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McLuhan aveva previsto il villaggio globale. Il villaggio globale è arrivato. E nel villaggio globale non lo legge più nessuno.

Un conferenziere racconta ai suoi studenti che gli uomini sono diventati egoisti.

“Ieri, dal ristorante, ho visto una macchina investire un uomo. Una folla si è fermata a guardare. Nessuno ha fatto nulla. Quando siamo usciti… era ancora lì.”

Pausa.

“Noi eravamo al ristorante.”

Il villaggio globale non ci ha reso più vicini. Ci ha reso spettatori migliori. Marshall McLuhan lo aveva detto in un modo che all’epoca sembrava una provocazione elegante: il medium è il messaggio. Oggi possiamo permetterci una traduzione meno gentile: il medium è l’ambiente. E come tutti gli ambienti, smettiamo di vederlo nel momento in cui iniziamo a respirarci dentro.

McLuhan non era interessato ai contenuti. Non gli importava cosa dicessimo. Gli importava cosa diventavamo mentre lo dicevamo. Per questo aveva costruito uno strumento semplice e brutale: le tetradi.

Ogni tecnologia amplifica qualcosa, rende obsoleto qualcos’altro, recupera qualcosa dal passato, e alla fine si capovolge. Sempre. Senza eccezioni.

Il frigorifero amplifica la disponibilità di cibo, rende obsoleto il cibo fresco, recupera il tempo libero di chi cucina, e si capovolge nell’omologazione del sapore. L’orologio amplifica il lavoro, rende obsoleto l’ozio, recupera la storia come forma d’arte, e si capovolge in un eterno presente. La macchina fotografica amplifica l’aggressione privata, rende obsoleta la privacy, recupera il passato come presente, e si capovolge nel dominio pubblico. Tre esempi. Tre capovolgimenti. Tre promesse mantenute… al contrario.

I social network amplificano la connessione. Rendono obsoleto il silenzio. Recuperano il pettegolezzo. E si capovolgono nel rumore continuo.

Il villaggio globale non è una piazza. È un ingorgo fantasma. Tutti parlano, nessuno ascolta, e nessuno sa più chi ha iniziato.

C’è un’altra cosa che McLuhan aveva capito e che non diciamo mai abbastanza chiaramente. Ogni medium non uccide quello precedente. Gli dà i limiti. La radio non ha ammazzato i giornali — ha detto ai giornali fin dove arrivano. La televisione non ha ammazzato la radio — ha detto alla radio chi è. Internet non ha ammazzato la televisione — le ha dato uno specchio. Il vecchio medium sopravvive. Più piccolo. Più preciso. Più sé stesso.

Il problema è che nessun medium conosce i propri limiti finché non arriva quello successivo a definirglieli. Noi siamo dentro internet. E non sappiamo ancora chi arriverà a dirci fin dove arriviamo. Ogni volta che arriva qualcosa di nuovo, qualcuno dice che ammazzerà quello vecchio. Non è mai vero. Lo ridisegna soltanto.

La domanda giusta non è: cosa sopravviverà? È: chi arriverà a dirci chi siamo stati? Vuoi una tetrade in tempo reale?

Il 17 e 18 settembre 2024, in Libano, esplodono migliaia di pager. Non missili. Non droni. Pager. Quei piccoli oggetti sepolti negli anni Novanta insieme ai jeans a vita alta e ai modem a 56k.

La rete amplifica l’appartenenza sei in rete, quindi esisti. Rende obsoleta la comunicazione sicura — il device connesso è per definizione un device esposto. Recupera il pacco bomba degli anni Settanta la lettera esplosiva, il pacco sospetto, la trappola analogica. E si capovolge nell’arma perfetta: non uccide chi spara, uccide chi appartiene a quella rete.

McLuhan l’avrebbe disegnata su una lavagna. Con soddisfazione.

Il target non è più la persona. È la rete. Non è globalizzazione. È reticolarizzazione. E nella rete non contano gli individui: contano i nodi. Non importa chi sei. Importa a quale nodo appartieni. Il villaggio globale non è una piazza. È un campo minato in cui nessuno sa dove ha messo i piedi. Perché abbiamo smesso di vedere le persone. Vediamo solo le connessioni.

Ma la parte interessante delle tetradi non è quello che amplificano. È quello che succede alla fine, quando si capovolgono. Perché il capovolgimento non è un incidente. È la fase finale del funzionamento. E qui succede la cosa più interessante.

Perché il primo a capovolgersi è stato McLuhan

La teoria che spiegava i media è stata resa invisibile dai media stessi. L’uomo che aveva previsto il villaggio globale è diventato irrilevante nel momento preciso in cui il villaggio globale è arrivato. È una tetrade perfetta, e ha il sapore amaro delle cose che si avverano nel modo sbagliato: McLuhan amplifica la comprensione dei media, rende obsoleto il modo tradizionale di analizzarli, recupera una forma quasi tribale di percezione — immediata, simultanea, sensoriale — e si capovolge nell’invisibilità. Il medium è diventato così pervasivo da rendere inutile chi lo aveva capito.

C’è una scena in Annie Hall, 1977. Un professore universitario spiega McLuhan a voce alta, in una coda al cinema, sbagliandolo completamente. Con quella sicurezza accademica che non ha bisogno di capire per spiegare. Woody Allen rompe la quarta parete, si lamenta con il pubblico, e poi tira fuori McLuhan in persona da dietro un cartello.

McLuhan lo guarda e gli dice: non ha capito niente delle mie teorie.

Il professore risponde: io insegno un corso su di lei.

McLuhan: peggio.

Oggi non abbiamo più bisogno di tirare fuori McLuhan da dietro nessun cartello. Perché il professore ha vinto. Non perché abbia ragione. Ma perché il medium in cui vive non richiede più di avere torto o ragione. I media non trasmettono più contenuti. Trasmettono condizioni. Non ci dicono cosa pensare. Ci dicono in che tipo di ambiente pensare. E in quell’ambiente — mentre scorrono notifiche, mentre il feed si aggiorna, mentre tu stai leggendo questo articolo su un dispositivo che McLuhan avrebbe analizzato mentre lo usavi — la differenza tra capire e non capire smette lentamente di avere importanza.

McLuhan non è stato superato. È stato assorbito

Ellul aveva detto che la tecnica è autonoma. Kaczynski che si autoalimenta. Virilio che accelera fino a diventare incidente. McLuhan aggiunge l’ultima variazione: e alla fine si capovolge. Quattro cattivi maestri. Quattro movimenti. Un’unica orchestra stonata che suona ancora, a volume sempre più alto, in un villaggio che ha smesso da un pezzo di ascoltare. E nel frattempo, mentre il villaggio globale si racconta da solo, qualcuno ha iniziato a saccheggiarlo. Quando una teoria viene assorbita dall’ambiente che descrive, succede una cosa curiosa: smette di sembrare una teoria.

Diventa aria. E quando respiri un ambiente che non vedi più, non ti accorgi nemmeno di quando cambia.

P.S. Ogni medium non uccide quello precedente. Lo misura. Gli dà i contorni. Il problema è che nessun medium sa quali sono i propri finché non arriva quello successivo a definirglieli. Noi siamo dentro qualcosa. E non sappiamo ancora come ci chiamerà chi verrà dopo.

P.P.S. Ogni volta che arriva qualcosa di nuovo qualcuno dice che ammazzerà quello vecchio. Non è mai vero. Lo ridisegna soltanto. Il vecchio sopravvive. Più piccolo. Più preciso. Più sé stesso.

P.P.P.S. La prossima volta che usi uno strumento, chiediti una cosa sola: chi sta usando chi?

Beppe Carrella
SCRITTO DA Beppe Carrella

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