Sono oltre vent’anni che lavoro sul tema delle comunità (digitali e non) e ho imparato abbastanza da sapere che costruire senso condiviso è una delle cose più difficili che esistano, molto più difficile di quanto sembrino suggerire i libri sull’argomento, compreso il mio, pubblicato quando il termine Business Community era ancora quasi esotico nel dibattito italiano. Non perché la teoria sia sbagliata, ma in funzione del fatto che la distanza tra capire come funziona una comunità e riuscire a generarne una autentica è una distanza che nessun modello riesce a colmare del tutto.
Ed è per questo che ogni anno, guardando a quello che accade a Monopoli alla fine di maggio, resto sempre più stupito e affascinato per la prova del fatto che i miracoli sociali esistono.
Il Monopolele è tornato. Quinta edizione. E ogni anno mi stupisce per qualcosa che fatico a spiegare con gli strumenti che uso di solito.
Mauro Minenna e Salvo McGraffio hanno fatto una cosa apparentemente semplice: hanno preso uno strumento musicale che quasi nessuno sa suonare, lo hanno portato in una città di provincia pugliese e hanno detto “venite, vi insegniamo”. Ingresso libero, workshop aperti ai principianti, nessuna competenza richiesta, nessuna selezione. Mauro, che è anche vicepresidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale e uno dei miei migliori amici, di solito non ama le definizioni facili. Eppure quando parla del Monopolele usa sempre le stesse parole: comunità, incontro, bellezza. Non come slogan, ma come descrizione di ciò che succede davvero quando si crea il contesto giusto.
C’è già, in questo, qualcosa che vale la pena di sottolineare. In superficie sembra un paradosso: l’ukulele è tra gli strumenti più semplici che esistano, quattro corde, accordatura immediata, e in un paio d’ore chiunque riesce a produrre qualcosa che assomiglia alla musica. Magari da lontano. Eppure non lo suona quasi nessuno, e non è un problema di accesso, né di costo, né di difficoltà tecnica. Manca qualcosa di più sottile: la scintilla iniziale, quel momento in cui la possibilità astratta di fare qualcosa diventa il desiderio concreto di farla.
Il Monopolele ha imparato a produrre esattamente quella scintilla, riunendo le persone giuste nel posto giusto, abbassando la soglia tra “potrei” e “voglio” fino a farla sparire, in modo che la semplicità dello strumento possa finalmente fare il suo lavoro.
È un paradosso che conosco bene, perché lo incontro continuamente ragionando sostenibilità digitale: tecnologie accessibili che non vengono adottate, conoscenze disponibili che non vengono usate, cambiamenti che non avvengono. La ragione, quasi sempre, non è la difficoltà. È l’assenza della consapevolezza, del contesto giusto, di quel momento in cui qualcosa scatta. E la cosa che ho imparato, negli anni, è che lo scatto non arriva soltanto con più informazione, né con argomenti migliori.
Detto questo, bisogna specificare bene cosa si intende quando si dice che il Monopolele funziona. “Funziona” rischia di evocare un’organizzazione ben oliata, qualche sponsor illuminato che copre i costi. La realtà è appena un po diversa, e proprio per questo più significativa: ciò che funziona è la forza di volontà ostinata di Mauro e Salvo.
È una torma di volontari che lavorano per passione senza che nessuno li abbia convinti di nulla. È il sostegno di qualche istituzione lungimirante che ha capito il valore di ciò che succede e, in egual misura, la resistenza di molte altre che non l’hanno ancora capito.
È un miracolo nel senso preciso del termine: qualcosa che non dovrebbe reggere secondo le leggi ordinarie dell’organizzazione e delle risorse, e invece regge perché c’è gente che ci crede abbastanza da tenere in piedi la baracca con le proprie mani, anno dopo anno. E forse è proprio questo che lo rende interessante da osservare, oltre che da sostenere.
Il festival funziona, del resto, non perché le presenze crescono e la risonanza mediatica aumenta, anche se entrambe le cose si vedono e sono accadute al punto di far vincere al Monopolele il titolo di miglior festival dell’ukulele del mondo (si: ce ne sono tanti. No: non è uno scherzo. Sì: per gli appassionati è una cosa seria. No, non sono pochi. Sì: vengono da tutto il mondo, letteralmente). Funziona perché genera partecipazione reale, non partecipazione figurativa. Le persone non vengono a guardare. Vengono a suonare.
È una distinzione che ossessiona chiunque lavori seriamente sulla trasformazione dei comportamenti collettivi. Si costruiscono piattaforme, si producono contenuti, si organizzano eventi, si pubblicano ricerche. E si misura il successo in download, visualizzazioni, like: metriche che dicono quanto è stato consumato, ma non dicono molto su quanto è stato fatto proprio. La domanda che dovremmo porci, invece, è se stiamo generando partecipazione autentica o consumo passivo, se stiamo costruendo comunità o audience. La differenza non è tecnica: è culturale, è una questione di modello prima ancora che di strumenti.
Il Monopolele ha scelto il modello giusto. Ha scelto un linguaggio con una soglia di ingresso deliberatamente bassa, e tale scelta non è un compromesso operativo: è il cuore del progetto. Ha scelto la gratuità come valore, la città come palcoscenico diffuso al posto di uno spazio chiuso e presidiato. Scelte che parlano di un’idea di comunità, non soltanto di un’idea di evento.
C’è un dato che non ho mai citato esplicitamente parlando del Monopolele, e che invece mi sembra rilevante. Il festival è nato nel 2022, mentre il mondo riemergeva dalla prima fase della pandemia. La Fondazione per la Sostenibilità Digitale era nata poco prima, dalla stessa urgenza di fare qualcosa di utile in un momento in cui il futuro sembrava essersi ristretto all’immediato e in cui era più facile del solito dimenticarsi di pensare in grande. Non è una coincidenza che mi interessa solo sul piano simbolico, perché dice molto sul tipo di progetto che nascono in alcuni momenti storici. Non dal calcolo, ma dal bisogno; non da una strategia, ma dalla convinzione che certe cose vadano fatte perché sono giuste, a prescindere da quanto il sistema intorno sia pronto ad accoglierle.
Ed è proprio perché conosco quell’origine che posso permettermi di fare una domanda che non è retorica. Un modello come quello del Monopolele, fondato sulla passione di due persone e sulla generosità di una comunità di volontari, è un modello sostenibile nel tempo? Non lo chiedo per mettere in dubbio ciò che Mauro e Salvo hanno costruito. Lo chiedo perché è la domanda che credo sia da fare rispetto a qualsiasi cosa funzioni grazie al sacrificio di chi ci crede invece che grazie a un sistema che la sostiene. Lo chiedo anche perché è una domanda che mi riguarda da vicino, nel senso più letterale: Mauro non è solo il fondatore del Monopolele, è una delle persone con cui condivido ogni giorno il lavoro della Fondazione, e la domanda sulla tenuta dei modelli fondati sul sacrificio di chi ci crede non è, per me, una domanda astratta.
Il sacrificio è una risorsa preziosa, e non è rinnovabile all’infinito. Quando si esaurisce, o quando semplicemente la vita di due persone cambia, ciò che dipendeva da esso rischia di dissolversi con una rapidità sorprendente. E sarebbe un peccato, non soltanto per il festival, ma per tutto ciò che il festival ha dimostrato essere possibile.
La domanda è se certi modelli abbiano bisogno di istituzionalizzarsi senza perdere l’anima nel processo. La domanda è se le istituzioni che fino ad oggi hanno guardato dall’altra parte possano cominciare a guardare nella direzione giusta. La domanda è se la comunità generata da un’esperienza come questa sia abbastanza forte da diventare essa stessa infrastruttura invece di restare pubblico. È una domanda che riguarda il Monopolele, ma riguarda anche tutti i progetti nati da una convinzione invece che da un sistema: quelli che funzionano “nonostante”, più che “grazie”. E finché la risposta resta affidata alla tenuta personale di chi li ha fondati, il problema si pone.
In realtà il Monopolele non è un modello da replicare: è uno specchio in cui guardare, che mostra cosa succede quando qualcosa di valore nasce dal bisogno invece che dal sistema, cresce per la forza di chi ci crede, e arriva al punto in cui la domanda sulla propria sostenibilità non può più essere rinviata. Non perché stia per finire. Perché sarebbe sbagliato che continuasse a dipendere soltanto da chi lo ha cominciato.
La Fondazione per la Sostenibilità Digitale è partner del Monopolele da qualche anno ormai, e il legame non è nato da un ragionamento strategico. È nato dall’amicizia, dalla stima, dalla sensazione condivisa di lavorare sullo stesso problema da direzioni diverse: loro con quattro corde, noi con dati, ricerche, standard, manifesti.
L’obiettivo, a guardarla bene, è identico: costruire comunità che abbiano gli strumenti, e soprattutto il desiderio, di navigare la complessità del presente senza perdere l’orientamento. Comunità capaci di stare insieme orientandosi verso qualcosa che conta, invece di essere semplicemente connesse da una piattaforma che le tiene in contatto senza che si conoscano davvero. La connessione è una condizione necessaria, non sufficiente. Lo scriviamo da anni. Il Monopolele lo dimostra ogni estate, senza bisogno di scriverlo.
Mentre scrivo, la quinta edizione è iniziata: cinque giorni, concerti gratuiti, workshop aperti, artisti da ogni parte d’Europa e del Mediterraneo che convergono qui per fare insieme qualcosa che da soli non potrebbero fare. È anche una metafora, certo. Prima di tutto, però, è una cosa reale che accade in un posto reale, con persone reali che scelgono di esserci.
E da Monopoli, ogni anno, impariamo qualcosa che i dati da soli non ci avrebbero insegnato.
















