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Ogni tanto rileggo i miei cattivi maestri. Personaggi scomodi. Pessimisti. Esagerati. Gente che rovinerebbe qualsiasi convention sull’innovazione entro i primi sette minuti. Forse non ci andrebbero nemmeno.

Uno di questi è Ivan Illich. Filosofo, sacerdote, pensatore radicale. Uno che negli anni Settanta scriveva cose che oggi farebbero venire il mal di testa a metà Silicon Valley.

La sua idea centrale era semplice e devastante: le istituzioni nate per aiutare gli esseri umani finiscono quasi sempre per renderli incapaci.

Non è una provocazione. È una diagnosi clinica. E vale la pena ripercorrerla, perché il paziente è cambiato. Ma la malattia è la stessa.

La scuola che distrugge l’apprendimento

Illich sosteneva una cosa che ancora oggi fa arrabbiare i presidi: a un certo punto la scuola smette di educare. E inizia a creare dipendenza dall’istituzione educativa.

Non impari più per curiosità. Impari per ottenere certificazioni. La conoscenza diventa burocrazia. L’apprendimento diventa conformità. E una società che confonde l’educazione con l’addestramento prima o poi finisce inevitabilmente per amare gli algoritmi.

Se fosse vivo oggi probabilmente guarderebbe certe piattaforme AI educative — quelle che ti guidano passo dopo passo, che correggono prima ancora che tu abbia sbagliato, che ottimizzano il percorso eliminando la fatica — e direbbe, con quella pazienza rassegnata dei profeti inascoltati: Attenzione. Stiamo automatizzando anche la curiosità.

La medicina che distrugge la salute 

Questa è la tesi più provocatoria. A un certo punto, sosteneva Illich, la medicina moderna produce più malattia che salute.

La chiamava iatrogenesi. Il sistema che cura genera nuove patologie. Non per malafede. Per struttura. Non era contro i medici. Era contro una società che delega completamente il rapporto con il proprio corpo agli specialisti. Che smette di conoscersi. Che impara a non fidarsi delle proprie sensazioni senza una validazione certificata.

Detta oggi: non appena una tecnologia diventa indispensabile, iniziamo lentamente a perdere autonomia.

I trasporti che distruggono la mobilità

Questa è forse la sua intuizione più elegante. E più fastidiosa. Illich calcolava che se sommi il tempo passato in macchina, il tempo passato a lavorare per pagarla, il tempo passato in officina, nel traffico, a cercare parcheggio — l’essere umano medio si muove alla velocità di un uomo a piedi. La tecnologia nata per accelerare la vita la consuma.

Era il 1974. Nessuno lo ascoltava. Le autostrade crescevano. E adesso arriva il 2026 Qui Illich diventa improvvisamente contemporaneo. Quasi scomodo da rileggere.

Perché se aggiorni la lista:

– la scuola → distrugge l’apprendimento autonomo

– la medicina → distrugge l’autoconoscenza del corpo

– i trasporti → distruggono la mobilità reale

– i social network → distruggono le relazioni

– la navigazione GPS → distrugge l’orientamento

– le piattaforme di streaming → distruggono la scelta

– l’AI → rischia di distruggere la capacità di pensare

Ogni voce aggiunta è una profezia che non aveva fatto. Ma che avrebbe riconosciuto subito. Il meccanismo è sempre lo stesso: lo strumento nato per aiutarti diventa indispensabile. E nel momento in cui diventa indispensabile, sei già dipendente.

Gli strumenti conviviali

Qui molti sbagliano Illich. Lo leggono come un tecnofobo. Un nostalgico. Un nemico del progresso. Non era niente di tutto questo. Illich distingueva tra strumenti che aumentano l’autonomia umana e strumenti che creano dipendenza. Li chiamava strumenti conviviali. La bicicletta, per esempio, è conviviale. Ti potenzia senza sostituirti. Vai più lontano, più veloce. Ma sei ancora tu a pedalare, a decidere la direzione, a sentirti stancare e riposare. La bicicletta non ti conosce. Non ti ottimizza. Non ti suggerisce percorsi alternativi basati sul tuo profilo utente.

Molte tecnologie digitali funzionano al contrario: più le usi, più diventano indispensabili. Più diventano indispensabili, meno riesci a farne a meno.

Meno riesci a farne a meno, meno sei capace di fare senza. Il cerchio si chiude. Silenziosamente. Con la tua piena soddisfazione.

Il vero problema dell’AI

Allora forse la domanda giusta non è quella che fa vendere i titoli.

Non è: l’AI diventerà cosciente? È: gli esseri umani resteranno allenati a pensare?

Perché una società che delega tutto alle macchine rischia di perdere, lentamente e senza accorgersene:

– la memoria

– l’attenzione

– l’immaginazione

– il dubbio

– persino il silenzio interiore

Non per colpa delle macchine. Per comodità nostra. La comodità come ideologia. Il comfort come forma sottile di resa.

I cattivi maestri sono sempre così. Esagerano. Provocano. Semplificano. Ma ogni tanto vedono arrivare il futuro molto prima degli altri. E forse il vero problema non è che avevano torto. È che avevano ragione troppo presto.

· Fine della prima puntata. Nella seconda: Andy Capp, l’anarchico del fancazzismo, e perché potrebbe essere lo strumento conviviale che Illich non aveva previsto.

P.S. — Illich non aveva uno smartphone. E non per scelta filosofica: era il 2002, morì prima. Ma sono abbastanza sicuro che se lo avesse avuto, lo avrebbe usato per chiamare. E poi lo avrebbe spento.

P.P.S. — La bicicletta ce l’aveva.

Beppe Carrella
SCRITTO DA Beppe Carrella

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