine e somiglianza

Nel 1970, Elena diventa direttrice dell’ICECHIM, il prestigioso Istituto Nazionale di Ricerca Chimica e Petrolchimica. Il suo nome compare come prima autrice su decine di pubblicazioni scientifiche. Nessuna delle quali ha mai scritto. Interi gruppi di ricerca sono costretti, sotto minaccia, a firmare studi con il suo nome in testa. Un ricercatore, Mircea Corciovei, testimonierà (ma solo dopo la caduta del regime): “Scrivevamo articoli con termini che lei non sapeva neppure pronunciare”.

Elena non partecipa mai a riunioni scientifiche, né corregge una sola parola delle pubblicazioni che firma. Quando un collega le mostra una formula elementare (H₂SO₄), lei non sa leggerla. E quando parla di anidride carbonica, la chiama “CO-doi”, guadagnandosi il soprannome beffardo di Codoi, che in rumeno significa “coda lunga”. Ovviamente, tutti si fanno gioco di lei, ma solo in privato: nessuno osa correggerla in pubblico. Sarebbe un suicidio.

Elena pretende di essere chiamata con tutti i suoi titoli – Professor Dottor Ingegner – e vuole il controllo completo della ricerca scientifica nazionale. E lo ottiene: alla fine degli anni Settanta è presidente del Consiglio Nazionale della Scienza e della Tecnologia. Decide chi può pubblicare e chi no. Chi può fare carriera e chi viene rimosso. Nella Romania comunista non c’è spazio per la competenza: c’è solo spazio per l’obbedienza.

Eppure, per lei non basta. Non vuole solo dominare l’accademia rumena. Vuole il riconoscimento internazionale. E allora parte il pressing diplomatico.

Onorificenze a buffet

Se sei la moglie del dittatore, certe cose diventano facili: quando in Romania vengono costruiti rapporti di collaborazione con un Paese straniero, il protocollo deve includere anche un premio accademico per Elena, se no niente accordi. Prendere o lasciare.

Nel 1974 l’Università di Buenos Aires le conferisce un dottorato honoris causa. L’anno dopo riceve altri due riconoscimenti a Teheran e ad Amman. Tutto viene meticolosamente orchestrato: ogni viaggio ufficiale all’estero deve includere una cerimonia in cui Elena riceve una nuova medaglia, una nuova laurea, un nuovo attestato.

Durante la visita negli Stati Uniti nel 1978, la Ceausescu si infuria quando le propongono un’onorificenza da parte dell’Illinois Academy of Sciences: “Io non vado in Illi-coso! Voglio un premio da Washington!” urla secondo quanto riferito dall’ex capo dei servizi segreti Ion Mihai Pacepa. Alla fine, accetta con disgusto la medaglia “di serie B”, lanciando anche un insulto antisemita al presidente dell’accademia, lo “sporco ebreo” dottor Emanuel Merdinger.

Nello stesso anno, a Londra si svolge un altro episodio caratteristico del suo modus operandi. L’ambasciata rumena pressa le università britanniche affinché le assegnino un titolo accademico prima di una visita ufficiale. L’esperto di affari rumeni Dennis Deletant sconsiglia fermamente di acconsentire, ma la Royal Society of Chemistry e il Politecnico di Central London cedono alle pressioni. Ceaușescu ottiene la membership onoraria e una docenza honoris causa. La Royal Society farà sapere solo quarant’anni dopo, nel 2021, che quel riconoscimento è stato fatto sparire con il cambio di statuto nel 1980.

Chi troppo in alto sale, fa più rumore quando cade.

Quando il regime crolla nel dicembre 1989, la folla, affamata e inferocita, invade la reggia del dittatore. Nelle ottanta stanze, trovano rubinetti d’oro massiccio, gioielli, lampadari ed arazzi provenienti dai potenti di tutto il mondo. Ma quello che più colpisce sono collezioni complete di abiti di Chanel ripetuti in tutte le sfumature, tutti rigorosamente abbinati a scarpe e borse in tinta, accatastati nel budoir di Elena. 

Elena e Nicolae vengono catturati, processati sommariamente e giustiziati. In aula, durante il processo, un procuratore le chiede: “E chi li ha scritti, tutti quegli articoli scientifici, Elena?”. La donna non risponde. Ma non c’è bisogno. Tutti, ormai, conoscono la verità.

Il suo impero accademico era una gigantesca messa in scena. Costruita con l’autorità della paura e mantenuta grazie alla falsificazione sistematica della realtà. Per decenni, nessuno osò contraddirla. Nessuno osò dire che la chimica non si può improvvisare.

A distanza di quasi quarant’anni, il nome di Elena Ceaușescu compare ancora in articoli scientifici, tesi e monografie pubblicate da importanti case editrici come Elsevier, Taylor & Francis e Wiley. Un gruppo di studiosi, guidato da Chris Isloi e Andrei Dumbrava, ha lanciato una campagna per cancellare il suo nome da ogni pubblicazione e revocare le onorificenze mai meritate. “Il problema – spiega Isloi – è che nessuno ha mai pensato a cosa fare quando l’autore è la moglie ignorante di un dittatore”.

Quella di Elena Ceaușescu non è solo una storia di arroganza e ignoranza, ma un monito: quando la scienza si piega al potere, la verità smette di contare. E la competenza viene sostituita dalla finzione, dall’apparenza, dalla paura. Il suo lascito è una scienza mutilata, inquinata da titoli fasulli e meriti inventati.

Quando il potere si allea con l’ignoranza, la verità viene messa a tacere e la scienza diventa uno strumento al servizio dell’apparenza. Elena Ceausescu non è solo un esempio di come la falsificazione possa prosperare nel silenzio collettivo, ma un monito per tutti: la scienza non deve essere piegata alle logiche del potere. A qualcuno vengono in mente altri episodi, più recenti?

Luca Longo
SCRITTO DA Luca Longo

Chimico industriale, Chimico teorico, Giornalista, Comunicatore e divulgatore scientifico.

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