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Nikolai Kondratiev aveva un problema. Kondratiev, non Houston. Perché Houston aveva un problema tecnico, risolvibile, con un equipaggio ancora vivo. Kondratiev aveva un problema di sistema. Il tipo di problema che non si risolve — si attraversa. 

Aveva capito qualcosa di vero, e lo aveva detto ad alta voce. Nel 1925 pubblicò una ricerca in cui sosteneva che il capitalismo non marciava in linea retta verso il progresso eterno — come voleva la vulgata sovietica — ma si muoveva in onde. Lunghe, lente, inesorabili. Ogni quaranta, cinquant’anni: nasce una tecnologia, cambia l’economia, cambia la società, arriva una crisi, ricomincia tutto.

Stalin non apprezzò. Fu fucilato nel 1938.

Ma aveva ragione. E oggi chiunque parli seriamente di innovazione tecnologica — anche quelli che non sanno chi fosse Kondratiev — sta usando esattamente il suo schema. Ferrovia. Elettricità. Petrolio. Informatica. Piattaforme digitali. Intelligenza artificiale. Sei onde. Sei volte la stessa storia con costumi diversi.

La morale? La verità sui cicli è pericolosa. Non per chi li cavalca — per chi li nomina.

Teniamo questo pensiero in sospeso un attimo. Ci torno.

Perché mi è venuta un’idea probabilmente sbagliata, quasi certamente eccessiva, e per questo impossibile da ignorare. E se le onde di Kondratiev fossero solo un capitolo di una storia molto più lunga?

In principio

Nei primi sei giorni, qualcuno — chiamatelo come volete, Dio, il Big Bang, la Forza, l’Adiacente Possibile fatto persona — plasma l’universo. Separa luce e tenebre. Crea terra e acqua. Stabilisce il tempo. Mette in moto la prima onda. Al settimo giorno si ferma.

Non è riposo nel senso in cui lo intendiamo noi — Netflix, divano, silenzio. È qualcosa di più inquietante. È il plateau. Il punto alto della prima curva ad S cosmica. Il momento in cui la creazione ha raggiunto la sua capacità installata e aspetta che qualcuno faccia qualcosa con quello che c’è. L’uomo raccoglie il testimone all’ottavo giorno. E qui inizia la nostra storia — che è, a ben guardare, la storia di Kondratiev raccontata su scala geologica.

Ottavo giorno: il fuoco. La prima startup senza pitch deck

Cinquecentomila anni fa. Prima tecnologia. Prima onda. Tempo di adozione: qualche decina di millenni. Nessun venture capital coinvolto.

Nono giorno: la ruota. Il primo outsourcing

3500 avanti Cristo. Prima automazione. Prima volta che l’uomo capisce che può delegare la fatica fisica a qualcosa che non si stanca. L’onda impiega migliaia di anni a dispiegarsi.

Decimo giorno: la scrittura. La prima intelligenza artificiale analogica

3200 avanti Cristo. Prima memoria artificiale. Prima volta che il pensiero sopravvive al pensatore. L’onda impiega secoli.

Undicesimo giorno: il vapore, l’elettricità, il petrolio

Qui Kondratiev entra in scena e inizia a prendere appunti. Le onde si fanno più brevi, più intense, più violente. Cinquant’anni ciascuna. Poi quaranta. Poi trenta.

Dodicesimo giorno: il silicio

1947. Nasce il transistor. Nasce l’era digitale. L’onda dura vent’anni, forse meno.

Tredicesimo giorno: l’intelligenza artificiale

Siamo qui. Adesso. E l’onda — se è un’onda — sembra durare anni, non decenni. Forse mesi. Vedete cosa sta succedendo?

Le onde di Kondratiev si comprimono. Dal fuoco alla ruota: centinaia di migliaia di anni. Dalla ruota alla scrittura: poche migliaia. Dal silicio all’AI: decenni. Dall’AI a quello che verrà dopo: forse non avremo nemmeno il tempo di dargli un nome. Stiamo accelerando verso qualcosa. E la curva che descrive questa accelerazione non è lineare — è essa stessa una curva ad S. Una meta-onda. L’onda delle onde. Kondratiev aveva trovato il pattern. Non aveva ancora visto che il pattern si applica a se stesso. E all’undicesimo giorno cosmico — o al quattordicesimo, chi conta più — Dio si sveglia.

Si alza dal riposo millenario, guarda il tavolo, vede quello che abbiamo costruito, legge i nostri report, studia le nostre AI, osserva che abbiamo iniziato a riscrivere il DNA, a costruire intelligenze che debuggano se stesse, a produrre vita come si lancia un prodotto sul mercato. E…non distrugge nulla non interviene, si siede in silenzio.

In musica si chiama cadenza d’inganno. È lo stesso meccanismo di una buona barzelletta — costruisci l’aspettativa, la coltivi, la porti al limite, e la tradisci esattamente quando il cervello si è già preparato a ridere di qualcos’altro. La progressione armonica ti porta verso la risoluzione attesa — quella che i musicisti chiamano cadenza autentica, l’arrivo a casa, la tonica, il V-I — e invece al momento decisivo vira da un’altra parte. Non è una stonatura. È una risoluzione sbagliata nel posto giusto. Ti lascia sospeso in un equilibrio che non avevi previsto.

I filosofi la conoscono bene, anche se la chiamano in altri modi. Kant costruisce per centinaia di pagine un sistema razionale perfetto e poi mette la cosa-in-sé — il noumeno — esattamente dove dovrebbe stare la risposta definitiva. Arrivi alla porta e  la porta non si apre.  Non è un errore: è la struttura. Hegel fa lo stesso con la dialesi — tesi, antitesi, sintesi — ma la sintesi non è mai un punto di arrivo, è sempre un nuovo inizio travestito da conclusione. Ogni risposta è una domanda con l’abito buono. 

C’è un’altra cadenza d’inganno che vale la pena nominare. Quella evolutiva.

Il leone e la zebra si fronteggiano da millenni. Il leone studia, memorizza, affina la strategia. La zebra non studia niente — semplicemente, quando torna nella sua tana dopo lo scontro, resetta. Il giorno dopo cambia direzione senza saperlo, senza averlo deciso, senza averci perso il sonno. Il leone arriva preparato alla vecchia zebra e trova una zebra nuova. Resta a bocca asciutta. E si fa l’ulcera. La zebra non soffre d’ulcera. Il leone sì.

Perché l’ulcera non è il prezzo della sconfitta — è il prezzo dell’intelligenza. È quello che succede quando un sistema abbastanza complesso da imparare dagli errori incontra un mondo abbastanza imprevedibile da rendere quell’apprendimento un vicolo cieco. La memoria diventa un peso. L’esperienza diventa una trappola. E qui la cadenza d’inganno si fa feroce: ci aspettiamo che l’intelligenza sia un vantaggio evolutivo assoluto. Invece è un vantaggio condizionale — funziona finché il mondo resta abbastanza prevedibile da essere imparato. Quando il mondo cambia più in fretta di quanto riusciamo ad imparare, l’intelligenza si ritorce contro. Produce ansia invece di soluzioni. Produce ulcere invece di prede. Kondratiev lo sapeva. Anche lui aveva imparato troppo bene il vecchio schema La cadenza d’inganno non nega la risoluzione: la sposta sempre un passo più in là e non puoi tornare indietro. La sua presenza silenziosa non è una risposta è una domanda che nessuno ha ancora il coraggio di formulare fino in fondo. La stessa identica  domanda che Kondratiev non ha fatto in tempo a fare prima di essere fucilato: questa onda — dove finisce?

Nei prossimi pezzi proverò a guardare da vicino chi ha provato a risponderci Abbiamo già incontrato alcuni di loro. Jacques Ellul, che nel 1954 disse che la tecnica si autoalimenta e non chiede permesso. Paul Virilio, che disse che ogni tecnologia porta in dote il suo naufragio specifico. Ted Kaczynski, che disse le stesse cose degli altri due e poi fece scelte discutibili.  Prossimamente ci sarà Marshall McLuhan, che disse che il medium è il messaggio — e non lo capì quasi nessuno, compreso lui. E subito  dopo Neil Postman, che disse che stavamo annegando nella nostra stessa abbondanza di informazioni. Lo disse prima di internet. Anche questo, pessimo tempismo.

Perché dopo tanti profeti dell’apocalisse — gente che ha visto le onde arrivare e ha urlato dalla riva — valeva la pena incontrare qualcuno che le onde le ha costruite. Un grande creatore, per contrappunto. Qualcuno che invece di avvertire ha messo mattoni. Una pausa nel catalogo dei cattivi maestri, prima di ricominciare. Ma c’è una cosa che nessuno di loro ha fatto in tempo a vedere. E che cambia tutto. Kondratiev vedeva le onde come sequenziali. Una finisce, l’altra comincia. Ordinato, quasi rassicurante. Ma quello che sta succedendo adesso non è una nuova onda — è due onde che arrivano contemporaneamente e iniziano a interferire.

La sesta onda, quella dell’intelligenza artificiale, non si sta succedendo alla quinta. Si sta sovrapponendo al biotech, alla genetica sintetica, a CRISPR, ai bambini su catalogo e agli organi costruiti in laboratorio. Il silicio impara a pensare nel momento esatto in cui la biologia impara a riprogrammare se stessa. Intelligenza sintetica e biologia sintetica: due onde che convergono verso lo stesso punto.

Due onde il silicio impara a pensare mentre la biologia impara a riscriversi: stesso punto di impatto Quando due onde si incontrano hanno solo due possibilità: si amplificano, o si distruggono. Kondratiev non aveva un nome per questo nemmeno noi, per il momento. Ma il tredicesimo giorno — qualunque cosa sia — sta arrivando più in fretta di quanto chiunque avesse previsto. Anche più in fretta di quanto Dio (o chi per Lui)  si aspettasse, probabilmente.

Kondratiev fu riabilitato dall’Unione Sovietica nel 1987. Cinquant’anni dopo la sua morte. Le sue onde erano già alla quinta iterazione. La sesta stava per cominciare. La settima non aspetta. E potremmo non riconoscerla.

Beppe Carrella
SCRITTO DA Beppe Carrella

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